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Cosa è successo nella prima settimana degli US Open

The Heat Goes On
Uno dei problemi degli Slam è che danno tanti soldi. E per questo motivo tanti tennisti preferiscono presentarsi lo stesso in campo, anche se non sono in condizione fisiche decenti. Il primo turno degli US Open assicurava un assegno da 39.500 dollari: mica male, se si considera che stare nei primi 100 assicura un posto nel main draw di un Major ma non di avere i conti a posto. Ma al di là delle ragioni economiche, che certamente hanno il loro peso, il numero di ritiri nel tabellone maschile per la prima settimana è stato decisamente superiore al normale: ben 14. È stato caldo, molto caldo: se Thanasi Kokkinakis avesse bevuto un po’ di più, e forse mangiato meno junk food americano, avrebbe probabilmente battuto Richard Gasquet, tornato ad adagiarsi nei suoi (bassi) canoni standard un mese dopo Wimbledon. E poi c’è Jack Sock, uno che a vederlo chiameresti The Mountain di Game Of Thrones per buttarlo a terra e invece basta solo un po’ d’umidità e pochi sali minerali in circolo. E che fosse umidissimo ce lo hanno suggerito anche le racchette che sono volate via dalle sudate mani di Benoit Paire e Nick Kyrgios.

La situazione del tabellone maschile
Sono saltati quattro top-10: Kei Nishikori, David Ferrer, Rafael Nadal e Milos Raonic. Di loro quattro, la sconfitta che fa più rumore è quella di Nadal perché Ferrer e Raonic stanno affrontando da qualche mese più di qualche noia fisica mentre per quanto riguarda Kei Nishikori dovremo abituarci al fatto che non lo sa nemmeno lui come sta. L’anno scorso giocò pochissimo prima degli US Open e sembrava pronto ad uscire nei primi turni dello Slam statunitense. E invece giocò dieci set contro Milos Raonic e Stanislas Wawrinka, diede un bel 3-1 al numero uno del mondo e poi arrivò (comprensibilmente) con la spia rossa in finale. Quest’anno ha raggiunto la semifinale a Montréal e poi ha saltato Cincinnati: uno poteva pensare che volesse riposarsi, ma pare che si sia riposato troppo e ha perso al primo turno con Benoit Paire.
Nadal chiude l’anno senza Slam: è la prima volta della sua carriera da quando partecipa a tutti gli Slam. Non che sia inaspettato, ma il modo in cui è uscito dagli US Open è abbastanza clamoroso perché affrontava Fabio Fognini, che fino a New York non aveva vinto partite sul cemento, e soprattutto perché era avanti di due set e non gli era mai successo di farsi rimontare in uno slam. Fognini ha giocato un match da 70 vincenti e ha infiammato l’Arthur Ashe come fece Camila Giorgi un paio di anni fa: bravissimo, ma la partita che ha giocato Nadal dal terzo set in poi è davvero inspiegabile, così come inspiegabili sono le parole di un grande campione che pare non avvertire i problemi che sul campo sono evidenti a tutti. “Non ho perso io, l’ha vinta lui”: va bene il fair play, ma qui si sta esagerando.

Passeggiando sul velluto (e sugli avversari)
Nei titoli dei grandi giornali del tennis la solfa è sempre la stessa. “Fedexpress”, “Federer sul velluto”, “Federer in scioltezza”, da alternare rigorosamente fra giorni pari e dispari. Lo svizzero è il più veloce di tutti a chiudere partite senza storia, vuoi per il suo gioco, vuoi per gli avversari dei primi turni Slam (Federer non perde un set nei primi due turni dal 2004, quando ne perse uno con Marcos Baghdatis) e anche questo US Open non ha fatto eccezione. Intanto lo svizzero si è esibito nella risposta più chiacchierata del momento, ribattezzata con un orrendo acronimo da sindacato o da malattia infettiva: la SABR. (Una prece: perfino Google ha cambiato il suo logo per stare a passo coi tempi. Ci rivolgiamo a chi ha dato quel nome orrendo a quel magnifico gesto tecnico: deponga le armi e ci ripensi.)
Pure Djokovic è andato “sul velluto” e ha vinto i suoi primi tre turni “in scioltezza”, Andreas Seppi a parte. Tutto pronto per l’ennesima finale? Be’, Roger Federer non gioca una finale a Flushing Meadows dal 2009, quindi qualche dubbio è lecito. Djokovic, invece, dal 2010 a oggi è arrivato quattro volte in finale e una volta in semifinale; con un tabellone come quello di quest’anno, con nessun Top15 dalla sua parte – Cilic escluso ma vabbè –  sarebbe criminoso non arrivare a giocarsi il titolo per la sesta volta (e magari vincerlo).

La situazione del tabellone femminile
Di trentuno teste di serie, sono arrivate al terzo turno in diciassette. Di nove top-10, solo tre sono arrivate agli ottavi: Serena Williams, Simona Halep e Petra Kvitova. Le donne ci hanno abituato alle sorprese ma quello che è successo nelle prime ore della prima giornata è stato qualcosa di inedito perché nell’arco di una manciata d’ore hanno salutato il torneo Ana Ivanovic, Karolina Pliskova e Carla Suarez Navarro, lasciando la metà di tabellone di Serena Williams senza top-10 ancora prima che scendesse in campo la campionessa in carica (dato che Maria Sharapova aveva annunciato il ritiro dopo la pubblicazione dell’Order of Play di lunedì e perciò è stata sostituita da una lucky loser). Agli ottavi ci sono due qualificate che curiosamente hanno in comune le prime cinque lettere del cognome: la britannica Johanna Konta e l’estone Anett Kontaveit. Kristina Mladenovic, che non è tra le testa di serie, ha raggiunto gli ottavi per la prima volta in carriera ed è nella porzione di tabellone più incerta: affronterà Makarova e chi vince gioca contro Bouchard (che non vinceva tre partite di fila dagli Australian Open e che pare abbia sbattuto la testa negli spogliatoi, piove sempre sul bagnato) o Roberta Vinci. Chiunque arrivi in semifinale, sarà più che soddisfatta.

Caroline Wozniacki è stata eliminata al secondo turno da Petra Cetkovska.
Caroline Wozniacki è stata eliminata al secondo turno da Petra Cetkovska.

Come sta Serena Williams (fa un po’ l’isterica) e come stano le altre (rilassate, pare)
Serena Williams ha giocato un match molto difficile contro Bethanie Mattek-Sands, una tennista votata al serve-and-volley e che al terzo turno ha dato più di qualche grattacapo alla connazonale. La sensazione è che Serena stia sentendo parecchio la pressione e, com’era prevedibile, la sua peggior nemica sta diventando sé stessa. Contro Madison Keys avrà un banco di prova molto importante, poi potrebbe esserci Venus. Nella partita con Mattek-Sands l’abbiamo vista urlare, piangere, sbraitare, lamentarsi, mugulare, inveire e alla fine esultare. E contro Kiki Bertens, che ha sprecato lo sprecabile, sul punto finale del tiebrak ha fatto rimpiangere lo stile di Gattuso. Farà pure il Grande Slam ma è meglio che prenoti un mese di vacanze perché non ci arriva sana a fine anno.
Nella parte bassa del tabellone regna l’incertezza, anche se Simona Halep, la testa di serie numero due, è ancora in gioco. Kvitova di solito a New York fa molta fatica, invece quest’anno è arrivata agli ottavi perdendo appena dodici game; Victoria Azarenka forse si sta riprendendo e contro Kerber ha giocato il miglior match della settimana; Flavia Pennetta è la testa di serie numero 26 ma tra quelle che sono arrivate agli ottavi nella parte bassa ha la seconda miglior percentuale di vittorie agli US Open (71%). Insomma, la favorita dovrebbe essere Halep ma è davvero difficile capire cosa succederà da oggi in poi.

La notte è ancora giovane
Il giorno dopo la nottata di Fognini e Nadal serviva un nuovo personaggio per far fare tardi ai newyorkesi. Addirittura, è stato un americano il protagonista, uno che, con il suo talento, aveva fatto sognare quella che, una volta, nel tennis, era la Greatest Country In The (Free) World, ovviamente in gioventù. Parliamo di Donald Young, quello che al primo turno ha rimontato due set di svantaggio a Gilles Simon, un affronto alla classe operaia del tennis. Sbarazzatosi di Bedene al secondo turno, Young è riuscito a rimontare ancora una volta due set di svantaggio a Viktor Troicki, facendo sognare i nordamericani per qualche giorno. Al prossimo turno, domani, c’è Stan Wawrinka. Niente scherzi Donald: lasciamo giocare i grandi nell’ultima settimana del tennis, come lo chiamano a NYC.

Le partite più belle della settimana
Non sono state tante le partite interessanti della prima settimana, e questo capita sempre più spesso. Tante teste di serie, e alla fine per vedere un bel match ti devi rivolgere a quei tennisti un po’ decadenti che si trovano ad affrontare i newcomer. Perché è vero che Andy Murray ha recuperato due set a, nientemeno, Mannarino, ma nessuno ha mai davvero creduto che lo scozzese, che sovente scherza col fuoco, rischiasse davvero qualcosa. E allora niente male il derby australiano fra Hewitt (alla sua ultima partecipazione allo Us Open) e Bernard Tomic. L’australiano giovane, è andato in vantaggio di due set, si è fatto raggiungere dall’australiano vecchio, e poi ha vinto 7-5 al quinto. C’è stato poi il derby tedesco, quello fra Zverev e Kohlschreiber. Ha vinto il tedesco forte, Kholi, ma al quinto set e sudando non poco. Zverev ha dimostrato di avere stoffa e idee chiare, ancora da giovane. Di Fognini e Nadal si è scritto e letto dappertutto.  Cosa aggiungere di nuovo? Niente  di tennistico, se non che vedere i match di Fabio è sempre divertente. Non ce ne perderemmo uno, perché Fognini diletta se perde e se vince, facendo spettacolo con i suoi comportamenti o con il suo tennis. Vederlo bistrattare un (comunque) buon Nadal è stata pura esaltazione, sia che si tifasse lo spagnolo o meno. Chiusure da ogni parte del campo e verso ogni parte del campo: talento puro, Made in Italy una volta tanto. Anche se forse Azarenka e Kerber hanno giocato molto meglio.

Il figlio di Lleyton Hewitt guarda l'ultima partite del padre agli US Open
Anche il figlio di Lleyton Hewitt tiene il cappello girato come il padre.

Giovani che si faranno (?)
Kyrgios è bravo e arriverà in alto. Kokkinakis starà più in basso ma pure lui ha stoffa. Tiafoe e altri sono impreparati, nettamente più in basso rispetto agli altri (coetanei?). Quello bravo veramente è Zverev. Rosso paonazzo per il gran caldo, lui che è un russo con passaporto tedesco, ha lottato per cinque set con Kohlschreiber, uno che sa il suo nei tornei che contano. Ottimi fondamentali, idee chiare su dove indirizzare la palla: questo è bravo veramente. E poi c’è Chung, colui che perse la finale di Wimbledon juniores nel 2013, sapete da chi, no? Perse contro Gianluigi Quinzi, uno che ricorda Bertoldo, personaggio del superbo film Bertoldo Bertoldino e Cacasenno, con Tognazzi e Sordi, che girava il mondo cercando l’albero dove le guardie del reame dovevano impiccarlo. Lui non scelse l’albero ed ebbe salva la vita. Quinzi non sceglie un coach – o meglio: ne sceglie uno al mese, quindi come non sceglierlo. E quindi dicevamo di Chung. Il coreano (del sud, ovviamente) ha un buon rovescio, un diritto che si perde spesso (ma anche Wawrinka se l’è perso per anni, poi l’ha trovato e ha vinto un paio di Slam, so far) e una pessima montatura di occhiali (e parrucchiere, ad essere severi). Stan ha gigioneggiato con lui, accelerando quando serviva vincere, ai tiebreak. Comunque il ragazzo non è niente male.

Andy Murray (questo svogliato)
Appunto. Quando si parla di questo ragazzo non sai mai se stai prendendo un abbaglio, e il buon Andy riesce a fare quello che può, o se invece non si sta assistendo al più colossale scempio osservato sui campi da tennis da chissà quanti anni. Ogni tanto Murray sembra ingiocabile, la sua capacità di ritrovare concentrazione quando la situazione sembra disperata è impressionante, ma alla fine gli succede sempre qualcosa. Forse non è neanche troppo fortunato: sembrava che avesse trovato le contromisure per Djokovic e gli spunta Federer redivivo; nei tabelloni ha sempre di fronte piccoli Everest da scalare; del suo ci mette una certa indolenza davvero troppo pericolosa per l’iper-professionalizzato mondo del tennis maschile. Di Mannarino abbiamo accennato, ma anche contro Bellucci è riuscito a stare in campo due ore e un quarto per tre set facili. Quanto Federer è rapido nel chiudere i match tanto Murray li prolunga. Ogni tanto sembra che il tennis gli stia stretto e che abbia cose più importanti a cui pensare. Come che sia se arriva in finale dopo aver superato Wawrinka e Federer non cadrà contro Djokovic.

When I was an alien
Nella settimana in cui usciva Nevermind, uno dei migliori album degli anni ’90, John McEnroe giocava la sua ultima finale nel circuito, perdendo a Basilea contro Jakob Hlasek. Venticinque anni dopo, McEnroe gioca a tennis nel circuito delle Leggende e i Nirvana non esistono più: per cui vedere questo video non potrà che far piacere a chi c’era nel 1991 e ricorda con un sospiro sia le volée di John sia la prima volta in cui ha sentito Territorial Pissings.

Il drone agli US Open
Resta da capire perché Maurizio Sarri fosse così interessato al match tra Flavia Pennetta e Monica Niculescu.

Gli ottavi

Djokovic – R. Bautista Agut
F. López – Fognini
Paire – Tsonga
Cilic – Chardy
Wawrinka – Young
Anderson- Murray
Berdych – Gasquet
Isner – Federer

S. Williams – Keys
V. Williams – Kontaveit
Mladenovic – Makarova
Vinci – Bouchard
Kvitova – Konta
Stosur –  Pennetta
Lepchenko – Azarenka
Lisicki – Halep

 

US Open 2015


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