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One more step, Muguruza

Garbiñe Muguruza, quando sorride, ha due fossette sulle guance. Due fossette che le danno quell’aria dolce e quasi infantile che ha fatto innamorare anche quei pochi che ancora non la conoscevano prima del successo al Roland Garros. E se la si guardasse di sfuggita, soffermandosi sui suoi atteggiamenti innocenti, non si riuscirebbe a immaginare che Muguruza sia una seria candidata a conquistare la vetta assoluta di un mondo caratterizzato dalla freddezza e dall’aggressività come quello del circuito mondiale del tennis femminile.

Garbiñe Muguruza ha conquistato il mondo con il suo sorriso e soprattutto con la sua spontaneità. Non ha bisogno di apparire forzatamente dura per essere rispettata e temuta dalle avversarie, e forse proprio per questo è così psicologicamente superiore a chi teme che una frase fuori dalle righe o un atteggiamento a volte apparentemente fanciullesco possa rompere la solidità della propria immagine.

In una recente intervista, Muguruza ha rotto quel velo di ipocrisia che aleggia sopra il circuito mondiale, sia maschile che femminile. Alla domanda sul perché non abbia abbracciato Serena Williams dopo la sconfitta in finale a Wimbledon lo scorso anno, Muguruza è stata molto onesta: «Non ho abbracciato Serena, nonostante la mia forte ammirazione, perché l’ultima cosa che vuoi in quel momento è perdere. Poi tra tenniste è molto difficile diventare amiche, da donne quali siamo, siamo sempre molto competitive. Per i ragazzi è sempre diverso, ma tra noi ragazze… penso di poter affermare che ci odiamo tutte, letteralmente. Chi dice il contrario mente. Quando partecipo a eventi prima dei tornei non ho nessuno con cui parlare e dall’altro lato vedi ragazzi scambiare battute in tutta tranquillità».

muguruza wimbledon 2016
Portare la maglietta della Spagna alla conferenza stampa pre-Wimbledon non ha portato fortuna.

Muguruza non ha risparmiato neanche il suo coach, Sam Sumyk. A Doha, quest’anno, la spagnola era in grossa difficoltà contro Andrea Petkovic eha chiesto il coaching al cambio campo. Il suggerimento del suo allenatore, però, non deve esserle piaciuto, dato che Muguruza rispose seccamente: «Ci ho già provato, dimmi qualcosa che non so già». Alla successiva pacata richiesta di Sumyk di lottare su ogni palla come stava in quel momento facendo Petkovic, Muguruza rispose: «Io no. Io non voglio morire dietro alla palla».

Eppure Sumyk – che ha un curriculum di tutto rispetto, avendo portato Zvonareva e Azarenka ai vertici delle loro carriere – ha comunque molto ascendente sul carattere della spagnola. La stessa Muguruza ha recentemente affermato che il lavoro con Sumyk si svolge anche sotto il profilo psicologico e che con il suo attuale coach è riuscita a rilassarsi sempre meglio nei cambi campo e tra un punto e l’altro. Anche nella finale del Roland Garros contro Serena Williams, dopo i frequenti doppi falli commessi, Muguruza è sempre riuscita a cancellare dalla mente gli errori e ritrovare lucidità e positività per proseguire – e poi vincere – il match.

Tutta la pacatezza di Sumyk che potrebbe avere successo anche come insegnante di yoga.

Autopercezione
Attraverso la sua trasparenza è possibile tracciare un profilo di Garbiñe Muguruza nelle sue interviste. In una in particolare, del dicembre 2013, era emersa una sua visione del mondo e di se stessa che a 20 anni appena compiuti mostrava una maturità decisamente sopra la media.

Muguruza era reduce da un infortunio che l’aveva tenuta fuori per mezza stagione. La lontananza dai campi di allenamento e dai tornei si faceva sentire («Competo tutto l’anno e dover rimanere qua tutto il giorno è molto dura») ma non le aveva impedito di ampliare i propri orizzonti mentali al di fuori del tennis: «Quando uno sta bene non pensa di stare bene. E quando sta male pensa a tutto quello che perde e alla fortuna che hanno quelli che stanno bene. Ti aiuta ad aprire gli occhi. In realtà sono molto fortunata a fare quello che faccio. Immaginati di non poter camminare, o di non poter respirare… Questi periodi ti aiutano a essere un po’ più umile, a maturare in aspetti differenti».

E proprio a proposito della maturità Muguruza aveva aggiunto un aspetto determinante, quello della calma, che poi ha nuovamente curato con Sumyk fino ai recenti successi. Sempre nella stessa intervista la spagnola ha aggiunto di essere diventata più umile perché «prima mi arrabbiavo di più per qualsiasi cosa, ora do più importanza alle giuste cose. Accetto le cose giorno per giorno».

Umile o meno, prima di quell’infortunio era comunque già una minaccia per Serena Williams.

La sua storia si è divisa tra il Venezuela, il suo paese nativo, e la Spagna: «Vivo in Spagna, a Barcellona, solo ed esclusivamente per il tennis. La mia famiglia vive a Caracas, in Venezuela, e mia madre è venuta a stare qui solo per il tennis. Mio padre vive e lavora in Venezuela e siamo completamente divisi».

Questa situazione ambigua aveva creato non poche polemiche sulla sua necessaria scelta sulla Nazione per la quale giocare. Nell’intervista di fine 2013 Muguruza spiegava pro e contro dell’eventuale scelta sia del Paese iberico («In Spagna c’è più tradizione tennistica, ma qui sarei più sola») che di quello sudamericano («Ci sono meno giocatrici ma io sarei la più importante, e lì ci sarebbe la mia famiglia»). A ottobre del 2014 ha comunicato di aver scelto la Spagna attraverso una nota ufficiale. Naturalmente sarebbe poi diventata la giocatrice più importante del suo (nuovo) paese.

In campo
Garbiñe Muguruza, tra le numerose esternazioni senza filtri e ipocrisie, ha ovviamente trovato anche il modo per mostrare grande consapevolezza delle proprie caratteristiche in campo: «So di avere molte qualità per essere forte. Il mio corpo mi aiuta, ho talento, facilità di esecuzione. Visto che mi impegno molto, ottengo buoni risultati».

Muguruza ha iniziato a giocare a 3 anni ed «è tutto quello che faccio nella mia vita. Giocare, giocare e giocare. Il mio obiettivo è migliorare il più possibile. Non ho altre cose per la testa, nient’altro». Nel 2015 ha raggiunto la top 10 e la prima finale Slam, a Wimbledon; quest’anno ha finalmente centrato il primo Major in carriera a Parigi, vendicando la sconfitta a Church Road con Serena Williams dell’anno precedente. Anche in doppio, grazie alla partnership con la connazionale e amica Carla Suárez Navarro, Garbiñe Muguruza ha raggiunto la top 10 nel febbraio del 2015. Dopo il successo al Roland Garros ha raggiunto il best ranking di numero 2 del singolare ed è ora in terza posizione.

Alejo Mancisidor, suo ex allenatore, aveva detto di lei: «Garbiñe ha un gioco molto rapido, sta praticamente sulla linea di fondo. Ha leve lunghe e gioca nel modo in cui si giocherà in futuro. Ha un tennis totalmente opposto a quello che si gioca in Spagna, completamente opposto. Il suo gioco si basa su scambi da due o tre colpi».

La prima cosa che si nota guardando il fisico di Muguruza è che le sue gambe lunghissime la fanno sembrare molto più alta dei 182 centimetri che in realtà possiede, un discorso analogo a quello che si potrebbe fare per Milos Raonic. Ovviamente questo complica un po’ sia gli spostamenti laterali, penalizzati dal baricentro alto, sia la fluidità di esecuzione sulle palle basse.

Il rovescio è il termometro di tutto questo. La sua specialità naturale, comune a molte sue avversarie, è l’esecuzione del rovescio piatto in anticipo, quasi all’altezza delle spalle. La spagnola va molto bene incontro alla palla, tagliando bene l’angolo in diagonale, ed è estremamente abile a trovare il timing dell’impatto in avanti per schiacciare forte il colpo piatto dall’alto verso il basso, arrivando perfino ad esasperare in certe situazioni l’anticipo per eccesso di fiducia.

In questo scambio, contro Schiavone, Muguruza colpisce 3 rovesci consecutivi in anticipo con il corpo proteso in avanti, e dopo l’apertura di campo esegue di nuovo un rovescio schiacciato in avanzamento per prendere definitivamente la rete.

Le palle basse sono invece un problema maggiore se arrivano dalla parte del rovescio. Al baricentro alto, con conseguente difficoltà di piegare le gambe mantenendo l’equilibrio, si aggiunge una tecnica di esecuzione del colpo che predilige le soluzioni piatte. Muguruza durante la preparazione del rovescio non lascia “cadere” la testa della racchetta con il braccio destro, tenendo l’avambraccio piegato e proteso verso l’alto. Anche la traiettoria della testa della racchetta è molto lineare e non scende molto sotto la palla, rendendo molto difficile la possibilità di far salire sopra la rete (con un po’ di top spin) una palla bassa.

Questo ha messo in difficoltà più volte Muguruza, soprattutto quando in quel lato le viene giocato un back, e la spagnola è fortunata in questo senso ad essere una giocatrice in un periodo storico in cui il rovescio tagliato sta scomparendo nel circuito femminile. Francesca Schiavone, per esempio, l’ha più volte messa in crisi con questo colpo, battendola a Roma nel 2014 in un match in cui Muguruza ha spesso spedito in rete il proprio rovescio a seguito dei back dell’italiana. Per fronteggiare una situazione del genere la spagnola ha aggiunto al repertorio una palla corta a due mani che nasconde le proprie difficoltà con il rovescio coperto sulle palle basse e al tempo stesso capovolge l’inerzia dello scambio, se ben eseguita.

La maggiore specialista del back è ovviamente Roberta Vinci, che qui costringe Muguruza a rallentare la spinta con il rovescio, creandosi così la possibilità di spostarsi sul dritto e comandare lo scambio.

La tecnica di esecuzione sul dritto la mette invece maggiormente al riparo da tutte le possibili situazioni di gioco. Ha un’impugnatura molto aperta, molto vicina a una western piena (ha una semi-western), che le consente di trovare il tempo di colpire in fase ascendente e quasi all’altezza delle spalle anche con il dritto, attaccando la palla in anticipo e schiacciandola come fa con il rovescio. Allo stesso tempo la traiettoria della testa della racchetta può scendere molto di più quando esegue il dritto rispetto al rovescio, e questo le consente di generare più rotazione (che a volte usa anche in colpi interlocutori per allontanare l’avversaria dalla linea di fondo) e gestire molto più efficacemente le palle basse.

Con il dritto Muguruza a volte riesce a generare anche un po’ di rotazione interna che le permette di trovare angoli stretti: proprio nella finale di Parigi ha utilizzato questo tipo di colpo per stanare Serena Williams in difficoltà negli spostamenti laterali verso destra per tutto il match.

La progressiva apertura di campo con il dritto stretto è stata letale per Serena qui come in altre situazioni.

In generale, come giustamente aveva detto il suo ex allenatore Mancisidor, Garbiñe Muguruza è una giocatrice aggressiva, ed è quasi costretta ad esserlo date le sue leve e il baricentro alto. La spagnola non di rado tenta di uscire da scambi prolungati con colpi in lungolinea, sia con il dritto che con il rovescio. In risposta, specialmente sulla seconda dell’avversaria (che nel tennis femminile è ancora meno incisiva rispetto al maschile), Muguruza entra spesso con i piedi in campo per aggredire in anticipo la palla con entrambi i fondamentali, con l’obiettivo di prendere subito il gioco in mano.

Muguruza è una giocatrice relativamente alta ma il suo servizio non è devastante. Quando lancia la palla, la spalla sinistra (con la mano sinistra protesa giustamente in aria a puntare la palla) rimane troppo bassa. Il piano di ribaltamento delle spalle (ovvero il capovolgimento dell’asse delle spalle tra lancio con la spalla sinistra più in alto e colpo viceversa eseguito con la destra sopra, più ampio risulta e più veloce esce il servizio generalmente) è così ridotto, e con esso la capacità di generare grandi velocità. Consapevole dei propri limiti al servizio, Muguruza dimostra però di saper gestire intelligentemente le scelte con questo colpo anche in base alle sue caratteristiche naturali:

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Queste grafiche si riferiscono al match contro Kisten Flipkens agli scorsi Australian Open e fotografano una situazione abituale al servizio per Muguruza. La spagnola ha una grande differenza di velocità media (sopra) nelle rispettive direzioni quando serve la prima da destra, e per questo motivo sceglie spesso di servire al centro (sotto) dove la palla le viaggia molto di più. Da sinistra la situazione si fa molto più equilibrata.

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Muguruza mostra grande intelligenza nel saper adattare le proprie caratteristiche, soprattutto al servizio, in base all’avversaria. Questa grafica si riferisce invece al recente match di Fed Cup contro Jelena Jankovic. La serba è indubbiamente molto più brava ad appoggiarsi e a rispondere con il rovescio: Muguruza non rinuncia tuttavia a scagliare ilal suo servizio preferito da destra (5 punti su 5 prime al centro, contro 1 su 3 soltanto quando ha servito sul dritto ma con velocità inferiori). Sapendo che da sinistra la differenza di velocità tra i due servizi è quasi nulla, Muguruza ha invece completamente evitato di servire da sinistra sul rovescio di Jankovic per tutto il primo set.

I doppi giocati in coppia con Carla Suárez Navarro hanno inoltre contribuito a migliorare il gioco di volo. A gennaio del 2014, durante gli Australian Open, Luca Baldissera scriveva che “il grande margine di miglioramento della Muguruza è il gioco nei pressi della rete, dove stanotte ha combinato degli autentici disastri, ma già il fatto che ci sia andata diverse volte rivela una buona attitudine a completare il proprio bagaglio tecnico”.

Garbiñe Muguruza ha nel frattempo affinato l’arte della verticalizzazione. La spagnola è assolutamente dominante con gli schiaffi al volo sia di dritto che di rovescio e ha migliorato l’attacco in controtempo, che per una giocatrice come lei – soprattutto quando si trova contro un’avversaria particolarmente solida in fase difensiva (Azarenka, Halep, Kerber) – può risultare determinante per capitalizzare il gioco offensivo. Non sempre i suoi attacchi in controtempo sono efficaci, ma i miglioramenti sono evidenti. La volée di dritto è sicuramente più sicura di quella di rovescio dove Muguruza non stacca mai la mano sinistra e questo le crea ovvi problemi di manualità sia in scambi ravvicinati, sia nelle volée alte.

Se Muguruza staccasse la mano sinistra potrebbe giocare meglio questi tu per tu ravvicinati e gestire anche meglio le volée in pancia.

Numero Uno del futuro?
La vittoria del Roland Garros ha affrettato moltissima gente a salire sul carro di Muguruza e a predirne un sicuro avvenire da dominatrice del circuito. Dal punto di vista prettamente tecnico non ci sarebbero molti dubbi: già due anni fa a Parigi dominò di potenza Serena Williams così come nella finale di qualche settimana fa e sono davvero poche le tenniste che possono permettersi di sfidare la statunitense a viso aperto sul terreno della velocità di palla.

In una recente telecronaca Lorenzo Cazzaniga ha infatti ipotizzato l’identikit dei futuri giocatori di successo: se nel primo decennio degli anni Duemila (in particolare dopo l’esplosione di Nadal) il tennis ha visto prevalere la categoria dei contrattaccanti, le nuove generazioni (Zverev, Kyrgios, Kokkinakis e Fritz su tutti) saranno caratterizzate da giocatori che picchieranno tutti molto forte, e tra essi avrà la meglio chi sbaglierà di meno. Se l’evoluzione naturale del gioco dovesse portare a queste dinamiche (come già detto anche da Mancisidor, ex coach della Muguruza), sia in campo maschile che in campo femminile, Muguruza potrebbe essere il profilo giusto per ereditare il trono di Serena Williams e dominare il circuito per diversi anni.

I dubbi più grandi sull’ulteriore ascesa di Muguruza al vertice della WTA (del resto, manca solo un passo ma è quello più difficile) riguardano però proprio la continuità delle prestazioni e dei risultati. La spagnola ha un tennis brillante ma che non sempre è semplice da mettere in moto. L’altalena del livello della performance oscilla non solo a seconda del periodo della stagione, ma a volte anche all’interno dello stesso match. Il miglioramento delle fasi di rilassamento fatto con Sumyk la dovrebbe aiutare molto in questo senso, soprattutto in chiave futura.

A inizio stagione 2016 Muguruza aveva infatti accusato una pesante flessione di risultati rispetto al 2015. Nei primi cinque tornei la spagnola aveva vinto solo quattro partite, uno score decisamente insufficiente per una top 10 stabile. Dopo la bruttissima sconfitta a Dubai al primo turno contro Elina Svitolina, quando commise una media di errori gratuiti superiori a 3 per ogni game (68 totali, come partire sempre da 40-0 sotto), Muguruza aveva detto: «Sto giocando con più pressione del solitoaddosso. È naturale, so che ogni volta che scendo in campo devo vincere».

Quando stacca la spina.

Dopo il Roland Garros la spagnola è invece inciampata in due ostacoli non irresistibili come Kirsten Flipkens a Maiorca e Jana Cepelova a Wimbledon, entrambe su erba, dopo aver paradossalmente superato abbastanza brillantemente invece quello che doveva essere il test più probante, ossia l’esordio sui prati inglesi contro Camila Giorgi. La partita contro Cepelova è infatti stata uno dei più grandi compendi di errori confezionati da una giocatrice del suo livello. Muguruza era spenta mentalmente e di conseguenza lenta anche di gambe, soffriva le palle basse (che su erba sono ancora più basse) ma commetteva anche serie infinite di errori anche su palle semplici sopra la rete. Anche il grunting, per quanto sgradevole sia per una parte di pubblico, di solito è il segnale che un giocatore è presente mentalmente nella partita e quello di Muguruza era ormai inudibile.

La pressione del favorito è una costante per un numero uno, praticamente in ogni match. Gli equilibri visibili in campo sono dati dalle qualità tecniche e fisiche, ma nel tennis sono forse più determinanti quegli equilibri psicologici invisibili dai quali molto spesso dipendono i rapporti di forza. Muguruza dovrà presto allenare la propria mente all’abitudine di essere sempre la favorita, senza per questo esserne condizionata.

Dopotutto quasi 3 anni fa disse che il suo obiettivo è «migliorare il più possibile. Non ho altre cose per la testa, nient’altro». Arrivata praticamente in cima alla piramide si tratta solo di fare un ultimo step per restarci il più possibile.

Garbiñe Muguruza


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