menu Menu

Le tennis au Luxembourg

Parigi a fine settembre dà il meglio di sé. Il calore del sole non è mai troppo forte, la temperatura alla sera non è mai troppo rigida, i parigini non sono nemmeno così maleducati. Passeggiare sul Canal Saint Martin dopo cena, in mezzo ai sedicenni che bevono birra in lattina, ti fa rimpiangere quell’età disgraziata. Di giorno, invece, puoi rilassarti in Place des Vosges, accanto alla casa che fu di Victor Hugo, sperando che quella nuvola non venga a interrompere un’ora di relax che ti devi per forza concedere dopo aver girovagato senza meta nel Marais, tra boutique dai prezzi inaccessibili e macellerie kosher. Serve una bici, naturalmente, perché prendere la metro quando il tempo è così clemente è semplicemente un peccato.

Se arrivi ai Jardins du Luxembourg, dove naturalmente «le vélo est interdit», puoi anche assecondare gli assurdi divieti con il sorriso e condurre la bici a mano, prendendoti tutto il tempo che ti serve. Cammini assieme a mamme e papà col passeggino, agli anziani che giocano a scacchi, ai giovanissimi che si promettono cose che non manterranno o forse sì, chi lo sa. Dall’altra parte della strada, alla fine di una breve salita, c’è il Pantheon, delimitato da un basso cancello che lo rende quasi sacro, e dire che è un monumento laico. Tutto il contrario di quello vero, piazzato in mezzo alle strette vie del centro di Roma, in cui una fiumana di gente entra mentre quell’altra esce in un viavai che quasi smorza la maestosità di quell’edificio intitolato agli dèi.

Al Luxembourg, o Luco per chi vuole darsi un tono, puoi scegliere un’entrata secondaria, passare accanto a delle aiuole coloratissime, allestite per qualche competizione, e pensare a nient’altro che alla bellezza che ti circonda. Ad un certo punto, mentre ti chiedi perché Palazzo Madama non ha un giardino pubblico altrettanto bello, o perché i Giardini del Quirinale permettono l’accesso solo in determinati momenti dell’anno, arrivi ai campi da tennis. Potrebbe succedere lo stesso a Roma? Quando hai vissuto in più di qualche grande città, ti viene quasi naturale fare dei paralleli senza senso: a Berlino hai mai visto un parco così smaccatamente vanitoso? A Roma potresti mai pensare di andare a giocare nel parco del Senato?

I Giardini del Lussemburgo vennero creati nel 1612 per volere di Maria de' Medici.
I Giardini del Lussemburgo vennero creati nel 1612 per volere di Maria de’ Medici e sono i giardini del senato francese.

In questo angolo di verde poco distante da Notre Dame, dalla Senna e da chissà quante altre meraviglie, puoi portarti la racchetta, prenotare il campo e pagare un somma irrisoria per giocare a tennis. È uno sport, il tennis, che in Francia, è qualcosa di molto vicino a quello che si considera “popolare”. Occorre prenotare per tempo, naturalmente, almeno sei giorni prima, ed essere flessibili con gli orari, ma comunque i campi sono aperti fino alle dieci di sera. Qualche anno fa, degli hacker si intrufolarono nel sito che gestisce le prenotazioni e riuscirono ad assegnarsi automaticamente gli orari prediletti, gettando nello sconforto centinaia di parigini. Ma quando togli la racchetta dalla fodera, dai uno sguardo allo sparuto pubblico e cominci a far rimbalzare la pallina, non c’è più nessuno che possa rovinare quel momento, neppure gli smanettoni da strapazzo.

Arrivi in prossimità dei campi, metti giù la bici, prendi una sedia di ferro e stendi le gambe anchilosate da una giornata passata ad ammirare la città. Su questi campo nei pressi del Senato di Francia, ovviamente, non ci giocano i senatori, che hanno un campo tutto per loro, in terra battuta, inacessibile, che si può vedere solo su Google Maps. Chissà dov’è nascosto, dietro a quel trionfo di splendore che è il Palace du Luxembourg. Sui campi pubblici ci va la gente comune, la promessa mai mantenuta come il trentenne che ha appena imparato a servire, il settantenne che dimostra almeno vent’anni di meno e il giovane che non ha voglia di iscriversi in palestra. Nel campo 1 ci sono due ragazzini che avranno al massimo 16 anni. Più in là, c’è un quarantenne con un fisico da rivedere che prende lezioni. Sul 3 c’è un doppio misto. Sul 4, infine, palleggiano due uomini di mezza età. Decidi di guardare i più giovani, perché sembrano gli unici che sanno giocare a tennis. Hanno la stessa età, sembra evidente, ma non potrebbero sembrare più diversi nell’aspetto fisico. È il miracolo dell’adolescenza.

Il primo, che ha una maglietta verde smeraldo, probabilmente della nazionale algerina di calcio, è smilzo, porta un cappellino bianco che toglie non appena comincia a giocare; l’altro ha una maglietta rossa fuoco, peserà forse il doppio, ma si muove con una leggerezza sorprendente. Scambiano principalmente sul dritto, arrotando parecchio e imitando Gasquet, o chissà, magari pure Nadal, anche se a occhio non dovrebbe essere molto di moda quaggiù. Sul rovescio giocano pochissimo e probabilmente c’è una ragione: lo smilzo ha un rovescio a due mani leggerissimo, non stacca la mano sinistra nemmeno per colpire i suoi slice sbilenchi, mentre quell’altro ha un bel rovescio a una mano, peccato che una volta su due la pallina finisca fuori dal campo, costringendo qualche pensionato a rincorrerla per rimetterla in campo.

Il Canal Saint-Martin è un canale lungo 4,55 km (di cui 2 km al coperto), che corre interamente all'interno dei quartieri orientali di Parigi, collegando la Senna, attraverso il bacino dell'Arsenale,
La parte finale del Canal Saint-Martin, che corre interamente all’interno dei quartieri orientali di Parigi, passa sotto le fondamenta della Bastiglia.

Il più grosso è un perfezionista. Non appena il dritto finisce in rete, esclama un «oh là là» che sembra venire fuori da un fumetto e invece lo dice davvero; immancabilmente fa volare la racchetta, stando ben attento a non farla cadere, ché le racchette mica le regalano in Francia, come nel resto del mondo. L’altro grugnisce per gestire lo scambio: la palla del suo avversario è molto più pesante, ma lui è molto bravo a restare vicino alla riga di fondo, sorprendendo il tizio con la maglia rossa quando riesce ad azzeccare la palla più profonda che lo manda fuori tempo. Dopo venti minuti buoni di palleggio, però, non hanno ancora iniziato a giocare. Ti sposti allora dal lato opposto. Anche sul campo 4 ci sono degli spettatori. Non che guardino davvero la partita, ovvio, ma cosa c’è di meglio che stare all’ombra delle querce che adornano il Jardin du Luxembourg alle 5 di pomeriggio con solo il rumore della pallina a disturbare la quiete?

I due uomini di mezza età stanno giocando una partita. Sono entrambi vestiti di nero e giocano un tennis poco ortodosso. Uno dei due, che a occhio sembra quello forte, commette fallo di piede ogni volta che serve ma il suo avversario è probabilmente troppo concentrato per accorgersene. Ha un movimento del dritto che un maestro impiegherebbe mesi a correggere, visto che porta la racchetta quasi totalmente in verticale durante l’apertura: il colpo che ne esce, com’è facile aspettarsi, è poco potente e profondo. L’altro, però, non è tanto meglio. Deve avere poco fiato, perché risponde quasi sempre profondissimo, sbagliando quasi sempre. Quando la palla entra, però, si fionda a rete e spesso riesce a vincere il punto, per lo più senza nemmeno dover colpire la volée. La partita, a suo modo, è divertente. Quello che va spesso a rete grugnisce esattamente come David Ferrer. L’altro, quello dei falli di piede, si lamenta di tutto: della palla che ha rimbalzato male, del sole, delle corde, di una palla che è uscita di poco e che è invece è fuori di mezzo metro. È impossibile seguire il punteggio, ma a chi importa?

Potresti passare l’intero pomeriggio in questo modo, alternando il tennis al romanzo di Saramago che hai sul Kindle, oppure semplicemente godendoti gli ultimi scampoli d’estate, seppure sia già cominciato l’autunno, almeno sul calendario. Una ragazza prende una sedia e si mette a leggere, poi tira fuori un bloc-notes e ci scrive qualcosa, forse anche lei è ammaliata dal fascino di questo luogo? Una donna e un uomo sembrano interessati al tennis e commentano la partita, o almeno è bello pensare che ci sia qualcun altro che osserva questi dilettanti che tirano pallate con la racchetta. È un tranquillo pomeriggio di settembre a Parigi come tanti, eppure non c’è nulla di più magico che star qui a far nulla mentre una decina di persone stanno a scambiarsi palline in un valzer apparentemente senza senso.

Siccome non riesci a capire chi sta effettivamente vincendo tra i due uomini di mezza età, visto che la sedia del giudice è ovviamente vuota, decidi di tornare dai due adolescenti. Non hanno ancora cominciato a giocare. Continuano a scambiare sul dritto come degli automi, ogni tanto la palla esce e allora si sente un «oh là là» oppure un «aaaaargh», quel verso che si emette senza poterlo controllare, sia che l’errore fosse evidente, sia che fosse inevitabile. C’è qualcosa di magnetico nell’osservarli, perché l’assenza di competizione li rende qualcosa di vicino all’essenza più pura del tennis. Non ci sono calcoli, traiettorie maligne o perfidi trucchi per stancare il rivale. Ci si passa la palla in modo perpetuo, instancabilmente, godendo soltanto del gesto estetico, che sia bello o brutto non importa, tanto chi decide cosa è bello e cosa non lo è? Questi due ragazzini giocano a tennis e non hanno nemmeno bisogno di misurarsi per decidere chi è più forte. Hanno ammazzato la competizione, colpiscono la palla meglio che possono solo per specchiarsi in quel movimento che avranno eseguito migliaia di volte, rincorrendo un ideale che non raggiungeranno mai. È un tranquillo pomeriggio qualunque, ai Jardins du Luxembourg.

Parigi


Previous Next

keyboard_arrow_up