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Un minotauro a Fioranello

Superato il raccordo sulla via Appia in direzione Castelli ad un certo punto c’è un bivio: a sinistra si va all’aeroporto di Ciampino, a destra su via di Fioranello, una linea retta che congiunge l’Appia all’Ardeatina, due strade fra le più trafficate di Roma. Questo tratto di strada è un’oasi di verde, con i casali circondati da vigneti, prati con erba bassa e recinti con la rete buona. Sulla sommità di uno di questi enormi prati svetta in solitaria un albero enorme. I colori vivi di un ottobre con venticinque gradi mi fanno venire in mente lo sfondo di default di Windows XP.

La macchina trova posto  giusto di fronte all’ingresso del circolo riservato ai soli soci. Arrivo per primo, e un divano al sole nella terrazza del bar del primo piano è senz’altro il posto migliore dove aspettare i miei amici godendomi il clima. Il logo del Tennis Club Fioranello è una copia di quello di Wimbledon, come fanno in tanti altri: manca solo il viola, per il resto siamo lì. Il circolo, ad ogni modo, non è affatto male. Guardo i campi, colorati di un rosso saturo nonostante la pioggia notturna. Si giocano dei match di un torneo open, con tennisti e tenniste di terza categoria che ci confineranno in un solo campo per giocare il terzo e decisivo turno della Coppa dei Castelli di doppio.

Anche oggi, dei dieci della rosa, siamo quattro contati. C’è un assente seriale oramai, Paro, che questa settimana ha addirittura messo il mare fra lui e la squadra, trovando rifugio in un convegno a Palermo, confinandosi a elemosinare aggiornamenti via Whatsapp. «Cioè, Paro è venuto solo una volta, giusto per farmi perdere?», dico scherzando, ma neanche tanto, come succede spesso, ai compagni. Arriva Franceschiello, abbandona il borsone per terra e ci poggia sopra tre Wilson. Punta dritto al bancone del bar: tramezzino, Coca Cola, un altro tramezzino e infine una fetta di crostata: una breakfast of champion, giusto mezz’ora prima di giocare.

Arriva Arny, anche lui fresco di convegno, o di battesimo, visto l’elegante completo blu con camicia bianca e mocassino marrone, con l’orologio vistoso e i capelli sistemati come un perfetto socio di un tennis club di Roma nord. Chissà quali sono stati i suoi pensieri mentre percorreva prima l’Appia Nuova e poi via di Fioranello, due dimensioni a sé di questa città folle che è Roma. Nessuno si accorge che Eddy è già a ai campi, seduto su una panca a riprendersi dopo la partita che ha giocato al mattino, la semifinale di un torneo di terza categoria persa dopo due ore. È stanco, addirittura abbronzato in viso e non vuole giocare, «Io so’ cotto», dice sùbito, visto che sostiene di aver giocato ininterrottamente da mercoledì fino a sabato mattina. Il nostro quarto quindi sarà Andrea, un over 50 che ha un passato da B2, un ranking delle vecchie classifiche italiane che significa solo una cosa: che è forte.

C’è da fare le formazioni, lo schema è il solito: Arny confabula con Franceschiello, solo che questa volta c’è anche Andrea, il maestro. Schieriamo una coppia forte, Franceschiello e Andrea, che ha giocato una vita proprio con il papà del suo compagno di oggi, e una scarsa, io e Arny. Solo che Arny mica è scemo e parlottando con il responsabile delle formazioni del Fioranello riesce a capire quali sono i loro due più scarsi, che si stanno scaldando già sul campo dove giocheremo.

Arny detto lo Zeo si affaccia velocemente dalla balconata, li guarda scambiare quattro palle, poi torna da me e mi fa: «’Sti due se li pijamo noi». Andiamo in campo. Io non tocco racchetta da una settimana, sono pieno di paracetamolo per via di una presunta influenza ma il sole splende alto tanto da farci giocare in maglietta ad ottobre: veramente voglio cercare scuse contro due terza categoria scarsi come i nostri avversari?

Uno di loro è un over 50, ha un buon dritto che colpisce con una presa Continental: basterà mandargli la palla alta per fargliela tirare sui teloni. L’altro colpisce invece super esasperato, alla Sock, il suo dritto sta corto in campo ma gira tantissimo. Più che altro, è talmente scarso sotto rete che riuscirà a chiudere una volée solo a punteggio compromesso. Tanto è vero che tempo cinque minuti e facciamo i primi undici punti della partita: andiamo 2 a 0 e 0-40 servizio loro. Da lì a chiudere 6-1 il primo set ci mettiamo pochissimo. Teniamo la palla in campo io e Arny, e riusciamo a chiudere pure qualche rozza volée, attaccandoci alla rete quando l’altro palleggia da fondo campo.

«Noi dobbiamo giocare così, siamo scarsi, le volée non le sappiamo fare», mi dice.
«Certo Arny, certo. Anche perché se sapevamo fare le volée eravamo 3.2», rispondo.
«Esatto» conclude, indugiando sulla “a” come farebbe René Ferretti in Boris.

Palleggiando da fondo campo con il tipo dall’impugnatura chiusa riesco a vincere uno scambio chiudendo un vincente di dritto incrociato, un altro paio di volte tiro forte al corpo dell’avversario a rete. Sul campo adiacente al nostro, il match femminile iniziato prima del nostro doppio, è ancora nel vivo. Dal bar, situato in alto dove c’è la balconata che dà sui campi, arriva il “Gò”, l’urlo dei tifosi della Roma, passata in vantaggio a Napoli.

Questa gioia non mi impedisce di compiere i miei soliti sfracelli a rete, dove intervengo con perfetto tempismo per intercettare la palla con una volée mentre Arny palleggia da dietro: la mando sui teloni. Faccio una figura magra, perché mi impappino sotto rete diverse volte di fila. E pure quelle che chiudo, quelle che non posso proprio tirare fuori dal campo perché sono a mezzo metro dalla rete, finiscono per diventare punti per via di traiettorie strane, rimbalzi corti o tagli anomali. Dovrei allenarmi parecchio, fare dei cesti, meccanizzarne l’esecuzione per eliminare l’apertura che compio sistematicamente e che mi fa impattare sempre con ritardo, ma c’è il figlio da accompagnare al nuoto al sabato mattina.

Senza patemi, e senza mai perdere il servizio, io e Arny chiudiamo per 6-1 anche il secondo set, in neanche un’ora di partita. «Se perdevamo co’ questi ce levavano le racchette» commenta lo Zeo-Arny.

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Franceschiello che gioca con il compagno storico in doppio di suo papà, il Minotauro, cose tipo la reunion dei Led Zeppelin.

Mi siedo sulle tribune vicino a Eddy, talmente stanco che ha mantenuto le gambe accavallate nella stessa posizione per tutta l’ora scarsa di gioco. Entrano in campo Franceschiello e Andrea contro due terza categoria che sembrano meglio dei nostri. Gli occhi sono tutti sul maestro, che ha un soprannome particolare.

«Eddy, ma perché lo chiamate Minotauro?», domando.
«Perché il suo dritto è feroce come il Minotauro, all’epoca non lo sbagliava mai ed era imprendibile», risponde.

Alto, schiena dritta, il “Minotauro” ha una presa semi-eastern di dritto, riesce a colpire molto bene davanti al corpo e anche ad altezza della spalla, quando si trova a palleggiare sulla diagonale destra. Di rovescio apre in maniera lineare portando la racchetta indietro, come si faceva una volta. I suoi impatti sono puliti e precisi come solo chi ha colpito una pallina da tennis milioni di volte può fare. Franceschiello e Andrea fanno subito il break.

Dopo due game, il Minotauro si trova impegnato in un palleggio sulla diagonale destra. Colpisce un dritto, l’avversario rimanda, ne colpisce un altro leggermente più forte, ma il terza categoria rimette un altro dritto con un po’ di top spin. Entrambi stanno tenendo la posizione su questo scambio impostato più sulla forza che sugli angoli. Il terzo dritto è da Minotauro. Colpisce in spinta, avanzando con il piede destro nel momento in cui impatta la palla, trasferendovi sopra il peso del corpo. La palla prende velocità tanto che passa a un metro dall’avversario, sulla sua destra. Solo che la velocità è, come si dice in gergo, di un’altra categoria. Il dritto è un vincente terrificante, in tribuna gongoliamo esaltati. I nostri, chiudono 6-1 il primo set rapidamente.

Franceschiello è stata la star nei due match precedenti, il nostro giocatore più forte, ma oggi c’è il Minotauro. Quando è a rete, durante uno scambio, segue a rete un dritto e poi chiude una volée incrociata sempre dalla parte destra, tagliando la palla in basso con un leggero backspin, come fanno quelli bravi. Gli avversari sembrano un po’ scorati, noi sorridiamo in tribuna e Franceschiello cerca di fargli da spalla, cercando anche lui giocate ad effetto. Intanto, la Roma raddoppia e le due ragazze impegnate al torneo nel campo di fianco sono ancora lì a scambiare da fondo campo in quella che sembra una partita interminabile.

I nostri partono bene anche nel secondo set, e ora siamo a pochi game dalla qualificazione, in dubbio nonostante le nostre prime due vittorie nel girone. La partita è a senso unico, noiosa come la nostra; gli avversari sono malinconici, costretti a fare le comparse di fronte al rientro del Minotauro alle gare, un giocatore di cui basta solo ricordare il passato per far paura in campo, figurarsi a fronteggiarne il dritto. I due del Fioranello riescono a racimolare un paio di game, evitano il cappotto ed escono battuti per 6-1 6-2 in un’ora. Sul campo due, il match femminile continua, forse sono al secondo set dopo un paio d’ore.

Siamo qualificati come primi, e quindi accediamo alle semifinali della Coppa dei Castelli. Ci sarebbe da fare il terzo doppio, ma nessuno vuole giocarlo. Eddy sulle tribune ha ancora le gambe accavallate come due ore prima, l’impressione è che quando si tirerà su sarà per riprendere la via di casa. Io non voglio giocare, Minotauro neanche, Franceschiello si sta già acchitando il sabato sera con il telefono in mano. Ci guardiamo, non parliamo, Arny capisce e va dal loro capitano. Gli diciamo che il terzo doppio, se lo vogliono, glielo diamo senza giocarlo, come vinto. Acconsentono, ma poi arriva il giudice, un attempato signore che ha la camicia, la cravatta e un giubbotto di pelle di renna sopra, col baffo curato, che dice che comunque la partita deve iniziare per poi comunicargli il ritiro di una delle due squadre.
«Se vabbè, come no, non cacasse il cazzo», dice uno dei nostri. Il punto è loro, noi siamo in semi, si torna a Roma nord non prima del monito di Arny: «Mò so cazzi, mò ce stanno quelli forti».

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