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Primo turno

«Giudice so’ Giuliani, gioco alle 12 e 30, ma io lavoro»
«Eh, ma te mica m’hai fatto sape’ la tua desiderata»
«Come no? l’ho scritto nell’email, sono sicuro»
«Me pare de no, te credo comunque, o sai che noi famo de tutto pe accontentà tutti. Vabbè, mo come famo?»
«E come famo?, me prendo un’ora de permesso a lavoro e arrivo»
«Ah, bbravo»

E così quand’è ora di pranzo in un ventoso e feriale giorno di aprile abbandono timeline ed email per ritrovarmi in campo a giocare il primo turno del tabellone di terza categoria. Il circolo è il solito, quello del Panda, ché sta vicino casa e a pochi km da dove lavoro. La classifica 2017 mi vede alla posizione 3.4. Niente più limbo della quarta categoria: giocherò direttamente contro un discreto tennista al primo turno, uno che ha già giocato qualche partita ed è, quindi, in “clima torneo”. Sono fiducioso perché qualche settimana prima del torneo ho giocato un match di Over 40 a squadre battendo un tennista classificato 3.5 abbastanza facilmente.

L’avversario è in ritardo. Lo aspetto appoggiato alla balaustra del campo adiacente, dove si gioca un’altra partita di torneo. Fa caldo. Quando arriva mi sorride. Lo guardo mentre estrae la racchetta dal fodero, una Head, cercando di capire che tipo di giocatore è. Fisicamente sembra molto prestante, mi accorgo subito che sa giocare perché, durante i palleggi, la sua palla ha una buona velocità sia se colpisce con il dritto che con il rovescio. Ha un bel rovescio ad una mano, colpito con un movimento molto fluido, come il mio, e immagino che ne vedremo delle belle da questa parte. Capisco però che se mi regalerà qualche punto, lo farà con il dritto. Intanto, in tipo cinque minuti mi ritrovo sotto per 3 a 0 avendo fatto, credo, giusto tre punti. Mi siedo e sono un po’ confuso.

Ho sbagliato qualche colpo facile, steccato qualche dritto, fatto un doppio fallo, e sono arrivato lentamente («sei un cazzo di pachiderma quando ti muovi» mi dico sottovoce) su alcune palle. Lui, sicuro e preciso, le ha messe tutte dentro. Penso che non potrà continuare così, che non potrà surclassarmi e che il mio è giusto uno slow start. Giochiamo altri due game e mi ritrovo seduto sulla stessa sedia sotto per 5 a 0.

Penso a Paire, che il giorno prima, nel torneo di Montecarlo, aveva detto al suo coach che il suo avversario, Tommy Haas, era “nullo”, e che gli sarebbe bastato tenere la palla in campo per vincere 6-2 6-2. L’avversario serve, io non sbaglio e mi procuro tre palle break. Alla seconda riesco a vincere il mio primo game.

Servo sotto per 1 a 5 ma non ho ancora capito che tipo di partita è. Allora parto in un dialogo retorico con l’altro me stesso, quello che sa sempre tutto: ma l’avversario è più forte tecnicamente di me? Non mi pare; serve così bene che nei suoi game al servizio non si gioca? No, serve una seconda palla facile da aggredire. Il conclave mentale si conclude decretando che sono lento fisicamente, che arrivo spesso in ritardo sulla palla mentre lui sembra più leggero in campo. Non so se ho ragione o meno, peso poco più di 80 kg e ho le gambe da calciatore, da difensore di corsa, fatto sta che sento sempre di arrivare in ritardo sulla palla. Sciupo una palla per andare 2 a 5 e mi ritrovo seduto sulla solita sedia sotto di un set, 6-1.

Sono tranquillo, rilassato, non sento la pressione. Riesco a vincere il primo game del secondo set, con lui che serve, e vado in vantaggio per la prima volta nel match. Allungo sul 2 a 0 ma mi faccio recuperare sul 2 a 2 poco dopo. C’è partita adesso. Riesco ad avere più tempo per aprire il colpi e quindi a dargli più forza, giocando ben dietro la linea di fondo. La mia palla è pesante; lui sbaglia qualcosa e finalmente lo sento imprecare. Io lo faccio già da un po’. Mi riporto in vantaggio di un break, 3 a 2 e servizio, lui mi dice bravo un paio di volte quando chiudo due rovesci lungolinea alla Stan, ma non riesco a rimanere avanti nel punteggio: mi riprende sul 3 a 3.

Nonostante stia giocando meglio di lui, non riesco a staccarlo nel punteggio. Cerco di capire da cosa dipenda ma non ci riesco. Lui non molla, non butta via mai un punto, e mi pare molto determinato a battermi per guadagnare punti preziosi per la classifica. Io ho bisogno di stare avanti nel punteggio per essere tranquillo. Appartengo a quella categoria di giocatori che, appena si ritrova sotto 0-15 al servizio, pensa che il game sia andato. Ho bisogno di ricorrere a dei costrutti mentali per cercare di isolare il singolo punto dal punteggio, almeno nelle fasi iniziali del game, perché giocare sul 40-40 non è come giocare sullo 0-15. Psicologia spiccia, ragionamenti che hanno portato qualche miglioramento negli ultimi anni ma che evidenziano che, in realtà, non sono mai stato un giocatore forte da questo punto di vista.

Natura tennistica morta
Natura tennistica morta

Il vento non dà molto fastidio. Fa caldo, ma io gioco comunque con la termica. Avverto un piccolo fastidio al bicipite femorale della gamba sinistra. Cerco di non dare troppo importanza a questo, non voglio avere scuse ora che la partita è pari. Sarà passata circa un’ora quando lui riesce a tenere il servizio abbastanza agevolmente e a portarsi sul 4 a 3. Riecco il brutto presentimento. Torno al mio confessionale, la sedia di plastica verde, e penso solo a stare calmo, che la partita è tutta da decidere, e che devo tenere questo turno di battuta per mettergli pressione nel game seguente.

Perdo il servizio dopo essere stato 30-15. Non riesco a capire come sia possibile. Il punto che gli dà la palla break, sul 30-30 è il mio ennesimo colpo di manovra da fondocampo, un rovescio eseguito da dentro il campo senza particolari pretese, che esce a lato perché non mi sono posizionato a dovere. Lui serve per il match. Va 30 a 0. Poi 30 pari, e poi 40 a 30 dopo un altro mio errore banale. Invece di alzare la concentrazione in questi momenti, io l’abbasso. Matchpoint.

Qui giochiamo uno scambio super. Siamo entrambi sciolti, io non ho niente da perdere, lui è sicuro di avercela fatta. Scambiamo da fondo campo, tengo l’iniziativa, poi la perdo, perché lui ribatte colpo su colpo. Tiriamo in lungolinea con il diritto, entrambi, e poi incrociamo con i rispettivi rovesci. Superiamo i venti colpi. Stiamo ancora colpendo, a tutto braccio, ma nessuno dei due sbaglia. Alla fine lui tira un incrociato forte col dritto, io arrivo e ribatto ancora più forte sempre incrociato. La sua ribattuta esce. Siamo stremati dopo uno scambio di oltre trenta colpi. Ci guardiamo in volto, sorridiamo.

Faccio anche il punto successivo e accorcio sul 5 a 4, dopo che lui sbaglia una volée facilissima su una mia strenua difesa da fondocampo. Penso: è un segnale, o no?

Dovrei tornare in ufficio, ma non ho l’ansia. «Sticazzi se fai tardi Cla’, cerca di vincere», mi ripeto in testa senza pronunciare le parole. Devo arrivare sul 5 a 5. Perdo il primo quindici. Torna il brutto presentimento. Perdo il secondo, 0-30. Qui gioco uno scambio da fondo campo cercando di non accorciare e di prendere l’iniziativa, ma lui trova un vincente col dritto incrociato cui fa seguire un urlo selvaggio. Si incita. È finita ancor prima che il mio ultimo colpo, un dritto incrociato, finisca largo ancora per un errata posizione d’impatto.

La mestizia che avvolge questo finale di partita è tutta mia. Lui addirittura prova a imbastire un dialogo («Fai molti tornei tu?», «Questo era il primo, scappo che devo andare in ufficio»,«Tranquillo»), ma io cerco di capire il perché di questa sconfitta. Non ci riesco subito, e neanche la sera prima di andare a dormire, dopo averne parlato anche con mia moglie che mi ha visto pensieroso a cena («quanto materiale mi stai dando per un altro pezzo, mamma mia»). Condizione fisica? Età? Bad day in the office? Racchetta troppo pesante? Poi ad un tratto ho un’illuminazione. Mi ricordo che sono un tennista di periferia, e che se perdono quelli bravi al primo turno figurarsi io. Era facile.

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