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Tre anni senza Nadal

L’8 giugno del 2014, tre anni fa, Rafael Nadal batte Novak Djokovic e alza la nona Coppa dei Moschettieri. Le sette vittorie (contro Ginepri, Thiem, Mayer, Lajovic, Ferrer, Murray e Djokovic) gli portano il quattordicesimo Slam, almeno uno ogni anno dal 2005, quando vinse per la prima volta il Roland Garros. Solo che Rafa, nonostante l’ordinaria vittoria, già non sembra più lui. Fino al Roland Garros, la sua stagione è stata tutt’altro che vittoriosa.

A dire il vero è iniziato bene, il 2014, con la finale del Grand Slam di Melbourne persa contro Wawrinka, e forse solo perché Nadal si è infortunato alla schiena. A seguire, la vittoria di Rio de Janeiro e la finale persa contro Djokovic a Miami. Ma poi, sulla terra battuta, il primo campanello d’allarme: la sconfitta contro David Ferrer a Montecarlo nei quarti di finale. Penseremmo a un episodio, se non sopraoggiungesse la sconfitta contro Almagro a Barcellona, mitigata solo dal mezzo trionfo di Madrid, dove vince il torneo solo perché Nishikori si infortuna in finale. A Roma non brilla pur conquistando la finale, persa ancora contro Djokovic, rischiando di uscire nei primi due turni, contro Simon e Youzhny. E poi arriva Parigi, che sembra rimettere tutte le cose a posto.

Ma quel giorno, subito dopo aver morso la Coppa dei Moschettieri per la nona volta, Nadal sparisce. Come imprigionato nella loggia nera di Lynch, lo spagnolo dovrà aspettare un tempo preciso prima di tornare nel mondo per lui più reale, quello delle vittorie sul rosso.

Dopo “la nona”, torna a giocare ad Halle ma perde contro Brown in due facili set. La transizione terra-erba è sempre la più difficile, le ginocchia devono abituarsi a lavorare ad altezze diverse e il tempo a disposizione è poco, si dice: vedrete che sarà pronto a Wimbledon. E invece, dopo essersi preso la rivincita su Rosol, che l’aveva battuto nel 2012 proprio a Londra, esce dal torneo per mano di uno sfrontato Nick Kyrgios.

Arriva un infortunio al polso che lo costringe a saltare tutti i tornei preparatori agli US Open. Quando il 18 agosto annuncia su Facebook che salterà l’ultimo Slam della stagione perché non ha ancora recuperato dall’infortunio, il dramma è reale. Tornerà a giocare a settembre e per lui ci saranno solo sconfitte: contro Klizan nei quarti di finale a Pechino, contro Feliciano Lopez al primo turno di Shanghai e contro Coric a Basilea, tornei che gioca sebbene abbia già annunciato che soffre di appendicite. Si opererà poco dopo e salterà le ATP Finals. Il 2014 si chiude con tre infortuni: schiena, polso, appendice. Il solo Roland Garros come titolo importante vinto (escludendo Madrid). Tornerà ad allenarsi a dicembre e chissà cosa succederà nel 2015.

Il colpo più straordinario del tennis contemporaneo: il dritto di Rafael Nadal
Il colpo più straordinario del tennis contemporaneo: il dritto di Rafael Nadal

Il primo anno senza Slam: 2015

L’anno inizia con una sconfitta contro Berrer nel torneo di Doha. Gioca da numero tre del mondo anche gli Australian Open, e perde contro Berdych nei quarti di finale senza mai dare l’impressione di essere in partita. L’impressione generale, dopo averlo visto lottare in cinque set contro un carneade come Smyczek nel secondo turno, è il che il suo gioco abbia subìto una regressione. È più lento, il dritto non è più il colpo letale di una volta e la grinta non basta. Questi commenti si ripetono fino a diventare un ritornello e Nadal non fa nulla per smentirli. Riesce a perdere contro Fognini a Rio de Janeiro, vince il torneo di Buenos Aires, che gioca per la prima volta, e poi perde contro Raonic e Verdasco a Indian Wells e Miami.

Nadal si ritroverà con la stagione sul rosso, è il pensiero di molti. Ma a Montecarlo perde facilmente in semifinale contro Djokovic, che sta vivendo la sua seconda era da dominatore del circuito, perde ancora contro Fognini a Barcellona al terzo turno e poi, a Madrid, vince solo cinque game nella finale giocata contro Andy Murray. I commenti diventano ancora più duri dopo i primi tornei sul rosso. Per molti Nadal non è più quello di una volta neanche sulla terra battuta. Si riprenderà a Parigi, ancora una volta, ci si ripete: quando Rafa giocherà sullo Chatrier tornerà quello dei vecchi tempi, anche perché c’è da vincere il decimo titolo al Roland Garros.

Sulla via di Parigi c’è Roma e questa volta basta un normale Wawrinka per batterlo in due set nei quarti di finale. La classifica comincia a risentirne: esce dai primi 4 del mondo e a Parigi dovrà stare attento al sorteggio. Siede in prima fila, Rafa, mentre dall’urna estraggono il suo nome nel quarto di finale del numero uno del mondo, Novak Djokovic, che comincia a credere di poter vincere l’unico Slam che gli manca proprio perché lo spagnolo non sembra più competitivo. Ma il suo nome e i suoi nove titoli impongono rispetto, c’è chi pensa che Rafa possa ancora sferrare un colpo di coda.

Senza incontrare un giocatore capace di impensierirlo, Nadal arriva a giocarsi i quarti di finale del Roland Garros contro Novak Djokovic. Qualcuno ribattezza la sfida “Clash of the Titans”, e Nadal si illude di esserlo ancora, un titano. L’illusione dura solo un set. Il suo dritto sembra profondo come una volta, ma Djokovic è uno paziente, aspetta il suo momento perché è certo che verrà. Il serbo vince il primo set per 7-5 e chiude i due set seguenti con un parziale brutale: 6-3 6-1. Nadal è battuto come uno qualsiasi.

Si tratta della seconda sconfitta a Parigi in dieci anni, dopo quella contro Söderling nel 2009. Lo spagnolo scende al numero 10 del ranking, la sua classifica più bassa negli ultimi dieci anni. «Ha giocato meglio di me, è semplice. E quando l’avversario gioca meglio di te, quando è più in forma, succede questo. Devo solo complimentarmi con lui. Il mese scorso ho ritrovato un buon livello di gioco ma non basta per vincere. Ma continuerò a battermi e spero di tornare il prossimo anno e cogliere la mia chance». Non sono parole di resa, ma poco ci manca.

Verso Wimbledon vince il torneo di Stoccarda, su erba, ma quando deve giocare i tornei più importanti rimedia due sconfitte nette e indiscutibili. Al Queen’s, dove torna dopo parecchi anni, perde al primo turno contro Dolgopolov. Quando gioca qualche giorno dopo a Wimbledon, è sconfitto al secondo turno contro Dustin Brown, classificato alla posizione numero 102 della classifica.

Nadal esce dal campo abbattuto, con una faccia pensierosa. I giornali scrivono che i suoi tempi d’oro sono ormai alle spalle, che il fisico gli sta servendo il conto di una carriera basata su corsa e forza, e che oramai c’è poco da fare per riprendersi. È lui stesso il primo a dare credito a queste voci: «Questo è lo sport, si vince e si perde». Ormai i dubbi lo assalgono, specie quando dice che non sa se riuscirà a tornare ai livelli del quinquennio 2006-10. Alla domanda di un giornalista risponde: «Sono un buon perdente». L’esatto opposto di quanto ci si aspetterebbe da lui.

I due mille americani non curano il convalescente Nadal, com’era facile aspettarsi. Nishikori lo batte nei quarti di finale di Montreal e Feliciano Lopez al terzo turno di Cincinnati. Agli US Open riesce a perdere in vantaggio di due set a zero contro Fabio Fognini. Prima di essere battuto dall’italiano, Rafa aveva un record di 151 match vinti e 0 persi negli Slam, quando si è trovato in vantaggio di due set a zero. È un’altra certezza che viene meno e, se non bastasse, Nadal sembra ormai essersi abituato a questa nuova condizione: «Fabio ha giocato meglio, ha meritato di vincere, è stato più bravo di me. Lui ha un grande talento, ma io rispetto agli anni precedenti gioco peggio. Potremmo parlare per un’ora di questo. Se gioco con minor fiducia gli altri possono attaccarmi di più. Faccio pochi errori ma devo difendermi giocando più lungo, perché se gioco corto gli altri possono giocare i vincenti e io sembro più lento».

Al torneo di Pechino trova Djokovic in finale. Va sotto di un break giocando alla solita maniera, con il serbo che chiude i punti non appena lo spagnolo accorcia. La palla profonda di Rafa è ormai un ricordo, soprattutto col dritto. Rafa prova a rimanere in partita liberando il braccio, giocando come se non avesse niente da perdere. Perde per 6-2 6-2, finendo la partita in totale insicurezza anche per un problema alla caviglia. Sembra il miglior Nadal del 2015 ma non è riuscito a vincere più di quattro game contro il numero uno del mondo. Chiude l’anno perdendo contro Federer in finale a Basilea in tre set, perché è pur sempre un Fedal, poi conquista i quarti di finale a Parigi Bercy e perde in semifinale alle ATP Finals contro Novak Djokovic, che ormai dispone di lui a piacimento. Il 2015 di Nadal è il primo anno senza vittorie Slam per il campione maiorchino, annus horribilis in tutto e per tutto.

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Gli occhi della tigre

Il riscatto mancato: 2016

Il 2015 è stato l’anno della crisi totale, il primo in cui i segnali di declino sono stati numerosi e ineccepibili. Qualcuno comincia a far notare che dopo tutto il 2014, fatta eccezione per il titolo di Parigi – che non è poco, certo – è stato il primo anno in cui Nadal ha smesso di essere Nadal. Ecco quindi che da lui ci si aspetta un riscatto nel 2016. Intanto, una sua brutta copia si aggira per il circuito. Come il Cooper di Lynch uscito dalla Loggia Nera dopo 25 anni ma privato del suo cervello, Nadal affronta i tornei senza il gioco di un tempo.

Al suo primo, Doha, arriva in finale. C’è Djokovic, e di fare partita non se ne parla. Il divario è imbarazzante. Nadal perde per 6-2 6-1 e Djokovic passa a condurre negli scontri diretti. Agli Australian Open gioca contro Verdasco al primo turno. Il match è bellissimo, come quello di sette anni prima, ma il risultato è speculare alla storica semifinale del 2009: Fernando vince 6-2 al quinto.

Per molti è un epitaffio. Il campione è arrivato al capolinea, anche perché in Australia doveva esserci l’atteso riscatto. Di Nadal si parla come del suo gemello nascosto e ci si convince che ormai l’epoca dello spagnolo vincente è finita e che toccherà abituarsi alle sconfitte, perché Nadal è calato fisicamente e quindi tutto il suo gioco ne risente.

Le sconfitte arrivano puntuali ma con nomi nuovi. Thiem e Cuevas lo battono nelle semifinali dei tornei sudamericani sul rosso. Gioca sul cemento e perde ancora contro Djokovic in semifinale a Indian Wells. La settimana dopo, a Miami, si ritira quando è sotto nel terzo set contro il numero 92 del mondo, Dzumhur. Il motivo è il caldo, a quanto pare. Lui, il tennista nato e cresciuto su un’isola, l’atleta più abbronzato di sempre che ama giocare sotto il sole per far rimbalzare più alta la sua palla arrotata, si ritira per pressione bassa in Florida. Un’altra certezza svanita.

Di lui si parla ormai solo al passato. Qualcuno scrive che è finito, lui risponde piccato che è pur sempre il numero 5 del ranking. Mentre già da qualche anno si parla del ritiro di Federer, un altro che gioca per il grande risultato e non per vivacchiare nel ranking, Nadal si sente ferito nell’orgoglio, incapace com’è di competere coi migliori.

Si è trasformato in un giocatore molto abile a sfruttare le debolezze degli avversari ma impossibilitato a prendere qualsiasi contromisura, se l’avversario di turno è in giornata di grazia. Il suo dritto ormai rimbalza sistematicamente corto, e i suoi avversari non lo temono più come in passato. Lui stesso ne è consapevole, lo ripete ossessivamente nelle imbarazzanti conferenze stampa, che sanno dell’inevitabile tramonto di un campione.

Sarebbe anche normale: il declino arriva per tutti e la carriera di Rafa è iniziata nel lontano 2005. In quest’epoca può un campione durare più di dieci anni? Anche Federer, il longevo rivale che cambia racchette, gioco e allenatori pur di vincere un altro Wimbledon, è in crisi di risultati. Per Nadal, tutto questo non esiste. La racchetta non è un problema e zio Toni è zio Toni. Il problema è la sua testa.

Vince il torneo di Montecarlo perché Djokovic incappa nella sconfitta della salute sulla via di Parigi. Batte Monfils in finale, in un match fin troppo facile. Torna a vincere il torneo di Barcellona ma quando gioca contro i migliori, Djokovic e Murray, perde. Sempre. A Madrid e Roma non va oltre semifinale (Murray) e quarti di finale (Djokovic). A Parigi, alla vigilia del suo terzo turno, convoca una conferenza stampa. Shock: si ritira dal torneo per un problema al polso che, sapremo poi, si trascina da qualche mese. Rafa dichiara che «tornare in salute è la mia priorità, a oggi non so se andrò a Wimbledon». Non ci andrà.

Tornerà alle Olimpiadi, giocando bene e perdendo solo contro del Potro in semifinale in un bellissimo match . Il finale di stagione è mesto come gli ultimi anni: perde 7-6 al quinto set agli US Open contro Pouille, fin lì un nome come un altro, poi contro Dimitrov a Pechino e a Shanghai contro Troicki al primo turno. Capisce che è arrivato il momento di dire basta, almeno per quest’anno.

Il rivale di sempre, Roger Federer, ha dichiarato già da qualche mese che si prenderà una pausa di sei mesi, tutta la seconda metà del 2016, per occuparsi del proprio fisico. Dichiara che vuole ancora vincere uno Slam. Nadal lo emula con qualche mese di ritardo. Vuole allenarsi per bene e pazienza se Murray vince tutto, approfittando dell’appagamento di Djokovic dopo la vittoria di Parigi e diventando numero uno del mondo. Il tennis senza i due campioni più amati del decennio arranca e dà appuntamento al 2017, quando torneranno in campo dopo essersi allenati duramente, chi sulle Alpi col trekking, chi colpendo palline in spiaggia. Nessuno crede molto al loro ritorno, a Federer che vorrebbe vincere uno Slam a 5 anni dall’ultimo e a Nadal fisicamente logorato.

Con questo Roland Garros Nadal stacca Sampras nella classifica degli Slam, raggiungendo da solo quota 15.
Con questo Roland Garros Nadal stacca Sampras nella classifica degli Slam, raggiungendo da solo quota 15.

Il ritorno dei re: 2017

A gennaio Nadal-Cooper esce finalmente dalla loggia nera, dopo quasi tre anni di prigionia durante i quali il gemello scarso giocava e perdeva su tutti i campi dove era solito arrivare la domenica per poi alzare il trofeo. Lo spagnolo sembra in forma, anche se perde contro Raonic a Brisbane. Nadal è fiducioso, perde sì al terzo set ma durante la partita ha uno sguardo diverso, sembra molto più determinato rispetto agli ultimi due anni. Gioca un ottimo Australian Open, se non ci fosse un contrattempo: Federer. Sebbene sfiancato da un’infinita semifinale vinta contro Dimitrov, Nadal va in vantaggio per 3-1 nel quinto set contro Federer, che vuole tornare a essere vincente, forse ancora più di Rafa. Un nastro beffardo impedisce a Nadal di allungare sul 4 a 2: lo svizzero vince cinque game di fila e il suo diciottesimo Slam. Ma Rafa – si mormora con un po’ di indecisione – è tornato.

In conferenza stampa la litania del campione triste che non ha fiducia nei propri mezzi è sparita. Ora ci sono solo parole positive, che poggiano le basi sul duro lavoro di preparazione atletica fatto durante l’off-season, perché allenarsi duramente paga sempre, ed è l’unica maniera per ridiventare quello di una volta. Nadal è fiducioso che i risultati torneranno.

Anche perché Djokovic e Murray cominciano ad accusare infortuni e saltare tornei. Così Nadal inizia a macinare punti utili in ottica classifica. Quando gioca contro Federer, a Indian Wells e Miami, perde perché quell’altro gioca un tennis mai visto prima. Rafa non si scompone, si complimenta sempre con l’amazing Roger, e va avanti per la sua strada. Sta ritrovando fiducia, ha fatto una finale Slam, e fra un po’ arriva il rosso. Se si guarda la Race to London, Rafa è secondo dietro Federer. Impensabile un anno prima.

Qualche settimana dopo annuncia che zio Toni non lo seguirà più dal 2018, Carlos Moyá entra nel team con l’unico obiettivo di migliorare il suo gioco. Montecarlo, Barcellona, Madrid e Roma. L’unico che lo batte è Thiem nei quarti di finale romani. Ma Rafa ha poca voglia ed è sazio dopo tre tornei vinti di fila. Le sicurezze di una volta sono recuperate. Il duro allenamento invernale e i consigli di Moyá mostrano i primi frutti: il dritto è tornato a essere l’arma micidiale di un tempo, anche se ogni tanto s’inceppa; il servizio è migliorato in aggressività e poi c’è il rovescio, che da semplice colpo di manovra si è evoluto in un’arma d’attacco. Oggi Rafa lo usa per non perdere terreno e far correre l’avversario, facendo leva sull’apertura breve e sulla capacità di colpire la palla mentre sale. Sul lato del dritto Nadal ama caricare, su quello del rovescio colpire d’anticipo.

I suoi tifosi sono tornati a esultare con lui. Dopo tre anni di sofferenze e sconfitte contro giocatori che un tempo avrebbero perso ancora prima di entrare in campo, finalmente quando si affronta Rafa la paura è dall’altra parte della rete. Dopo ogni partita lui ripete solo: «Ho lavorato duro durante l’inverno».

L’11 giugno Stan Wawrinka non può rappresentare un reale ostacolo verso la restaurazione del Re a Parigi. Per tutti Rafa è il favorito fin dalla vigilia, figurarsi in finale, dove arriva fresco e riposato dopo un torneo in cui Haase, al secondo turno, è l’avversario che ha vinto più game contro di lui: otto. Wawrinka ha vinto finora tutte le finali Slam giocate. Ma in questa fa la figura di un Thiem qualsiasi.

Scrollata di dosso la tensione iniziale, Nadal insiste sulla diagonale di rovescio di Stan senza mai fargli giocare un colpo da posizione o altezza comoda. Lo costringe sempre a colpire da angolazioni diverse di campo, senza mai dargli la possibilità di giocare il rovescio lungolinea, che per essere devastante deve essere colpito all’altezza dell’anca. Nadal lo sa bene e gioca da quella parte, alternando palle alte a palle che rimbalzano più corte ma arrotate, costringendo Stan a giocare sempre in posizione precaria. E quando Stan prova a girarsi per giocare di dritto, il rovescio in controbalzo di Rafa lo costringe a correre verso l’angolo lasciato scoperto. Un capolavoro tattico che si tramuta da subito in un match senza storia.

Wawrinka, relegato al ruolo di comparsa, può solo esprimere tutta la sua frustrazione spaccando la sua racchetta sul ginocchio. Nel frattempo c’è una festa già preparata, la replica della Coppa che verrà consegnata addirittura da zio Toni per la Décima di Nadal a Parigi, il record dei record che nessuno potrà mai battere. Anni luce davanti a Borg, Nadal ribadisce di essere il giocatore più dominante di sempre sulla terra battuta, la superficie che esalta la strategia, l’allenamento, la caparbietà.

Gli striscioni “Bravo Nadal” e “10” aspettano solo il match point per essere srotolati. Un goffo tentativo di volèe di Stan Wawrinka è il segnale: Rafa a terra, lancia la racchetta e si mette le mani sul volto. Poi allarga le braccia, le gambe sono già larghe. A guardarlo dall’alto sembra quasi abbia voluto disegnare un’enorme X sul rosso di Parigi. Quando si rialza neanche piange. Zio Toni esulta, ma meno di altre volte. Xisca, la fidanzata, è rilassata in tribuna. Il discorso è la solita pletora di banalità, di complimenti all’imbattibile avversario appena battuto, a quanto è bella Parigi e all’organizzazione perché sono tutti carini con lui. Ah, e agli sponsor, certo. Insomma, la solita seconda domenica di Rafael Nadal al Roland Garros: i tre anni di assenza di Rafa finiscono qui.

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Rafael Nadal Roland Garros 2017


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