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Finale da primo turno

[…] Es Borinquen la hija,
la hija del mar y el sol,
Del mar y el sol,
Del mar y el sol,
Del mar y el sol,
Del mar y el sol.

Le note spensierate e malinconiche della Borinqueña, l’inno nazionale di Porto Rico, suonavano per la prima volta nella storia in una manifestazione dei Giochi Olimpici appena un anno fa. “Borinquen è la figlia del mare e del sole” cantavano i fan portoricani per celebrare la boricua Monica Puig, che aveva compiuto una delle più grandi imprese, se non la più grande, dell’anno, vincendo l’oro olimpico nel torneo del singolare femminile. In finale contro di lei la ben più accreditata Angelique Kerber, rappresentante della Germania, che si presentava come numero 2 del mondo, finalista di Wimbledon e detentrice degli Australian Open. La tedesca sorrideva amaramente durante la cerimonia di premiazione ma applaudiva con spirito sportivo le lacrime dell’avversaria, che aveva giocato la settimana come se fosse la predestinata, mentre chinava la testa per accogliere l’oro olimpico attorno al collo. Kerber non sapeva che di lì a poco tempo altre soddisfazioni avrebbero compensato quell’amarezza: avrebbe vinto il suo secondo titolo Slam stagionale, gli US Open, diventando la nuova numero 1 del circuito femminile.

Un anno dopo, Monica Puig riceve lo stesso caloroso trattamento dai suoi fan ogni volta che il torneo in cui gioca è ad una distanza ragionevole dalla sua isola. Il pubblico del Campo 11 di Flushing Meadows era tutto per lei nella giornata di lunedì, per il suo match di primo turno contro la trentacinquenne croata Mirjana Lucic-Baroni. “¡Sì, se puede!” gridavano gli spagnoli, facendo eco al motto di quella impresa olimpica, quando Monica cercava di risalire nel il punteggio, sotto per 1 a 5 nel secondo set, per vincere successivamente il parziale 7-6(4) e costringere l’avversaria al set decisivo. “¡Sì, se puede!”, urlavano, quando Puig salvava due matchpoint sul suo servizio, sotto 5-4. E ancora “¡Sì, se puede!” quando Puig ne salvava altri tre, sotto 0-40 5-6 nel terzo set. “¡Sì, se puede!” quando nel tiebreak decisivo, Puig vinceva quattro punti consecutivi per rimontare lo svantaggio di 0-4. Ma, alla fine, anche il pubblico si è dovuto ammutolire, quando una partita che sembrava dover per forza girare in un modo è terminata al sesto matchpoint in favore di Lucic-Baroni, col punteggio di 6-4 6-7(4) 7-6(4).

Ad un anno da quel trionfo, Monica Puig non ha conosciuto altro che insoddisfazioni sportive: due sole vittorie nei quattro tornei dello Slam; una classifica che è crollata dalla posizione top 30 alla top 70 (i Giochi Olimpici non danno punti che valgono ranking); nessun risultato di livello nei tornei WTA minori.

«Quest’anno ci sono stati pochi momenti in cui ho sentito che il mio tennis fosse costante, poi ho avuto di nuovo una ricaduta».

Puig detiene un “perfetto” score: non è mai riuscita a vincere un tiebreak nel set decisivo nei tornei WTA. Dodici sconfitte su dodici. Questo dimostra la prima debolezza di una giocatrice che ha il tennis per competere ai massimi livelli: la fragilità mentale nei momenti che contano.

«So che il mio tennis è lì, ad un certo punto tornerà di nuovo da me».

Parallelamente, anche l’altra protagonista della finale di Rio 2016, sta vivendo una crisi senza fine. Sconfitta anche lei al primo turno nel torneo di cui difendeva il titolo, uscirà dalla top 10 per la prima volta dal 2015. Eppure, appena un anno fa Angelique Kerber era la numero uno del ranking. Soltanto la parabola negativa di Dinara Safina nel biennio 2009-2010, ascrivibile ad una precaria condizione fisica, può essere paragonabile a questa. Anche la tedesca, peraltro, ha ammesso in più occasioni di avere difficoltà a ritrovare i suoi movimenti sul campo, quelli laterali, che le fanno eseguire i passanti che tutti conosciamo.

Attualmente è posizionata al di fuori dalle prime 15 della WTA Race e difficilmente la vedremo alle WTA Finals di Singapore, il torneo che seleziona le migliori 8 tenniste della stagione.

«Sono sempre la stessa persona dell’anno scorso. Penso che i risultati negativi siano conseguenti a come ho affrontato i singoli match. Un anno fa giocavo bene, quest’anno sto faticando».

Una Kerber anonima si è fatta superare nettamente dalla più promettente speranza del tennis giapponese, Naomi Osaka, con il punteggio di 6-3 6-1. Ventidue i colpi vincenti di Osaka, contro nove di Kerber. Ma questo dato non deve sorprendere: la tedesca non è mai stata una tennista dal gioco aggressivo. È invece allarmante la statistica sugli errori non forzati: Kerber non può permettersi di farne ventitré, come è successo, lei che punta a far sbagliare l’avversaria.

«Non era la mia giornata, semplicemente oggi non lo era».

Kerber è la seconda campionessa degli US Open, dopo Svetlana Kuznetsova nel 2005, a perdere al primo turno nell’anno successivo alla conquista del titolo. E questa è solo una delle statistiche negative collezionate da Kerber in questo 2016, un anno nel quale non ha mai battuto una top 20. Difficile confrontarla con la Kerber del 2016, giocatrice che aveva vinto 12 volte contro le top 10 e perdendo solo in 4 occasioni. Passiva, attendista, non profonda, assolutamente carente in intensità, aggressività e profondità dei colpi: difficile anche solo pensare che questa giocatrice fosse l’antagonista principale di Serena Williams appena dodici mesi fa.

«So di esser forte e so che tornerò ancora più forte. So che non getterò la spugna in  questo modo».

Ad un anno dalle loro imprese, Angelique Kerber e Monica Puig faticano a trovare quello stato di forma che ha permesso loro di ottenere quei risultati. Entrambe credono che questa sia solo una fase di passaggio, sperano di poter tornare a quei livelli ma ora, a dodici mesi di distanza, la speranza si fa più flebile, almeno per chi guarda il tennis dall’esterno. Altrimenti non rimane che pensare che il loro momento migliore sia coinciso con una settimana da favola, il caso di Puig, o addirittura una intera annata, quella della Kerber, periodi nei quale le due hanno giocato in stato di grazia irripetibile, prestazioni giustificabili con l’amor patrio nel caso della portoricana e con la fiducia improvvisa che ti dà la prima vittoria Slam nel caso della tedesca.

Ma questo fenomeno non è isolato e soltanto circoscrivibile a questi due casi: basti pensare a Novak Djokovic che, dopo l’annata d’oro del 2015 e il successo a Parigi nel 2016, si è riscoperto NormoNole, più svogliato e demotivato; o ad Andy Murray, che dopo aver raggiunto il terzo Slam e la vetta del ranking ATP, ha giocato uno scialbo 2017.

Certo, ci sono gli infortuni nel caso di questi due campioni, ma sono anche cali arrivati dopo un periodo ricco di soddisfazioni e che possono anche essere spiegati come un fisiologico reset del corpo e della mente dopo aver raggiunto un difficile traguardo. Lo stesso Djokovic ha confessato a Roma, uno dei pochi tornei giocati con competitività dal serbo, che non aveva ancora “realizzato” quello che aveva portato a termine negli anni passati, e cioè che non aveva avuto tempo per riflettere e godersi i suoi successi. Di lì le conferenze stampa sul ritrovare se stesso, sul bilanciare tennis e vita extra tennistica, il cambio di coach e il ruolo sempre più preminente del guru Pepe Imaz. Anche Kerber, per questi US Open, ha aggiunto un secondo coach al suo team, Benjamin Ebrahimzade, mentre Puig lavora ancora con Juan Todero, rafforzando una partnership che va avanti da due anni.

Allo stesso modo di Djokovic, Kerber e Puig stanno vivendo il 2017 sportivo cercando di smaltire tutte le attenzioni mediatiche e le aspettative dopo i successi dell’anno precedente. Anche Muguruza, dopo la vittoria del Roland Garros del 2016, ha vissuto un periodo di appannamento per poi tornare vittoriosa nell’ultima edizione di Wimbledon e diventare, quindi, la favorita di questi US Open. Questo pattern sembra indicare che per valutare realmente il valore di alcuni successi, e quindi di alcune giocatrici, bisogna prendere in esame il periodo immediatamente successivo alle vittorie. Nell’attesa, oggi sembra molto più distante quel momento a Rio de Janeiro in cui risuonava la Borinqueña mentre Angelique Kerber stringeva la mano ad un’incredula Monica Puig.

Angelique Kerber Monica Puig

Giulio Fedele è un giornalista con talento, ma come molti di coloro che hanno talento, non ha sempre la voglia di esprimerlo.
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