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Le confessioni di un italiano

«Fabio, questo tavolo, non vorrei sentire né se né ma e neanche mi pare: nessuna scusa, non hai attenuanti». Con tono incalzante, senza guardare in camera, e senza neanche un minimo di argomentazione del come e del perché si è arrivati lì, Lia Capizzi veste i panni del giudice e mette in chiaro le regole del processo morale che si consumerà sullo schermo di Sky e che vede Fabio Fognini come unico imputato. L’accusa: gli insulti sessisti rivolti al giudice Louise Enzgell durante il match di primo turno tra Fognini e Travaglia.

Il servizio inizia con Fabio seduto nel giardino di una masseria pugliese con la testa china. L’inquadratura stringe sulle mani di Fabio, sul vistoso orologio al polso destro e sulle dita che si toccano di continuo. Fissiamo lo schermo, l’empatometro è già al massimo, e quando gli occhi stanno lì lì per bagnarsi Lia sbatte la mano sul tavolo, tre volte, e ci desta dal torpore. Capizzi usa la mano come il giudice il martelletto della giustizia: lo show può cominciare.

Sembra di guardare una puntata di Law & Order: “L’imputato ha facoltà di rendere una dichiarazione”.

«Non ho nulla contro di loro [le donne], qualcuno ha scritto parlando di sessismo ma non è vero. Sono un marito, un padre di famiglia, ho una madre, una sorella: ho sempre amato le donne. E quindi il sessismo non esiste».

Fabio mette in chiaro da sùbito che è disposto a qualsiasi cosa pur di essere riabilitato dal tribunale della morale. Addirittura paventa l’ingresso nelle scuole, dio ce ne scampi. «Ho commesso un errore grave, sono disposto a qualsiasi cosa. Sono disposto ad andare in una scuola tennis, o in una scuola normale, e a parlare con i bambini, a dire realmente quello che penso» dice con tono remissivo, palesemente obtorto collo.

Ma Lia Capizzi non molla l’osso. Ha una postura aggressiva, protesa com’è in avanti verso l’interlocutore. Fabio ha le braccia sul tavolo, le dita giocano mentre la fede è ben in evidenza. Il suo sguardo è triste. Anche perché Lia è perentoria quando gli chiede come, da grande, spiegherà a suo figlio il perché di questa squalifica. La domanda è ovviamente sul come lo farà, perché il tribunale morale ha deciso che dovrà farlo, non ha scampo. «Gli dirò che ho commesso un errore».

Allora Lia passa alla donna di casa, Flavia, e chiede come la moglie ha giudicato la vicenda. Inciso: Flavia Pennetta è la stessa che fece il dito medio alla stessa, malcapitata giudice. «Flavia sa che nella vita quotidiana non sono così quindi è dispiaciuta. Io sono pronto ad accettarne le conseguenze. La cosa che mi fa più male è rivedere quei titoli, il fatto che se ne parli ancora».

Fabio è convinto di aver sistemato tutto con quella specie di scuse che ha confezionato e diramato sui social network. Forse due paroline per far notare che le sue scuse non sono state proprio il massimo ci starebbero bene. Anche perché, a margine ma non tanto, Fognini non ha chiesto scusa. Fognini ha fatto uno screenshot di una storia di Instagram come avrebbe fatto un ragazzino di 12 anni, ribadendo che aveva ragione e inserendo, addirittura, la faccina che ride. Ma a Lia Capizzi non interessa questo. Lei deve impersonificare tutte le donne del mondo, offese da quegli insulti che no, non sono sessismo, Fabio ama le donne! E invece di fare un minimo di sociologia spiccia, cercare di capire e far capire quanto è grave nel 2017 usare ancora le parole-etichette, vuole solo bastonare il Fabio nazionale.

Capizzi passa al futuro, prospettando lo scenario più brutto: «E se ti squalificheranno costringendoti a saltare gli Australian Open?». «Accetterò la decisione, chi sbaglia paga e quindi ne accetterò le conseguenze».

Capizzi incalza, Fognini guarda il soffitto.

 

Il servizio ha diversi montati. In uno di questi Fabio esordisce dicendo «io non ho nulla contro le donne»,  tradendo un mezzo sorriso per l’ovvietà che è stato costretto a confessare. La giornalista di Sky poi vira sull’esempio, sui bambini, perché come dice Fabio, «non sono stato un esempio per i bimbi piccoli, per coloro i quali sono un idolo di questo sport essendo il miglior tennista italiano in circolazione. Questa è la cosa che fa più male». E allora chiede a Fognini cosa pensa dell’eventualità che a scuola, prossimamente, qualche bambino possa chiamare “troia” e “bocchinara” qualche compagna di classe.

Ci sfuggono i motivi per i quali Fabio Fognini dovrebbe essere responsabile di tutti i troia e bocchinara pronunciati in Italia, figuriamoci quelli nelle scuole. O forse, a fine processo, lo sarebbe solo della quota parte di bambini che seguono il tennis? Come se i genitori di quei bambini non fossero i responsabili dell’educazione dei loro figli, la stessa educazione e ambiente che formano quel gergo sessista, razzista e misogino che la stragrande degli uomini usa contro altri uomini e altre donne. I frocio, ebreo, troia e via dicendo sono all’ordine del giorno in Italia come altrove, e non ci sono responsabili ultimi dietro queste parole che non siano i genitori, con la collaborazione produttiva dell’ambiente.

È sociologia da quattro soldi, lo sappiamo bene, ma cercare di portare l’intervista su questo binario, perché è per le parole usate e la loro provenienza che la storia ha fatto scalpore nel mondo, è cosa che la Capizzi non fa. Lei è troppo impegnata a ottenere la pubblica gogna di Fognini, in esclusiva per giunta – e ora ci arriviamo – per indagare sull’humus culturale di Fabio, come è cresciuto, quali sono i valori che lo hanno formato, perché disse zingaro a Krajinovic e perché, invece di dire stronza alla giudice, ha preferito troia bocchinara. Ma anche questo, facilmente spiegabile, ci interessa relativamente.

Il servizio è posticcio, confezionato ad hoc per riappacificare Fabio con l’audience, d’altronde lo dice lui stesso: è il miglior giocatore italiano, e se tu giornalista lo vuoi ai tuoi microfoni, evitando figure alla Ilaria D’Amico con il Milan, allora puoi fare domande ma non devi infierire. Fabio, lo ricordiamo, puntualmente non risponde a giornalisti che non gli vanno a genio; qualche anno fa pretese che un giornalista di una testata a lui antipatica uscisse dalla sala stampa, pena il suo silenzio. Di fatto, è uno a cui i giornalisti non piacciono salvo quando gli servono per riabilitarsi, come in questo caso. Storia vecchia e comune, lo sappiamo.

Ma torniamo a lui. Lia:  «Non hai scuse per quello che hai fatto. Hai provato vergogna?». Fabio sta per rispondere ma Capizzi piazza l’ace: «HAI PIANTO?». Le lacrime in TV, eccole qui, il lavacro dei mali del mondo. Fognini ha gli occhi lucidi, i webmaster cominciano a fare spazio nelle colonne di destra. Sembra di vedere il regista impartire l’ordine al cameraman: “Stringi! Stringi sugli occhi!”. Arriva il primissimo piano, Fabio si pente e, mentre parla, fissa le mani perché in quel momento non si sente degno di incrociare lo sguardo con la giudice Lia.

Senza dibattimento, il processo si svolge per direttissima: Fognini patteggia.

«Questa cosa non si ripeterà mai più». «E quelle due parole?», insiste Lia con tono schifato. Fabio è costretto alle promesse: «Bisognerà rimboccarsi le maniche per far sì che non succeda più». E qui Lia lo fulmina con lo sguardo, sta per intervenire ma Fabio segue a rete e mette a segno la volée vincente: «Ma non succederà più!». Missione compiuta, il ragazzo scapestrato ha promesso che non lo farà più.

Finisce il servizio, e grazie a dio anche quella nenia col pianoforte. Nessuno sorride, nessuno è più basito. Lia sembra soddisfatta, ha portato a casa la scena anche oggi. Fognini è stato messo alla gogna, ha chiesto scusa, e in più in alto a sinistra della TV c’è scritto “Esclusiva”. Fine lavorazione.

Fabio Fognini


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