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Nuovo Tuscolo, vecchi problemi

Smaltite le ferie d’agosto e con settembre trascorso a ritrovare la piena forma tennistica, ottobre è il tempo dei tornei a squadre. A Roma, in questo periodo, riparte la Coppa dei Castelli, una gara di doppio che ha tra i protagonisti il Club Nomentano, quello dove gioco io. Quest’anno il circolo ha iscritto due squadre, una nell’affollatissimo gruppo dei quarta categoria, e un’altra nel più comodo tabellone di terza, il mio.

Quest’anno siamo più forti. Oltre a me, ci sono i soliti Eddy, il “professionista” di Roma Nord che si allena “alla Roma” ma gareggia per il Nomentano; il lavoratore giramondo “Paro” che non ha mai tempo per allenarsi; Enzo, uno dei giovani maestri del circolo; e Andrea, detto il Minotauro, giocatore dal passato illustre. La novità è “Manzo”, poco più che trentenne ed ex seconda categoria ora terza per via degli impegni di lavoro. Capitano della squadra è sempre lo zio Arny, al secolo Arnaldo, un over 50 che è uno dei soci storici del circolo.

Dopo che il TC Segni ha rinunciato ad affrontarci in quello che doveva essere il nostro esordio nella competizione il calendario ci mette di fronte al Nuovo Tuscolo nella seconda giornata di gare. L’appuntamento è per le 14:30, solo che nella Capitale non si capisce mai se l’orario è quello del ritrovo o dell’inizio delle gare. Nell’interpretazione collettiva, è un po’ come l’orario delle riunioni romane: c’è sempre quella mezz’ora di elasticità, poi al limite, se si fa tardi, è colpa del traffico. Il sabato della gara, succede che Paro mi chiama perché non gioca da molto e vuole palleggiare un po’ per ritrovare il feeling con gli impatti. Vorrebbe giocare al Nomentano ma io gli dico di vederci al Nuovo Tuscolo alle due per palleggiare direttamente là. Alle due e dieci io e Paro stiamo per entrare al circolo quando arriva pure Eddy.

Il Nuovo Tuscolo è situato a Roma sud, in zona Porta Furba, alla fine di via di Tor Pignattara. Quando varchiamo la porta d’ingresso rimaniamo basiti. Il circolo è radicalmente cambiato. Una pesante opera di maquillage ha praticamente rimesso a nuovo i sei campi con piscina, palestra, giardino e sale per le feste dei bambini. L’ultima volta che c’ero stato, qualche anno fa per un’altra gara a squadre, il circolo era ancora il CRAL dell’Inps, aveva i campi scalcinati, le ringhiere arrugginite, i prati con l’erba incolta e gli spogliatoi freddi. Adesso l’erba dei prati è verde, ci sono insegne colorate con i font eleganti e coerenti dappertutto e c’è addirittura un desk per l’accoglienza, con le ragazze in divisa a presidiare i tornelli che impediscono l’accesso agli estranei.

Una di queste ci racconta che tutto è stato rinnovato, che la nuova proprietà ha fatto investimenti ingenti. Dietro il desk c’è la palestra, con i macchinari tutti nuovi, e il bar, accogliente e curato. Scopriremo poi che la proprietà del circolo è la stessa del Forum, uno dei circoli di Roma Nord per eccellenza, quelli dalla quota-socio molto alta. Con molta probabilità, oggi, il nuovo Tuscolo è il circolo più “nord” di Roma sud pur mantenendo un prezzo per essere socio di 680 euro all’anno, che magari non sembra ma è decisamente popolare per una struttura e dei servizi di questa qualità.

Arny e il Minotauro in azione

 

A completare il quartetto arriva anche Manzo. Per questo torneo qualcuno ha creato un una nuova chat di gruppo WhatsApp, nella quale in teoria dovremmo scambiarci informazioni pratiche ma che invece è un concentrato di cazzate, selfie di qualche adolescente di ritorno e messaggi sull’amicizia come neanche gli hippie negli anni ‘60 sotto l’effetto di LSD. Eddy fa le veci del capitano, scrive la formazione e si schiera in campo in coppia con Manzo. Io e Paro siamo la seconda squadra. Eddy firma la distinta e il giudice esce dalla segreteria ordinandoci di andare in campo. Noi ci alziamo dalle comode sedute in rattan con i cuscini viola ed eseguiamo quando escono Arnaldo e Andrea dalla porta che dà accesso alla segreteria del tennis.

«Dove state andando? No, no, no. Non si fa così, siamo una squadra e dovevate aspettarci, io fra un’ora devo andare via» esordisce bruscamente Arnaldo.
Noi siamo un po’ perplessi. Arnaldo cerca di bloccare l’inevitabile, e cioè la nostra entrata in campo decretata dalla firma di Eddy sulla distinta consegnata al giudice. Che infatti ribadisce: «Oramai devono entrare in campo, anzi: andate che è ora». «Sono le 14:33», esclama Arny guardando il suo orologio di marca, grande come una meridiana. «Veramente sono le 14:42» ribatte Eddy buttando l’occhio sul suo Daytona, uno dei lasciapassare dei circoli sul Tevere.

E così, mentre il borbottio di Arny con Mino che assiste silenzioso prosegue per un po’, io e Paro entriamo sul campo uno per giocare la nostra partita. C’è il sole ma c’è tanto vento, il nemico numero uno del tennis. Eddy e Manzo giocano sul campo due, all’ombra. Prima di entrare in campo Eddy mi fa: «Occhio che questi sono competitivi». Mentre palleggio per riscaldarmi non me ne accorgo. Scambio da fondo campo con un ragazzino che butta spesso la palla a rete, complice anche i rimbalzi del campo assolutamente non all’altezza del post-maquillage del circolo. Paro si scalda con un over 40 – a dir poco – che sembra toccare bene la palla. Io dico a Paro: «Capisco che non giochi da parecchi mesi ma perdere contro questi non esiste». Lui: «No no, non dire così, queste cose si dicono a partita finita». Io: «A Paro ma che stai a di’? Questi so’ scarsi».

Dopo un quarto d’ora siamo sul 4-1 senza faticare. A me basta tenere la prima in campo e rispondere da destra con dritti molto solidi mentre Paro, alto oltre un metro e 90, chiude i punti spesso e volentieri con lo smash. Il clima è spensierato, anche se durante un cambio campo notiamo l’arrivo del patron del circolo, accompagnato dai nipoti. Umberto, ottuagenario, ama seguire le squadre del club che ha fondato negli anni ‘70. Gli piace sistemarsi faccia al sole e tifare per i suoi giocatori, che questo sabato siamo noi. Dovrebbe metterci pressione. Come no.

Chiudiamo 6-2 il primo set della partita che non è spettacolare perché il vento è forte, fa rimbalzare male la palla, ne cambia le traiettorie e ci forza a commettere degli errori marchiani. Almeno così sosteniamo per giustificarci di gesti non proprio ben eseguiti. Uno di questi, una rozza volée di dritto affossata a rete e non proprio impossibile da eseguire, lo compie Eddy sul campo adiacente. Io e Paro ce lo gustiamo in diretta perché stiamo parlottando a metà campo sulla tattica del punto seguente. Mentre Eddy colpisce con le gambe rigide lontano dal punto di impatto giusto, indirizzando la pallina a rete, Paro ride. «Tié, guarda che roba», sghignazza senza farsi notare.

Eddy e Manzo, comunque, vincono facilmente per 6-2 6-0. Il nostro secondo set segue l’identico spartito del primo nonostante da fuori, sulle tribune, gli sguardi dei nostri sostenitori sembrino preoccupati. Ma questo solo perché se noi siamo distratti in campo, lasciando qualche game ad avversari modesti, i nostri tifosi lo sono altrettanto visto che fanno fatica a seguire il punteggio di una partita dall’esito netto.

A fine gara, tutti e quattro ci ritroviamo sotto la tribuna attorno al Presidente del circolo per un nuovo confronto. Arny e Mino, prima di scendere in campo, ribadiscono che la scelta di Eddy è stata sbagliata. C’è vento, ed Eddy si affretta a infilare la sua felpa color bianco candido, quella della Canottieri Roma e prodotta da Bartoni, il negozio del tennis di Roma nord. Mentre tira su la zip per avvolgersi nel morbido cotone, non manca di accarezzare la bandierina rossa con la croce gialla sul cuore, simbolo “della Roma”.

Arnaldo però non ride: è serio e ci è rimasto male per l’accaduto. Cerca lo sguardo di Eddy, seduto sulla tribuna, per ribadire l’importanza dello spirito di squadra e l’amicizia, e di come tutti ci si debba ritrovare al campo prima di decidere le formazioni, «perché la formazione si può fare solo dopo aver ascoltato le esigenze di tutti i giocatori». Eddy, che di mestiere fa l’avvocato, ascolta l’arringa di Arnaldo distrattamente, come farebbe in un’aula di tribunale nei riguardi della sua controparte, pronta a smontarla non appena il giudice gli ridarà parola. Io mi avvicino a Eddy mentre Arnaldo continua a cercare consenso alla sua tesi parlottando con chiunque. Gli ricordo che in chat Arnaldo aveva scritto che sarebbe venuto a giocare verso le 17, perché impossibilitato prima per un impegno di lavoro. Allora Eddy prende parola. «Senti Arnaldo ma tu non avevi detto che saresti venuto alle 17 perché impegnato per lavoro?», gli fa. «Eh ma stavo scherzando, poi, quando ho scritto seriamente, avevo fatto capire che sarei venuto prima». Sarà perché veste la felpa della Canottieri Lazio, il circolo dove lui si allena e che è un po’ il cugino sfigato della Canottieri Roma di Eddy, ma nessuno lo prende molto sul serio. Anche perché Arnaldo entra in campo per giocare il suo doppio assieme al Minotauro, giocando la partita che avrebbe comunque fatto con il compagno che avrebbe comunque scelto. Solo che sono le 16 invece che le 14.30. I grandi problemi dei tennisti di periferia.

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Coppa Castelli


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