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Tennisoperaio australiano: attacco ai maggiorenti

È il solito Australian Open, quello dove il caldo aiuta i nostri ragazzi, i lottatori della corsa e del top spin, gli amanti del palleggio e del sudore, solo che quest’anno, finora, abbiamo fatto tremare addirittura il Re. La delegazione del partito dei tennisti operai, che hanno di recente riconfermato il segretario uscente, era folta e agguerrita. I risultati, alla vigilia dei quarti di finale, sono i soliti. Occhio però, che non è ancora finita.

Andreas Seppi, si presentava in Australia come quando in albergo arriva il vacanziere dell’anno scorso, quello che lasciava sempre belle mance. A Melbourne park avrebbe potuto entrare con l’andatura bulleggiante, “io sono quello che ha battuto Federer, eh”. Ma è altoatesino, un mezzo italiano: persona seria insomma, come retorica vuole.

Digressione per amici degli operai, per il Made in Italy. Fognini, praticamente uno che è riuscito nella massima aspirazione italiana degli anni ‘60, ovvero: Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana, illibata o meno, per fortuna gli anni ‘60 sono lontani, vincitrice di Slam. È sceso in campo contro un hippie, giusto per rimanere in tema di sixties. Gilles Muller, con la fascetta in testa che non serve per tenere fermi i capelli, lo ha costretto a giocare quattro tiebreak in una partita. Figurarsi se Fognini poteva impegnarsi in tutti e quattro. “Al massimo ne gioco uno bene, dai”. Amen.

Il buon Delbonis, adetto alla pressa, invece si è permesso di battere addirittura Karlovic che si è ritirato. È arrivato alla sfida con l’impiegatuccio del catasto, Gilles Simon. Il francese, un vero e proprio impiegato di concetto, per una volta è andato di fretta, lasciando all’argentino la miseria di sei giochi in tre ghèm (cit. Supertennis o Roberta Vinci, a vostra scelta). L’impiegato Simon non si è fermato, ha provato, come dicono a Roma, ad alzare la capoccia contro l’amministratore delegato, tale Novak Djokovic. Addirittura, per un attimo, si è temuto che il torneo aziendale di tennis venisse cancellato, per attentato al manifesto della Corporate, quello che vuole gli operai del tennis fermarsi giusto prima della finale, in semifinale, e massimo uno per volta, per far contento il popolo, per dare un contentino al partito e al suo segretario, Ferrer.

Un altro francese, Herbert, ha battuto in quattro set Andujar, uno che qualcuno, una volta, aveva definito arrotino. Lui, che proprio arrotino non è, cioè nel senso che non arrota i coltelli girando per le città con l’Ape e con il megafono che gracchia: “Donne…”, e insomma: la sapete, già vedeva la terra battuta nei suoi sogni delle prossime settimane. Invece Garcia-Lopez ha pensato che la terra poteva aspettare, e ha vinto due partite, contro Mathieu e Brands, prima di arrendersi a Kei Nishikori. E pazienza se il giapponese è l’altro, e pure senza fortino. Ah: Brands aveva battuto al primo turno uno dei nostri riferimenti culturali, uno del nostro Pantheon, uno la cui foto è appesa dietro la nostra scrivania come quella di Mattarella nelle questure e quella di Sofia Vergara dai parrucchieri di classe, Victor Estrella-Burgos.

Grigor Dimitrov si è occupato di due nostri iscritti al partito. E, diciamocelo, per uno che avrebbe inevitabilmente perso al turno seguente, contro un Federer che sarà sempre troppo giovane per perdere contro Grigor, la cosa è un po’ seccante. Al primo turno ha lottato contro Paolo Lorenzi, che a momenti gli ruba un set e lo tiene in campo un po’ più del dovuto, sottraendolo a chissà quale attività modaiola, lui che ha dichiarato di curare il suo abbigliamento (e poi scende in campo così). Non pago, al secondo turno ha battuto un nostro nuovo tesserato, argentino ma con nonni chiaramente italiani, Marco Trungellitti. Capello riccio, barba incolta di qualche giorno e cappello da baseball mezzo sgualcito: quando l’operaio si presenta in campo vestito meglio del figlio dell’ex Ad del tennis, papà Federer.

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No, non è il casting di Sapore di Sale, (se) questo è un tennista

Ramos-Vinolas, uno che già il cognome ti induce al palleggio lungo se lo incontri sul rosso, dopo aver mandato De Bakker a fare quello che gli olandesi sanno fare meglio, cioè raccogliere le patate, si è arreso a Marin Cilic, uno che una volta ha vinto una prova del Grande Slam, uno di quei casi in cui è buona la prima e non c’è bisogno di fare il sequel. Cilic non è andato poi molto lontano, anche perché ha trovato sulla strada un nostro astro nascente, probabilmente prossimo segretario, Roberto Bautista-Agut. Robertino è abituato alle acciaierie, a uno che viene da dove hanno avvistato la madonna gli ha concesso una breve rieducazione ideologica e ha vinto il match senza perdere neanche un set. E pazienza se poi si è arreso alla soglia dei quarti di finale a Tomas Berdych, uno che se non fa quarti agli slam – e poi basta eh, per carità – non si capisce quanto sia inutile. Nell’angolo di Berdych si era appollaiato Radek Stepanek, uno che pare abbia delle virtù la più indecente, seduto proprio vicino a Ester Satorova. Vabbè l’amicizia, ma due pensieri fra una prima e una seconda palla ti vengono in testa, specie dopo il Kirgygate o il Wawrinkagate vedete voi.

Coric, la nuova stella del tennis, ha fatto cinque games contro Lajovic. E diremmo che basta così. Il sorteggio beffardo ha messo di fronte due nostri iscritti, Cuevas e Carreno-Busta, con il primo che ha vinto la partita e poi si è arreso a uno di questa ondata di rapper vestiti da tennista, questo Kyrgios di cui si dice un gran bene anno dopo anno e che, intanto, perde; contro Berdych, e il cerchio è chiuso.

Dudi Sela, nome da popstar, passaporto da membro del Mossad, si è preso la briga di far arrabbiare i tifosi di Nadal battendo il suo giustiziere. Nadal. Cioè: Verdasco. Poi si è arreso a Kuznetsov, quello russo, che pare che quest’anno vuole farsi conoscere un po’ di più. D’altronde ha sol0 25 anni, è tempo di farsi vedere in giro anche più in là del martedì pomeriggio nei tornei.

L’iscritto alla sezione FIT, Cecchinato, ha passato le qualificazioni e ha perso da Mahut. Che gli vuoi dire? Mentre un iscritto storico, già nostro segretario e ora in predicato di diventare Presidente, al secolo Tommy Robredo, si è arreso a uno di questi giovani – oramai a nel tennis a 25 anni si è giovani – che sembra voler fare sul serio, Raonic. Alla vigilia dei quarti di finale, però, Robredo è quello che ha impegnato più di tutti il canadese nelle prime tre partite. Per lui è prevista la consegna dell’encomio “Uscita con onore” dagli Slam. Il cinquantesimo, circa. Onore al compagno Presidente.

Gimeno-Traver ha perso da Smyczek, uno che un anno fa in Australia è arrivato ad un passo dall’impresa: quella di battere Nadal, per giunta in uno Slam. In seguito si scoprirà che è uno dei pochi ad aver perso contro Nadal, negli Slam e per quello rispedito direttamente tra gli hipster.

Granollers ci ha regalato una piccola soddisfazione, quella di battere queste wildcard omaggio modello punti Miralanza, ovvero rispedendo fra gli aborigeni l’australiano Ebden. Disonore ai caduti in guerra, al secolo Schwartzman, uscito in barella per crampi: inaccettabile per chi fa del fisico la propria professione. Onore, invece, a João Sousa, uno dei due, che ha addirittura strappato un set ad Andy Murray. Il portoghese ha battuto Kukushkin e Giraldo, uno di noialtri, però meritando sul campo.

Al solito, per ultimo, l’elogio va al nostro rappresentante più grande degli ultimi quindici anni (semicit.), il nostro segretario Ferrer, che raggiunge per l’ennesima volta i quarti di finale, unico rappresentante del movimento operaio tennistico, noi del “We are 99%”. Non ha perso neanche un set fino ai quarti. Ha battuto prima Gojowczycquerty, poi ha passeggiato contro Hewitt, chiedendogli la maglietta a fine partita ma non si è capito bene in che lingua, stando alle parole dell’australiano. Poi si è adagiato sui cadaveri di Johnson (che aveva battuto Bellucci: fuck you man) e di Isner. Ora però c’è Murray, e quindi speriamo in buone notizie da Kim, in Inghilterra: una epidurale.  


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