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Tennis di periferia: il nuovo socio

Per mesi ho guardato i tennisti di un circolo romano giocare la domenica mattina, mentre aspettavo che mio figlio finisse la lezione di baby nuoto. Mentre il piccolo imparava a galleggiare e a nuotare, accumulando brevetti ad ogni fine stagione con foto in posa sorridente di rito, io me ne andavo sulle tribune in cemento di questo circolo famoso per la sua scuola nuoto ma anche per il tennis, anche se non è uno di quei circoli altoborghesi come quelli di Roma nord, quelli che stanno sui fiumi.

Questo succedeva tre domeniche al mese perché la quarta, generalmente l’ultima dei trenta giorni, era possibile assistere alla lezione, un momento vissuto con profondo orgoglio quando vedevo l’infante dapprima galleggiare, e poi arrivare a fare una vasca della piscina da venticinque metri da parte a parte. Le altre tre domeniche andavo a prendere il sole su una delle due tribune del circolo, quella esposta al sole di fronte a due campi e che consente di guardare anche gli altri due, ombrati fino a mezzogiorno. Mi sedevo lì e studiavo i tennisti, i soci del club. In quel periodo giocavo a tennis una volta la settimana, con un amico conosciuto a Roma, prenotando qualche ora libera in quei pochi circoli che ancora lo consentono. Questo, non è tra quelli, tranne quando d’inverno monta il pallone per coprire due campi e allora se sei socio puoi prenotare quando vuoi, mentre se non sei socio puoi farlo solo il giorno prima, sperando ci sia posto.

Dapprima mi colpì la totale assenza di un pubblico giovane la domenica mattina. C’era solo un ragazzino, che giocava con il padre. E poi c’erano tanti vecchietti. Domenica dopo domenica imparai a conoscerli come tennisti: c’era quello che giocava col diritto e il rovescio in back; quello che non sbagliava una pallina; quello che bestemmiava e vestiva alla moda anche in campo. E poi c’erano tante signore di mezza età, meno rispetto ai circoli più importanti di Roma ma neanche poche per questo club – di certo molte di più di quante ne ho viste in 25 anni di tennis vissuto in una piccola provincia.

E insomma stavo adagiato scomodamente su questi gradoni a vedere i doppi di questi vecchietti, perché col doppio – scoprirò poi – si può stare di più in campo rispetto che al singolare. Ero molto invidioso del sole romano che i tennisti si godevano anche a novembre e dicembre, senza mai aver bisogno di coprire le gambe. Li guardavo prendersi in giro in campo col romanesco, o ascoltare i giudizi impietosi che arrivavano dalle tribune, dove c’era sempre qualche socio a farmi compagnia. I loro sguardi, che ogni tanto mi ritrovavo addosso, tradivano un eloquente “ma te, chi sei?”.

Succede poi che la vita cambi, resettandosi a ridosso dei quarant’anni. Lasci perdere un lavoro che non sentivi tuo e puoi permetterti una bella pausa, con tanto tempo a disposizione. Con il bambino a scuola e la moglie a lavoro la maniera migliore per impegnare questo tempo è il campo da tennis. Mi iscrivo al circolo. La segretaria mi spiega brevemente come funziona: quota fissa mensile, un’ora di tennis al giorno (50 minuti in verità) se i campi sono pieni altrimenti si può giocare fino all’ingresso di un nuovo socio, palestra e piscina quando voglio. D’estate, addirittura, una piscina riservata ai soli soci che scoprirò meravigliosa in quanto a pace e tranquillità. Mi chiede il mio livello di gioco, per cercarmi qualche avversario. Le dico che non perdo da un 4.1, la classifica che determina l’anticamera di un giocatore decente per quanto mi riguarda, da anni. Mi dà un paio di numeri di telefono: mando degli sms e cerco di organizzare qualche partita.

tdp nuovo socio 2
Se ti sposi e la fede dà fastidio, puoi seguire l’esempio Murray

Gioco la prima partita con uno che ha il mio stesso cognome («Occhio quando paghi la quota: dije sempre pure er nome alla segretaria sennò magari la segna a quell’altro», mi aveva ammonito uno dei proprietari dandomi il benvenuto), non il mio tennis però. Ha un buon braccio, è un 4.1, ma non è continuo: vince un paio di game in due set. Per il tipo di gioco che pratico, condurre sempre il gioco fin dall’inizio, per allenarmi servirebbe un giocatore regolarista, un bel corridore pallettaro. Sono fortunato: il secondo numero di telefono appartiene proprio a un giocatore così.

Quando incontro Mario è un sabato pomeriggio. L’avevo già visto giocare qualche volta e avevo capito che era uno in gamba. Porta i colpi in maniera sgraziata ma non sbaglia praticamente mai, ha circa 45 anni ma ha un fisico da atleta, corre tantissimo ed è anche intelligente in campo. A Roma, quelli così, li chiamano “i partitari”, cioè gente abituata a fare tornei, a non fare regali e a ragionare in campo sulle cose da fare, quello che rende divertente questo sport.  Nei 50 minuti a nostra disposizione riusciamo a fare solo un set. Lo vinco io, ma devo faticare, perché Mario non mi regala nulla e gioca come se fosse in un torneo. Gli scambi si allungano e io a fine gara ho la sensazione di essermi allenato. Sicuramente mi fa sudare. Nelle settimane che seguono cerco di giocare sempre contro di lui.

Giochiamo durante la settimana, a ora di pranzo, quando il sole è alto anche d’inverno e al circolo ci sono solo i pensionati o quelli come lui, quelli dalla lunga pausa pranzo, i cosiddetti “professionisti”: avvocati, dentisti, commercialisti, imprenditori. Gli altri soci cominciano a presentarsi, negli spogliatoi stringo mani e sorrido di continuo. Anche perché è cominciato il passaparola: «C’è un nuovo socio al circolo, e gioca pure bene». Così dicono. Allargo la platea dei miei avversari. Gioco con un buon over 50, altro super pallettaro, che però mi indispettisce per come si comporta, uno di quei chiacchieroni che devono sempre commentare il punto. Parlando di lui con gli altri soci scoprirò poi, confermando i sospetti avuti in campo, che è anche un “ladro”, cioè quel tipo di giocatori che nel dubbio chiamano la palla fuori. Lo scanserò come un appestato. Gioco poi con quel ragazzetto che ho visto giocare col padre diverse volte, un terza categoria. Con lui mi alleno bene, riesco ad allenarmi in fase difensiva, mentre con gli altri sono sempre io a condurre il gioco, e perdo anche qualche set, una cosa che fa benissimo al morale e ti fa venire voglia di rigiocare dal giorno dopo.

Succede poi questa cosa che ad un certo punto i quarta categoria, i tennisti più “malati”, decidono di voler giocare col socio nuovo, e pazienza se questo è di un altro livello. Ogni tanto mi capita di giocarci, perché avendo a disposizione solamente determinati periodi della settimana per giocare, delle volte è meglio giocare anche con gente scarsa che non giocare. Quando è così, scendo in campo cercando di allenarmi comunque, giocando come se avessi una palla sola al servizio e tirando il rovescio solo in backspin. Continuo a cercare, mentre evito questi continui inviti con il classico «certo, perché no, ci sentiamo poi che ora vado di fretta», altri avversari. Chiedo ai miei soliti con chi altri potrei giocare. Mi rispondono che ci sono tanti altri giocatori, tutti quarta categoria, ma «troppo leggerini per te», così mi dicono. Mi suggeriscono di entrare in gruppo WhatsApp dove ci sono circa 25 tennisti. Mi contatta l’amministratore chiedendomi una foto per farmi entrare nel gruppo. Parlando con questo mio amico, scopro che di questi 25 giusto un paio, di cui ho già i numeri di telefono, fanno al caso mio. Quindi, declino l’invito. E l’amministratore del gruppo s’incazza, bollandomi come stronzo, scoprirò poi. Ha ragione, ma io voglio allenarmi per fare qualche torneo e non ho tempo da perdere a giocare con gente con la quale non riesco a fare uno scambio di oltre quattro tiri.

La vera porta santa
La vera porta santa

I proprietari del circolo intanto, tramite il passaparola, un servizio d’informazione che funziona meglio delle veline parlamentari nel trasmettere punteggi e incontri delle sfide, capiscono che gioco discretamente e cominciano a fare qualche domanda: dove ho giocato, dove ho imparato, e se sono in possesso della tessera FIT per fare tornei. Sono lusingato dalle attenzioni di chi mastica tennis da una vita, e anche ad un buon livello.

Infatti, scopro che ognuno è informato sui risultati dell’altro, allenamenti o tornei non fa differenza. Sarà che ne parlano in quella mega chat di gruppo che hanno, o che comunque è la prima cosa che ti chiedono quando ti incontrano («Quant’è finita poi l’altro giorno con X?»), ma c’è il bisogno sempre di sapere i risultati del circolo, per saggiare se un avversario è caldo, se è in forma, se è il caso di giocarci contro ora o aspettare una settimana che gli passi la luna buona. Insomma: tutti sono sempre informati di tutti, una cosa a cui non sono abituato.

Anche perché io, cresciuto in un piccolo paese di provincia che neanche l’aveva il circolo tennis, costretto com’ero a raggiungere il capoluogo per quelle due ore di tennis settimanali in gruppo, andavo al circolo per giocare e poi tornavo a casa. Qui, invece, si sta al circolo diverse ore, anche più di mezza giornata. La prenotazione del campo non esiste. Se io e Mario decidiamo di giocare alle 10 di sabato, allora ci presentiamo il sabato mattina al circolo, verso le dieci of course, e andiamo in segreteria. Solo se entrambi siamo presenti ci viene assegnato un campo, il primo disponibile, per 50 minuti, 70 se decidiamo di fare il doppio. I pensionati, i veri padroni del circolo, quelli che giocano anche due o tre ore al giorno, scelgono sempre il doppio. Perché con 50 minuti manco fai a tempo a scaldarti che devi abbandonare il campo. I minuti sono talmente pochi che non si sprecano neanche a passare lo straccio al campo alla fine dell’ora, compito che spetterebbe a chi esce dal campo. Nessuno lo fa. Di solito io lo passo quando entro, perché riordinare la terra mi dà quella sensazione di torneo, aiuta a concentrarmi e ad entrare in partita con la testa.

I mesi passano e così anche la mia integrazione nel sistema circolo migliora. Continuo a stringere mani a soci dei quali non ricordo mai i nomi, giovani e anziani, promettendo sempre di giocare con tutti, specie quando qualcuno mi si rivolge con frasi tipo: «Poi un giorno vorrei l’onore di poter giocare con  te», o come quella dell’altro giorno quando ho palleggiato per un quarto d’ora con un altro socio: «Grazie dell’onore di avermi fatto giocare». Addirittura, mi chiede di giocare con lei una signora di mezza età, molto brava per il suo livello. Segno il numero sul telefono e spero che non mi chiami mai. Io giocherei con tutti se potessi, se fossi uno di quei pensionati che al mattino lasciano la moglie a casa o in giro per pascolare al circolo fra palestra, lettura dei giornali al club, pranzo nella club lounge, tennis in campo e chiacchiericcio diffuso fra una mano di burraco e l’altra. Il problema è che non ho tempo, e che avendo solo un paio d’ore a settimana per il tennis vorrei impiegarle al meglio: allenandomi e divertendomi. E questo è impossibile con questa fascia di giocatori, la stragrande maggioranza del circolo. Senza dimenticare che poi, una volta a settimana quando il clima è godibile, faccio giocare mio figlio. Al circolo c’è anche un muro, con rete disegnata e recinzione a delimitare una sorta di metà campo, dove lancio le palline depressurizzate al piccolo mancino di casa. Lui si diverte molto e praticamente non liscia mai la palla, rincorrendola nel rettangolo verde e dimostrando un’ottima capacità di capire quando deve colpire.

Ma l’integrazione è fondamentale, perché non si dica mai che l’amministratore del gruppo WhatsApp avesse ragione a definirmi “stronzo”. Quindi cedo al tampinamento di qualche socio, insistente nel voler saggiare «una velocità di palla diversa dalla mia». Uno di questi si prende un paio di sei zero, ma non demorde: «Posso riprovare fra 15 giorni?». «Certo, facciamo pure tre settimane», gli rispondo. Oppure un altro che, consapevole di essere più scarso, gioca contro di me cercando di fare lui i punti. Si becca anche lui questi set che durano un quarto d’ora, dove magari riescono pure a fare i game perché mentre gioco penso a quella bolletta che mi è arrivata o dove parcheggiare la macchina a lavoro, visto che ho preso un’altra multa lì dove pensavo ci fosse una safe area dai vigili urbani. C’è quell’altro poi, che vuole assolutamente organizzare un doppio, una specialità che mi attrae come il tennis femminile. Gente alla quale sorrido, con la quale dialogo volentieri, e che mi chiede consigli su racchette e incordature da quando mi hanno sgamato come “esperto”, ma che a giocarci a tennis contro proprio non mi va. Sono finito quindi nel limbo, quella zona verso i quarant’anni in cui i tuoi coetanei sono generalmente scarsi e allora, anche in un circolo abbastanza grande come il mio, gli avversari forti sono al massimo due o tre, fermo restando i giovani dell’agonistica che però fanno vita a parte.

Come se ne esce? Con i tornei, o con i campionati a squadra. La segreteria un giorno mi convoca chiedendomi se sono interessato a farmi la tessera. Spiego che avrei voluto già farla nel 2015, anche se sono diventato socio a stagione inoltrata, ma piuttosto che dare 120 euro alla FIT per il nulla osta li avrei strappati in coriandoli al primo martedì grasso utile. Terminato il 2015, e quindi con un anno vissuto senza tessera e una classifica da quarta categoria abbastanza bugiarda, supero la visita medica necessaria per l’agonismo e sono pronto per tornare ad avere la tessera. Tempo qualche giorno e tutto il circolo scopre che sono di nuovo pronto per le gare, a distanza di qualche anno.

Il primo impegno utile è la “Coppa Gabbiani”, un torneo che si gioca con la formula dei due singolari e un doppio. La giocano quei due o tre giocatori con i quali mi alleno, fra cui Mario, il più forte. Mi chiedono di andare a giocare una trasferta a Pomezia, 30 km da Roma, un sabato mattina. Rifiuto. Dai racconti di chi l’ha già giocata, so che il livello è basso: si tratterebbe di dare un doppio 6-1 a qualche 4.2, 4.1, per poi aspettare che finisca il match del compagno di squadra ed eventualmente disputare il doppio, sull’eventuale uno a uno. Mi partirebbe mezza giornata buona, e a Pomezia, non proprio Beverly Hills. Meglio provare a convincere Edoardo, un ex C1 mio coetaneo conosciuto da poco, decisamente un allenamento duro. Anche lui, come me, ha deciso di tornare alle gare e ora ci alleniamo una volta la settimana, alternando vittorie e sconfitte. L’altro giorno la direzione del circolo ci ha convocati per dirci che ci ha messo in squadra assieme per fare la serie D2. Forse faremo anche l’over 40, se riusciamo a trovare almeno un terzo giocatore del nostro livello. Manca un mese circa all’inizio delle gare. La Coppa Gabbiani è già un ricordo.


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