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Mattone trito e ritrito

Fino al 2008, a Madrid si giocava in autunno e soprattutto si giocava sul cemento indoor in un impianto nei pressi del centro, la Madrid Arena, fatta costruire nel 2002 con l’obiettivo di supportare la candidatura della capitale spagnola ai Giochi Olimpici del 2012. Le Olimpiadi vennero assegnate a Londra, alla fine, e nel frattempo la Madrid Arena non era più la casa del torneo di tennis che aveva rimpiazzato l’Eurocard Open di Stoccarda. Dal 2009, con la riorganizzazione e la ricategorizzazione dei tornei ATP, Madrid non solo era stato spostato di sede, ma aveva anche cambiato superficie e periodo dell’anno, andando a sostituire ancora una volta un torneo tedesco, stavolta il Masters di Amburgo.

La Caja Mágica, costruita per supportare la candidatura alle Olimpiadi del 2016 (andate poi a Rio de Janeiro), si trova in una zona più periferica rispetto alla Madrid Arena e questo è certamente uno dei principali difetti di questa costruzione bruttina, collocata in una zona di Madrid nei pressi del Manzanarre che tanto bella non è. Ma quel che è peggio, è che il cambio di superficie non trovò molto preparata l’organizzazione del Mutua Madrileña Open, uno dei tre tornei combined più importanti del circuito (visto che a livello maschile è un Masters 1000 e a livello femminile un Premier Mandatory).

Le prime tre edizioni del torneo non furono proprio come ci si aspettava: nella prima edizione, quella vinta da Federer in finale contro un Nadal che il giorno prima aveva impiegato oltre quattro ore per battere Djokovic, i giocatori arrivarono alla Caja Mágica quando ancora si stava preparando il campo e il risultato fu che molti si lamentarono delle condizioni della terra battuta. Ma pure nelle due edizioni successive, ci furono varie lamentele riguardo all’organizzazione del torneo. Nulla rispetto a quanto accadde nel 2012, quando Ion Tiriac, il patron del torneo, decise che la terra rossa sarebbe diventata blu, levandoci l’ossido di ferro e aggiungendoci il blu per farla diventare dello stesso colore del logo del torneo. Nadal, il padrone di casa, perse per la prima volta in carriera contro Fernando Verdasco e pure Djokovic, il numero 1 del mondo nonché campione in carica, si fece battere da un connazionale, Janko Tipsarevic. I due rivali, che avevano giocato le ultime tre finali Slam e qualche settimana dopo avrebbero chiuso il cerchio a Parigi, fecero sentire le loro lamentele e perfino l’estro di Tiriac dovette adeguarsi al volere dei due tennisti più forti del mondo.

Dal 2013, accantonato il blu, a Madrid hanno messo la testa a posto e hanno deciso di rendere la loro terra battuta la migliore del circuito. E quindi, come ha dichiarato al sito El Español José Miguel García, responsabile del torneo e in particolar modo della superficie, dopo le lamentele delle prime quattro edizioni, il Mutua Madrileña Open è andato a studiare dai francesi dato che in Spagna non c’è una normativa sui campi in terra, mentre in Francia, casa del torneo più importante che si gioca su questa superficie, sì. Dall’altra parte dei Pirenei esiste infatti uno standard qualitativo, la norma NF P90 – 100 del febbraio 2008, che indica chiaramente alle imprese in che modo si deve lavorare e quali materiali si devono utilizzare. «Contattammo un’impresa a cui chiedemmo di seguire il metodo francese» dice García, «e decidemmo di comprare il materiale in Francia». Fu necessario smontare e rimontare i 17 campi, levare 50 centimetri del materiale preesistente e disporre quello nuovo seguendo il metodo francese. Inoltre, l’analisi del terreno stabilì che il livello freatico (il livello della superficie freatica, cioè il livello che separa il terreno dalle falde acquifere sotterranee) era superiore al previsto. Si rendeva quindi necessario un impianto di drenaggio più efficace.

Ma la grande novità del 2013 fu l’arrivo del craón, la terra che si estrae a nord di Parigi e che viene utilizzata al Roland Garros. Arrivarono circa 1.800 tonnellate (circa 100 per campo) di craón e tutti i giocatori, Nadal in testa, si accorsero del grande cambiamento. La cattiva qualità della terra utilizzata, unita alle condizioni climatiche speciali di Madrid (che si trova a circa 700 metri sul livello del mare), faceva sì che il rimbalzo fosse molto irregolare e gli scambi molto corti. Con gli accorgimenti di tre anni fa, sostiene García, gli scambi si sono allungati e le condizioni di gioco di Madrid sono diventate simili a quelli degli altri tre grandi tornei su terra battuta: Montecarlo, Roma e Parigi, tre tornei che hanno una storia molto più lunga di quello madrileno.

Tutto il lavoro svolto dal Mutua Madrileña Open, tuttavia, non toglie che questo torneo sia il più distante dalle condizioni di gioco che si trovano a Parigi. Sia Montecarlo che Roma – per quanto riguarda la velocità di palla e il rimbalzo – hanno condizioni di gioco molto più vicine a quelle di Parigi. Tutto sommato, comunque, è Roma il torneo più adatto per la messa a punto in vista dello Slam: la somma delle condizioni climatiche e di superficie fa sì che il torneo romano sia quello più vicino al torneo parigino e in questo senso lo scambio in calendario con Madrid (che fino al 2010 si giocava dopo Roma e prima di Parigi) è stato fondamentale. Gli Internazionali BNL d’Italia, così come il Montecarlo Rolex Masters, continuano ad utilizzare una terra diversa dal Roland Garros: è quella prodotta da Terre Davis, un’azienda italiana che è stata fondata nel 1975. Ma la cosa più singolare è che nessuno dei tre tornei principali che precedono il Roland Garros usano le stesse palline dello Slam francese, altro fattore molto importante per la velocità di un campo: nel 2011, infatti il torneo parigino decise di passare dalla Dunlop alla Babolat, causando qualche mugugno tra i tennisti meno avvezzi al cambiamento.

Mantenere un campo in terra battuta, anche se non è costoso come un campo in erba, non è facile e specie durante un torneo richiede un’attenzione costante. Si tratta di quattro strati molto diversi e quello che si trova in superficie è anche il meno spesso: prima di tutto c’è uno strato di pietra di circa venticinque centimetri, poi uno di quindici di scorie metalliche sopra ad uno strato calcareo di dieci e infine quei tre millimetri di mattone tritato su cui scivolano le scarpe dei tennisti. Al Roland Garros lo staff comincia a bagnare i campi verso le sei del mattino, cinque ore prima dell’inizio delle partite, con una particolare attenzione – specie quando piove – per il Suzanne Lenglen e per i campi 3, 4 e 5, che si trovano su una lastra di calcestruzzo che rende più difficile il drenaggio dell’acqua. Il Suzanne Lenglen, in particolare, ha un sistema per il controllo dell’umidità che consiste in due grandi vasche che raccolgono l’acqua e si svuotano a seconda del volume d’acqua che contengono.

Occorre farsi trovare preparati, perché quando comincia il torneo non c’è più tempo per correre ai ripari. Gli organizzatori degli Internazionali BNL d’Italia, che inizieranno domenica, dovrebbero aver imparato dai loro errori dello scorso anno, quando alcune buche nel terreno che apparvero nelle fasi finali del torneo provocarono le ire di Maria Sharapova, Roger Federer e soprattutto di Novak Djokovic. «Da quel che so, hanno cominciato a preparare i campi solo tre settimane fa. Non è abbastanza per un torneo di questo livello» disse il numero 1 del mondo, che nonostante i problemi della superficie (cui aveva provato a rimediare con un inutile cambio di scarpe) riuscì a battere abbastanza agevolmente Ferrer in semifinale e Federer in finale. Più che un problema di terra, è un problema di organizzazione: secondo Michele Corsiero, intervistato da Tennis Best lo scorso anno, Montecarlo, Madrid e Parigi preparano i campi con due o tre mesi di anticipo, curando nel dettaglio quello che è sfuggito lo scorso anno agli organizzatori del torneo più importante che si gioca in Italia. Nella competizione con Madrid per diventare un torneo di categoria differente rispetto agli altri Masters 1000 (nel 2019, infatti, potrebbe esserci una riorganizzazione delle categorie dei tornei ATP) si terrà conto anche di questo.


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