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Per amore di Federer

Ad un certo punto quattro mila persone si sono ritrovate a fissare un campo da tennis vuoto. Battevano i piedi sul cemento delle tribune impazienti, mentre prendevano il sole che stava per calare alle spalle di Monte Mario. Il loro vociare era confuso e alimentava senza sosta il brusìo di fondo delle tribune del campo centrale  di Roma, pieno per oltre la metà.

Quando ci siamo affacciati su queste tribune, dopo avervi indirizzato non poche persone ignare del fatto che Roger Federer si sarebbe allenato alle 18 sul campo centrale, aperto a tutti nel sabato delle qualificazioni, l’emozione nei visi dei tanti italiani sopravvissuti, loro sì, ai match di qualificazione, era palpabile. Sorrisi imbarazzati sulle facce degli adulti, risa di goia sui volti dei tanti bambini, e solo perché il più amato del tennis sarebbe sceso in campo ancora una volta. E pazienza se solo per un allenamento: Roger non doveva manco esserci in questo torneo che poi non ama neanche tanto, forse; forse ogni anno gli piace giocare a tenere i fan romani con il fiato sospeso, per poi presentarsi per abitudine, magari per andarsi a mangiare la solita carbonara a Trastevere, da Trilussa.

E insomma, verso le 18, siamo usciti dalla tribuna per andarci a sedere sul campo d’allenamento posizionato fra il centrale e il Pietrangeli, dove Goffin e Thiem stavano giocando di fronte a una cinquantina di persone. Il viale del Foro era sgombro. Sul Pietrangeli c’era un nome grosso per il sabato delle qualificazioni, Ernsts Gulbis, alle prese con un’annata indefinibile dal punto di vista delle intenzioni, uno dei più tormentati del circuito. Ma, anche lì, nello stadio da tennis più bello del mondo, non c’era praticamente nessuno a seguire la sua partita.

I giocatori entrano sul campo centrale da un ingresso laterale che dà su via dei gladiatori, quel viale lungo che costeggia l’impianto dal lato di Monte Mario e che va dritto verso la curva sud dello stadio Olimpico, dove entrano le squadre di calcio di serie A e dove ci sono sempre i soliti capannelli di tifosi pronti a intimidire gli avversari.

Centinaia di persone presidiavano questo ingresso, erano bambini coi loro genitori perlopiù. Stavano aspettando lui, Federer, che non fa assolutamente nulla per sembrare un Divo e il cui carisma è sempre stato legato solo al modo in cui gioca a tennis. Mentre Thiem  e Goffin giocavano la loro partita, ogni tanto il nostro sguardo si posava su questa marea che aspettava l’ingresso di Federer, quello che scalda i cuori e fa vendere i biglietti, tanto che il Corriere dello Sport di Roma ha dedicato a lui la prima pagina dell’inserto distribuito gratuitamente al foro, quando Djokovic, Nadal e Murray sono i veri favoriti del torneo. I giovani fan erano lì, con le foto dello svizzero e le giganti palle da tennis gialle pronte per l’autografo della vita. Ad un certo punto tutti si sono messi a urlare. Era lui, era arrivato. Roger neanche si è emozionato, imperturbabile di fronte ai fan festanti come si può fare solo davanti a un’abitudine. Da fuori il livello d’emozione rispecchiava però chiaramente la più grande idolatria mai vista attorno ai campi da tennis. Per Nadal non è così. Per Djokovic ancora meno.

Mentre Thiem e Goffin giocavano di fronte a noi a bordo campo, dando spettacolo, l’ovazione dei quattro mila ci ha fatto girare subito di scatto verso il centrale. Il re era entrato. Gli applausi arrivavano ogni tanto a scandire qualche bel colpo di Roger, e tutti erano felici di stare a vedere il loro campione. Fra Valvassori e Caruso, fra l’americano Fritz che non sembra quel campione di cui si dice e qualche match femminile programmato giusto per riempire i campi periferici, l’allenamento di Federer era il posto dove stare.

Questo fenomeno, perché di fenomeno si tratta, ha i canoni del misterioso. Federer è indiscutibilmente il giocatore di tennis degli anni 2000 più bello da vedere. È il giocatore meno banale dal punto di vista tennistico, quello dei tocchi delicati, dei movimenti fluidi e perfetti. Roger è l’unico giocatore di alto livello a ricordarci che nel tennis si possono ancora giocare le volèe. Ma dietro questo non c’è molto altro.

Le algide conferenze stampa non lasciano mai grandi frasi nella nostra memoria. È un giocatore che si muove, come tanti altri, nei corridoi del politically correct, sempre preciso e corretto e mai sopra le righe dentro e fuori dal campo. Davydenko, qualche anno fa, disse di lui: «È bello. Vince gli Slam. È svizzero. È perfetto». Sempre molto attento a non dire qualcosa che possa essere scambiato per significativo, lasciando ai giornalisti l’impresa di dover leggere tra le righe, nelle espressioni, nelle inclinazioni della voce, nei non detti, cosa pensa davvero Roger Federer.

Non è dannato come Connors, non è maledetto come McEnroe, non è tormentato come il Divo per eccellenza del tennis, Borg. Eppure nessuno di questi campioni, veri e propri capi carismatici, gente che avrebbe potuto guidare dei partiti politici, ha emozionato la platea come riesce a fare Federer oggi. Lo svizzero è arrivato a fine carriera, non vince uno Slam dal 2012 e probabilmente non ne vincerà più, ma tutti però corrono dove c’è lui. E non solo i fan dell’ultim’ora, quelli che devono assolutamente vederlo dal vivo prima che smetta di giocare, parliamo anche di chi l’ha visto dieci anni fa, nel culmine del suo splendore tennistico, e che ancora oggi va a sedersi fra quei quattro mila.

A ogni vigilia del torneo, ormai, ai fedeli tocca stare collegati costantemente su Twitter. Gioca? Non gioca? Ha fatto una smorfia mentre colpiva di rovescio! Prima il ginocchio, poi la schiena: i ritiri da Dubai e Indian Wells (annunciati per tempo) e da Miami e Madrid (poco prima di scendere in campo) hanno costretto i tifosi a realizzare che anche il loro dio è fatto di sangue, carne e ossa. E Roma, come ormai da tradizione, non fa eccezione. Basta un tweet che insinua un possibile forfait e i retweet, le citazioni e le emoticon terrorizzate cominciano ad affollare il social network che più di ogni altro risente dei capricci emotivi dei tifosi, nonché della superficialità di alcuni media. È tutto parte di una narrazione più grande: tutti parlano di Roger, tutti vogliono sapere se avranno l’occasione di vederlo – chissà – almeno un’altra volta. Perché potrebbe essere l’ultima e nessuno vuole essere impreparato, tra dieci o vent’anni, quando gli verrà chiesto: “Ma tu te la ricordi l’ultima volta che hai visto giocare Roger Federer dal vivo?”.

I tennisti di oggi non sono più interessanti per quello che fanno fuori dal campo: i numeri 1 a fine anno vincono spesso e volentieri il Laureus Sport Award perché sono talmente impegnati ad eccellere che finiscono per fare incetta di quasi tutti i tornei più importanti. E così, focalizzati al massimo sul tennis, non c’è spazio per il resto: non per i battibecchi, non per le polemiche, non per le frecciate. Una volta c’erano Lendl e McEnroe che si odiavano molto più che agonisticamente, oggi ci sono Federer, Nadal e Djokovic che non fanno che congratularsi tra loro.

E così, in questo appiattimento delle personalità, è rimasto solo il tennis. E allora è logico che sia Federer il più amato, il più seguito, il più ricercato. Ed è altrettanto logico che al secondo posto ci sia il tassello mancante: il nemico perfetto, la nemesi, l’esatto opposto dell’apollineo federeriano. In due parole, Rafael Nadal. Per Djokovic, purtroppo, è rimasto poco: oggi è amato più che in passato, perché finiamo sempre per ammirare i migliori di tutti, ma il ricordo di quei due là che sono venuti prima di lui continua a permeare il tifo di mezzo mondo. Forse non è razionale ed è ingiusto nei confronti di questo povero cristo: ma è una religione, il tennis, dopo tutto.

Roger Federer


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