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Tennishipster: ci sedemmo dalla parte di Berankis

Mentre tutto il mondo spulciava gli archivi per trovare qualche notizia in più su Marcus Willis, mentre la BBC dedicava ampio spazio al numero 775 del mondo e ai suoi dieci tifosi, mentre gli “eroe”, le “favole”, i “sogni” si sprecavano, che cosa faceva il nostro tennishispter, da sempre sostenitore degli outsider, dei perdenti senza speranza e di chi viene dimenticato? È ovvio, se lo si conosce un po’: si sedette dalla parte di Ricardas Berankis, visto che tutti gli altri posti erano occupati. Il tennishipster ha sempre avuto un debole per questo lituano. Sarà per quel cappellino così fuori moda, oppure per quel viso pulito da eterno sedicenne alle prese con l’acne, chi lo sa. Oppure, molto più semplicemente, perché Ricardas Berankis è un tennista fatto per stare nell’ombra. È un tennista che è sempre pronto a fare un passo indietro in un mondo pieno di gente che schiuma di ambizione per fare un passo in avanti. Ricardas Berankis è l’applicazione che non diventa mai arroganza, è la testardaggine che sa quando si deve fermare, è l’umiltà che non fa mai dubitare della propria autenticità.

Il tennishipster conosce i risultati negli Slam di Berankis a memoria. Dopo quella vittoria agli US Open da junior – sembra ieri, invece sono passati nove anni – il nostro fanatico non si è perso una partita del suo idolo. La caccia alla seconda settimana degli Slam, però, è stata sempre infruttuosa. Berankis non è certo il primo numero 1 junior che poi non riesce a fare il salto tra i grandi, ma il tennishipster avrebbe giurato su un suo radioso futuro. Radioso per i tennismainstream, si capisce, ma il tennishipster è un padre comprensivo. Berankis, però, non ha mai voluto deluderlo, non c’è altra spiegazione. Solo in due occasioni il lituano è arrivato ad una partita dagli ottavi, ma in quel caso ci si è messo il tabellone a sbarrargli ogni possibilità: agli Australian Open 2011 si fece superare da quel motorino umano che è David Ferrer, due anni più tardi, ancora a Melbourne, ci pensò addirittura Andy Murray.

Lui, come pure il tennishipster, ha fatto, come si suol dire, buon viso a cattivo gioco. Quando ha capito che il tennis delle teste di serie, dei montepremi a sette cifre e degli stadi da 15.000 spettatori non erano fatti per lui, ha capito che avrebbe potuto garantirsi la sopravvivenza in questo mondo così ingiusto verso le buonanime giocando nei Challenger. Quest’anno il tennishipster si è dovuto arrabattare tra streaming di scarsa qualità per veder giocare Ricardas, mentre il lituano metteva in fila una vittoria dopo l’altra. I punti ATP continuavano a crescere e lui, irreprensibile, non smetteva di giocare in questo circuito così bistrattato. Finale a Raanana; vittoria a Guanju e a Nanjiing; semifinale a Taipei (ah, la geografia dei Challenger!): sembrano risultati di poco conto, invece Berankis in poco meno di due mesi era riuscito a scalare 30 posizioni fino a raggiungere il suo best ranking.

Per la prima volta era tra i primi 50 del mondo, seppur l’ultimo della fila. Ma è allora, proprio allora, che le cose hanno cominciato ad andare storte. Prima una sconfitta per ritiro al Challenger di Busan; poi una in tre set con Marsel Ilhan ad Heilbronn; infine, l’errore definitivo: la partecipazione ad un ATP 250. Poco importa che si tratti della categoria inferiore; tantomeno importa che si tratti di quel tipo di tornei che si gioca la settimana prima degli Slam, ed è quindi terreno di caccia per le seconde linee. Berankis, con quella sconfitta in due set contro Ernests Gulbis, condannò sé stesso e il tennishipster lo sapeva ben prima dei break che sancirono il punteggio maledetto, quel 7-5 7-5 che non ti concede nemmeno la consolazione di un misero tie-break. Di lì in poi ogni cosa venne da sé senza che Ricardas Berankis potesse farci nulla: la sconfitta in tre set contro Nicolas Mahut al primo turno del Roland Garros; due inutili vittorie in un Challenger a Prostejov, interrotte da un’altra promessa mancata, Martin Fucsovics; le sconfitte al primo turno contro Jaziri e Evans ad Halle e a Nottingham. E infine, il maledetto sorteggio di Wimbledon.

Il trofeo per il finalista più hipster del circuito Challenger.

Quando Berankis, che naturalmente non era testa di serie, venne sorteggiato con un qualificato, il tennishipster aveva quasi esultato. Ne sarebbe venuto fuori un gran match, ne era sicuro, magari in cinque set. Berankis avrebbe poi chiuso contro il divoratore di sogni altrui, certo, ma come poter ribellarsi alla presenza perenne e asfissiante di Roger Federer? Tutto quello che chiedeva il tennishipster era un buon primo turno, per potersi divertire con il suo idolo prima di cedere le armi a chi ha ceduto sé stesso per ottenere un po’ di vanagloria.

Invece il fato, e ormai il tennishipster dovrebbe saperlo, riesce sempre a prenderti in contropiede. Quando è uscito il nome di Marcus Willis, che naturalmente il tennishipster conosceva da molto tempo e che era nel suo radar da quando aveva vinto i play-off per giocare le qualificazioni (quanto è tortuoso e affascinante il sottobosco!), il tennishipster aveva già capito cosa sarebbe successo. Troppo gentile, Berankis, per non farsi da parte, per non lasciare che Willis realizzasse finalmente il suo sogno, ché tanto lui negli Slam ha già vinto la bellezza di nove partite. Troppo buono per giocarsela davvero contro il nuovo cocco dei media, che nell’arco di due giorni aveva già conquistato 20.000 follower su Twitter, più di dieci volte di quanti ne abbia lui. Troppo umile per rubare i titoli dei giornali al suo avversario, a cui hanno già dedicato dei cori da stadio, mentre i suoi tifosi non si degnano nemmeno di aggiornare la sua pagina italiana su Wikipedia, ferma al 2011.

La favola è finita come tutti volevano che finisse. E il merito è di Ricardas Berankis.

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Ricardas Berankis Tennishipster Wimbledon 2016


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