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Il limbo

Al semaforo tra via Ojetti e via Nomentana, in direzione GRA e con il quartiere Talenti alle spalle, c’è un mendicante. Ha la barba lunga e incolta, i capelli spettinati e gli occhi azzurri. Non porta i pantaloni (o forse li ha corti) ma ha un cappotto lungo sempre abbottonato che gli copre le gambe fino alle ginocchia; veste così in tutti i mesi dell’anno e ai piedi ha sempre e solo le stesse ciabatte. Quando scatta il rosso, lui passa in rassegna le auto reggendo una ciotola in mano. Cammina svelto sperando di ricevere qualcosa, forse, visto che non indugia sui finestrini e considerato che, se gli dai una moneta, lui non cambia mai espressione. Non c’è pietas prima, non c’è gaudio poi. Il suo atteggiamento da duro e puro, da persona che non ti giudicherà se tu gli lascerai una moneta o meno, è quello di uno che si considera alla pari di tutti quelli che gli passano davanti.

A Roma, se piove, il traffico in orario post ufficio impazzisce ancora di più del solito. Figurarsi nei pressi di quel semaforo, che hai visto passare da rosso a verde e poi di nuovo a rosso per almeno dieci volte in attesa di attraversare quella strada per entrare al circolo tennis Panda. Lui non c’era, forse faceva troppo freddo, o forse a quell’ora si era semplicemente stufato di fissare via Nomentana in attesa del rosso.

Il buio dell’autunno, che diventa ancora più profondo con il ripristino dell’ora legale, cambia tutto anche per il tennis. È così che entri al circolo e trovi una sola luce, quella della segreteria, perché i campi sono tutti al buio e l’aria è spettrale, e vabbè che mancano pochi giorni a Halloween. Aspetti un po’, trovi il giudice, completi l’iscrizione. «L’avversario è già qui, cambiati e vai al campo 8» ti dice, indicando un punto del circolo completamente buio. «Vabbè ho capito, tanto ora accendo le luci, così lo vedi illuminato appena esci dallo spogliatoio».

Fa freddino, ci saranno una decina di gradi, un po’ pochi per praticare uno sport all’aperto che esige i pantaloncini corti per muoversi in libertà e che, anche di sopra, in zona torso, non è che puoi giocare con la felpa. Oltre al freddo c’è tanta umidità, dannata pioggia, e il campo è praticamente bagnato. Se in alcuni circoli non ti farebbero mai giocare perché potresti rovinare il manto, al Panda c’è da mandare avanti il torneo e non ci si possono permettere ritardi: i match del giorno vanno completati, e pazienza se sulle righe si scivola. Al torneo è giunta l’ora dei quarta categoria “alti”, i 4.2 e i 4.1, chiamati al turno decisivo per entrare nel tabellone dei terza “bassi”, i 3.5 e 3.4: è un meccanismo molto simile, seppur rovesciato, di quella puntata di Black Mirror in cui ogni persona è riassunta da un numero che indica il suo valore sociale. Qui, però, non si punta ad arrivare sopra il 4.5, la soglia necessaria per poter affittare una casa nel quartiere più esclusivo della città.

Questo circolo è la zona di mezzo, il limbo dantesco, quel girone dove si sta stretti perché si è in tanti, tutti tennisti di quarta categoria che vogliono migliorare la classifica per fare il grande salto, diventare dei tennisti di terza categoria. E pazienza se riusciranno a essere al massimo dei 3.5, il primo gradino utile dei terza, tanto un posto in galleria quanto in platea ti permette di dire “io c’ero”.

E quindi il popolino del tennis, la quasi totalità delle centinaia di migliaia di tesserati che dichiara la FIT, sono i poveri ma tanti di cui parla Brecht, quelli che si iscrivono in massa a questi tornei solo per migliorare questi punteggi scolpiti come marchi: sono le classi sociali del tennis. C’è l’amatore classificato 4.6 solo per aver vinto una sola partita di torneo, magari l’unica giocata in vita sua, e che vede come un miraggio la posizione 4.1, cinque gradini di distanza colmabili solo con tanti anni di allenamenti. I capofila della quarta maramaldeggiano quando si trovano di fronte giocatori inferiori poco più che amatori; sono costretti a non perdere mai contro i più scarsi e devono vincere contro quelli più forti, pena la permanenza nel limbo. Tu, che ora sei classificato 4.1 dopo la promozione di metà giugno, sei finito di nuovo nel limbo. C’eri già passato anni fa, e oggi come allora vuoi provare a tirartene fuori.

Esci da uno spogliatoio insolitamente caldo per essere un circolo di periferia e guardi l’avversario che corre in campo. Il suo fisico è pingue, e quando corre, mentre muove le braccia in alto senza arrivare all’altezza delle spalle, risulta goffo. Ti presenti, gli stringi la mano, sai bene che non ricorderai mai il suo nome. Fa freddo, è ottobre d’altronde, anche se l’ottobrata romana è la stessa che ti fa godere il tennis del sabato a ora di pranzo e desiderare il divano di casa sotto la copertina alle otto di sera di un qualsiasi giorno lavorativo, specie se ha piovuto. Mentre palleggi per riscaldarti, noti che non ci sono più i colori attorno a te; c’è solo il buio, quello che ti fa passare la voglia di giocare colpo dopo colpo.

Scaldi il dritto e il rovescio da fondo campo cercando di trovare le misure, fai due volée e tralasci di scaldare lo smash; quando tocca ai servizi, non ne provi più di sei, tre per lato. Hai fretta di iniziare, specie se l’avversario fa la stessa cosa. Non ti sorprendi e neanche ti preoccupi quando perdi il primo game, al servizio, con ben tre doppi falli di fila dal 15-15. Anche perché l’avversario non è di quelli che ti darà problemi: è un 4.2 irregolare, capace di colpi vincenti, palle tagliate dalle traiettorie strane e (tanti) errori di misura da fondo campo. E doppi falli. A te basta tenere la palla in campo, colpire piano perché non la vedi bene, fra l’illuminazione scarsa e quell’astigmatismo che ti costringe agli occhiali di fronte al computer. Seppur un solo gradino vi separi in classifica, la differenza reale è tanta. Chiudi 6-1 il primo set in un quarto d’ora, perché ai cambi di campo neanche vi fermate.

Le sedie sono bagnate infatti, non c’è un posto asciutto dove poggiare la borsa, abbandonata sui gradini della tribuna coperta, ovviamente vuota. L’avversario fa sùbito un paio di game, forse ci crede, ma tu sei tranquillo. Cerchi di scrostarti la terra umida dalle scarpe colpendo duro le suole con la racchetta, come fanno i professionisti. Solo che la terra è talmente zuppa che rimane là. Si scivola un po’, le palle da gialle sono diventate marroni e tu stai attento a scegliere quelle che rimbalzano di più, perché faranno viaggiare più veloce la palla. Giochi qualche game in maniera concentrata, chiudi 6-2 e non sono neanche le nove di sera.

Dietro la rete verde c’è via Nomentana e il suo incessante rumore

Questa vittoria vale l’ingresso nel tabellone dei terza categoria, dove troverai finalmente qualcuno che ti darà qualche pensiero in più. È un 3.5 l’avversario del giorno dopo, e si gioca ancora di sera. Fa più caldo, e infatti al semaforo il tuo mendicante preferito c’è. Questa volta svuoti addirittura il contenitore degli spicci nella sua mano mentre aspetti la luce verde. Ti scaldi meglio del giorno prima ma serve a poco, visto che vai sùbito sotto nel punteggio. Sei sotto di un break, e il capannello di persone che supporta il ragazzo si esalta, specie quando va a servire sul 4-3. Ma tu sei tranquillo, vinci tre game di fila e vanifichi tutte le speranze del giovane. Il pubblico si calma.

«Parti bene nel secondo così non lo rimetti proprio in partita», ti dici. E invece lo fa lui il break. Ma recuperi, vai 2 a 1, e sul 2-2 sei tu a conquistare un break di vantaggio. Finisce tutto lì, anche perché nell’unica palla break che concedi, con l’avversario che spinge il dritto anomalo sul tuo rovescio, decidi di tentare quel colpo là, quel rovescio lungolinea che colpisci con i piedi fuori dal corridoio e dietro la linea di fondo, da posizione difficoltà 9. La palla va dritta lì, dove volevi tu. È un vincente straordinario e questa volta il capannello applaude te. Chiudi 6-2, tutto sommato è stata una partita facile.

La partita dell’anno
Vorresti un 3.4, invece ti tocca un 3.3, che è il gradino di svolta della terza categoria. Se i 3.5 sono praticamente dei quarta che fanno le cose dei quarta un po’ meglio e i 3.4 sono dei terza categoria puri, i 3.3 sono quei giocatori che stanno salendo o scendendo, e che hanno una solidità che non è propria dei due gradini inferiori. E difatti il tuo avversario, un imberbe ventenne che ti dà del Lei quando ti stringe la mano, colpisce forte. Ha un buon servizio, dritto e rovescio sono potenti e stanno sempre in campo. Te ne accorgi già dai palleggi, ma riesci comunque a fare il primo game con un po’ di mestiere, anche perché hai capito che dovrai giocare almeno un metro dietro la linea di fondocampo, cose da terza categoria.

Sali 2-1, perché sei tranquillo e da fondo campo spingi molto, specie con il dritto. L’avversario scoprirà che a velocità di palla non gli sei per nulla inferiore, anzi. Si sorprende quando lo agganci sul 3-3, e lì si accorge che dovrà impegnarsi per vincere. Tu, a questo punto, ci credi, anche perché i punti più belli sono i tuoi; non senti la pressione, d’altronde non hai niente da perdere, e sali 5-4 per te, servizio suo. Forse la sente lui, la pressione, perché fa un doppio fallo. Tu giochi aggressivo fin dalla risposta e il 6-4 arriva puntuale.

Stai giocando benissimo, con il dritto tieni il ritmo alto, ma l’avversario non molla anche perché corre molto. Ti prendi, inspiegabilmente o forse sì, una pausa. Lui va 4-0 in dieci minuti, come se tu dovessi rendergli qualcosa, come se l’aver vinto un set con un 3.3 fosse stata lesa maestà, quando invece sai che il tuo livello non è di certo quello dei quarta. Accorci sul 4-1, ti procuri la palla per il 4-2, la sbagli, e allora lasci che il set finisca 6-1 e ti prepari al terzo, la battaglia finale.

La tribuna vuota
La “cornice” di pubblico

Intorno è buio, ma un po’ meno buio perché le luci dei campi adiacenti sono accese. Oramai sei rodato, la partita è solo una lotta fra te e lui a chi ne ha di più, a chi gestirà meglio le energie in questo terzo set. Parti bene e vai subito 2-0, ma lui ti riprende sul 2-2. Sul 3-3 ti prendi dieci secondi per riflettere. Sei in partita, il match è pari. Cambi racchetta, perché le corde si sono allentate e stai perdendo qualcosa in precisione. Riesci a fare il break, 4-3 e servizio, mancano solo due turni di battuta alla vittoria. Lui però non molla, e recupera un game nel quale eri pure in vantaggio, piazzando due vincenti dal 30 a 15 per te. Sulla palla break giochi un punto stupendo, con diversi capovolgimenti di fronte, ma alla fine il tuo passante in backspin che sarebbe stato vincente esce di due centimetri: 4-4.

Non ti butti giù, sei ancora lì, e neanche ti accontenti perché vuoi provare a vincere. Non senti le gambe stanche, è l’adrenalina che scorre, ma in realtà il tuo gioco è un po’ confuso. Giochi male gli ultimi due game, fai un solo punto quando serve lui e nessuno quando servi sotto per 4-5, sbagliando dei colpi in maniera banale. Lui esulta, ha avuto paura, e stavolta ti stringe la mano con forza, come si fa dopo una battaglia di due ore. Tu sei deluso, esci dal campo a testa bassa, e cerchi di capire perché hai perso. Sai già che ci penserai per giorni, quando cercherai di capire se hai avuto paura di vincere o se il tuo avversario è stato più bravo di te nei momenti decisivi. Ma sai già che nessuno potrà risolvere questo dilemma, così come nessuno potrà tirarti fuori dal limbo dei quarta categoria. Se vuoi uscirne, tocca a te.

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