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La normalità di Beppe

Al sabato mattina presto, appena superato il declivio all’ingresso del circolo Nomentano che ostruisce la vista sui campi, compare Beppe, il socio più anziano del circolo che gioca con i piedi sulla riga del servizio nel campo 3, il centrale. Veste la solita tuta vecchia di decenni, indossa il pantalone lungo e la maglia della salute bianca. Colpisce la pallina praticamente da fermo, cercando di prenderla sempre al volo per non spostarsi. Beppe ha 86 anni e gioca a tennis da quasi mezzo secolo.

Beppe è romano, anche se è nato ad Ariccia, comune dei castelli noto più per la porchetta che per altro. A Roma vive dal 1931, da quando il padre trovò lavoro all’Atac portandosi dietro la famiglia. Nel 1944, con la guerra ancora di mezzo, Beppe aveva concluso il suo percorso scolastico avendo frequentato il quarto geometra inferiore. Prima di questo aveva studiato alle elementari e alle medie dai frati salesiani. All’epoca non c’era molto da mangiare a Roma se non si lavorava, e così lui abbandonò la scuola per cercare un impiego.

«C’erano gli americani a Roma, e allora io andai da mamma a dire che mi sarei iscritto al collocamento, proprio per lavorare con loro. Avevo quindici anni e mezzo, e mi “qualificarono” come fattorino. Sulla via Collatina c’era un centro di smistamento degli americani. Lì transitavano gli ufficiali che erano invalidi e che dovevano rientrare in patria. In breve tempo mi ritrovai a fare lo sguattero per loro, facendo praticamente di tutto. Quel lavoro mi permetteva di portare da mangiare a casa e anche ai miei amici del quartiere, Testaccio. Tutto quello che rimediavo, vestiti, cibo o altro,  lo condividevo con loro».

Non erano ancora i tempi di Beppe tennista, con la guerra e la fame di mezzo. C’era il calcio però, perché un dirigente dell’Alba Trastevere (quella che oggi si chiama solo Alba) lo notò mentre dava qualche calcio al pallone alle scuole medie e lo inserì nelle formazioni giovanili. «Ho fatto tutta la trafila con loro, dalle giovanili fino alla juniores. Abbiamo conquistato anche qualche finale nazionale eh”, dice con orgoglio Beppe. “Pensa che ‘na volta, era il 1949, dovevamo anda’ a giocà a Cagliari, ma c’era appena stata la strage di Superga e così ci mandarono in Sardegna con la nave. Da Olbia a Cagliari andammo col treno a vapore». Altri tempi, altre storie.

Giocò fino alla promozione, poi arrivò il matrimonio, i figli, e quindi l’addio al calcio. «Ingrassai subito, oramai lavoravo da geometra ed ero diventato capo cantiere. O vedi il quartiere là – indicando con il dito i palazzi di Talenti, quartiere di Montesacro alto, Roma nord – l’ho costruito tutto io. Come ‘sto circolo del resto».

Infatti Umberto Pillot, emigrante del nord Italia, ebbe l’idea di costruire un circolo tennis sulla collina dove viale Kant interseca via Nomentana, il Club Nomentano di oggi. «Era il 1974, lui sapeva che io ero geometra e allora me chiamò». All’epoca Beppe aveva già iniziato a giocare a tennis. «Quando stavo dagli americani giocavo spesso a ping pong. Dopo aver smesso col calcio volevo riprendere a fare sport e allora provai col tennis. Mi piacque, continuai».

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Arrivarono quindi i primi tornei, le prime soddisfazioni, specie nelle gare di doppio, che Beppe giocava assieme al suo amico Umberto. «Nel 1976 ci fu il primo torneo Open al Canottieri Roma, cioè potevano giocare tutti. C’erano tanti giocatori forti, Lazzarino, Longo, Venturini. Io e Pillot conquistammo la finale del doppio».

Gli chiediamo come giocava, che tipo di tennista fosse. «Sia io che Umberto, che è quasi coetaneo mio essendo del ‘30,  eravamo due giocatori attendisti. Eravamo entrambi autodidatti, il nostro stile non era molto appariscente. I nostri risultati sono stati sempre frutto di capacità mentali, il saper aspettare la palla giusta, l’alzare i pallonetti a oltranza. Comunque oltre al doppio ho vinto qualcosa anche in singolare. A casa ho la mia bella parete piena di coppe, in vecchiaia me le guardo sempre»”.

Negli anni ‘70 a tennis giocavano poche persone, e anche fra i veterani il livello era altissimo. «C’era gente che veniva dal professionismo; qui al Nomentano abbiamo giocato anche contro gente forte, il circolo di Nicola Pietrangeli, per dire, Perché ai tornei a squadre giocavano tutti i migliori. O vedi quel campo là, il numero 4? Lì io e Umberto abbiamo dato ‘na “sonata” ai fratelli Meneschincheri che ancora se la ricordano».

Quando Beppe va in pensione è il 1989 e lui ha 60 anni. Gioca al Nomentano per il quindicesimo anno di fila. «Non ho mai cambiato circolo, sono stato sempre con i Pillot, padre e figli. Ci sono delle tradizioni che porto avanti da sempre in pratica, come il doppio del martedì quando gioco con due amici classe 1933 e uno classe 1935. Fa un po’ te i conti de quant’anni stanno in campo». Ride. «Guarda che semo bravi eh, ancora je damo le mele a ste ragazzette», facendo l’occhiolino a una over 50 impegnata a giocare sotto i nostri occhi.

A vederlo giocare ora, Beppe cerca di coprire il campo senza spostarsi. E per fare questo gioca a tre quarti campo, cercando di intercettare la palla con il generoso piatto corde della sua Prince Graphite, il padellone reso famoso da Chang e Agassi. «Gioco bene pure sui campi veloci eh, perché io incontro bene la palla, la indirizzo – fa “tà tà” con la mano mimando una volée nell’aria. Se piazzi la palla al posto giusto non serve la velocità». Quando serve mette sempre in campo la prima palla, e quindi l’altra pallina la tiene in mano mentre gioca, perché quasi cinquant’anni di tennis giocato serviranno pure a diminuire gli errori, che diamine. Se ci si avvicina abbastanza al campo si riesce a cogliere il logo del suo cappello bianco, quello che usa per ripararsi dal sole. C’è scritto RF sopra.beppe_pasquali3

Se esiste un segreto per praticare sport da ottuagenari è sempre il solito: l’allenamento. «Vado in palestra sempre, e appena ho doloretti, sono pur sempre un anziano, vado al centro benessere. In genere faccio allungamento per la schiena, un po’ di ciclette, alleno i quadricipiti che sono fondamentali per le ginocchia. Insomma, faccio un po’ de tutto, piano piano. Sudo per tre quarti d’ora, poi doccia e la mattinata è andata». Fa così tutti i giorni.

E poi l’alimentazione, certo. «Io ho sempre detto ai miei figli: alla pancetta bisogna stacce attenti, però è mejo avere un po’ de pancetta ma praticare sport. Io non mangio tanto, ma faccio cinque pasti al giorno. Faccio colazione con 2 fette biscottate e marmellata e una bella tazza di latte con un cucchiaio di cacao. E poi una banana come spuntino a metà mattinata, ogni santo giorno da 46 anni. La frutta la mangio a merenda, dopo che ho pranzato con un primo o un secondo. A cena inverto la scelta del pranzo».

Ogni giorno Beppe va al Nomentano, attraversando un quarto di Roma perché quando capì che Talenti sarebbe diventato «un quartiere incasinato, convinsi mia moglie a spostarci a Roma sud, vicino la Cecchignola». Ha cambiato casa, il resto è rimasto invariato, fra cui il suo circolo tennis. E allora questo viaggio che fa quasi tutti i giorni è il suo rito, un’abitudine a cui Beppe non rinuncia. È la sua normalità, forse è per questo che scende in campo tutti i giorni, perché non è abituato a fare altro.

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