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GOAT o non GOAT #1: Non c'è problema

Il trimestre d’oro di Roger Federer ha riacceso il dibattito sul “più forte di sempre”.  La clamorosa impresa del fuoriclasse svizzero ha naturalmente ringalluzzito i suoi innumerevoli tifosi e, di converso, ha ulteriormente immusonito i suoi pochi detrattori, che si sono rapidamente trincerati sulla linea del “è impossibile fare paragoni tra epoche diverse. E se fosse possibile in ogni caso non sarebbe Federer”. Lasciando perdere la contraddizione tra la prima parte della frase (“È impossibile fare paragoni”) e la seconda (“In ogni caso non sarebbe Federer”), cercheremo di rispondere alle due obiezioni. Diciamo subito che che non siamo d’accordo con la prima “È impossibile fare paragoni” e abbiamo forti dubbi sulla seconda “In ogni caso non sarebbe Federer”.

Ma la spiegazione del nostro disaccordo, con relative argomentazioni e tentativi di dimostrazione, è terribilmente lunga per essere esaurita nel breve spazio di un articolo, anche se magari più lungo del solito. Consapevoli poi del fatto che “chi vuol esaurire un argomento spesso finisce con l’esaurire gli ascoltatori” abbiamo spezzettato il nostro lavoro in ben sei episodi.

  • La prima parte, quella che vi accingete a leggere, è una sorta di introduzione. Presenteremo una nostra proposta di analisi della questione GOAT e faremo uno stringato resoconto dei due tentativi, a nostra conoscenza, più seri che hanno affrontato la questione.
  • La seconda, la terza e la quarta puntata, riguarderanno i “conti”. Noi proponiamo 15 parametri che ci sembrano ragionevoli. A gruppi di 5 vedremo le relative classifiche.
  • La quinta puntata riguarderà invece il conteggio aggiornato dei due lavori che hanno affrontato la questione in passato.
  • La sesta puntata, naturalmente, tireremo le nostre conclusioni.

Prima di cominciare varrà la pena aggiungere che la cosa che interessa maggiormente è condurre una discussione nel modo meno dilettantesco possibile, il che non vuol dire che non correremo il rischio di scadere in qualche ingenuità. Ma visto che ci sembra uno dei primi tentativi di affrontare la discussione in termini meno vaghi confidiamo nella comprensione del lettore “esperto”. Ci possono essere altri tentativi di affrontare la questione GOAT naturalmente. Un’altra ambizione di questo articolo è che chi voglia cimentarsi lo faccia con meno approssimazione.

È impossibile fare paragoni

L’idea è che ogni torneo, ogni annata, ogni generazione, giochi una sorta di sport diverso. Condizioni esterne diverse (a partire dei campi, che cambiano superficie molto spesso o, che è lo stesso, possono variarne la velocità), metodi di allenamento diversi, strumenti di lavoro (racchetta, palline) diversi. Tutte cose vere, naturalmente, ma sufficienti ad eliminare le possibilità di comparazione?

Senza voler troppo esagerare (per chi vuole approfondire, alla fine del ciclo offriremo una bibliografia minima) basterà ricordare che una posizione simile, sia consentita l’iperbole, mina alla radice quei tre secoli di ricerca sociale “scientifica” che abbiamo alle spalle. Le scienze sociali hanno come obiettivo la spiegazione dell’oggetto di studio (la società nel suo insieme o pezzi di questa come ad esempio le associazioni, i gruppi etnici, i gruppi di interesse, i comportamenti elettorali, eccetera). O, se vi sembra esagerato, pensate più banalmente alla “classifica della qualità della vita nelle città”, un appuntamento periodico de Il Sole 24 Ore. Si paragonano situazione tra le più svariate con l’ausilio di una serie di indicatori che alla fine producono un qualche giudizio sintetico. Si può – e si deve – sindacare sulla modalità ma non è certo in discussione la legittimità dell’operazione. Il metodo usato soprattutto in questo caso è la comparazione. E, come si può facilmente comprendere, analizzare il rendimento del governo Obama rispetto a quello del governo Trump (o Bush) significa appunto comparare tra grandezze che si potrebbero tacciare di incommensurabilità. Stessa cosa si può dire per le amministrazioni statali o locali. Un buon governo viene definito in relazione ad uno cattivo ed è implicita una qualche forma di comparazione.

Questi temi hanno avuto (e hanno) un largo dibattito anche a livello scientifico. Progressi della statistica, la possibilità di elaborare più velocemente i dati, costruire simulazioni sempre più raffinate, tendono ad attenuare la soggettività delle conclusioni, il che non significa né riuscirci, né eliminarla del tutto. Ma una cosa la ricerca scientifica riesce a fare: rendere alcune affermazioni più plausibili di altre. [La discussione avrebbe un ulteriore grado di complessità nelle scienze sociali. La “plausibilità” non è data una volta per tutte, ma l’enorme numero di variabili che entrano in gioco potrebbero modificare il giudizio – posto che sia compito della ricerca – su un evento o su un altro.]

Quindi noi possiamo sapere se il livello di sviluppo raggiunto da un paese sia più avanzato rispetto a quello di un altro. E dire che il Burundi è più avanzato della Svezia è decisamente difficile. Considerate che in ogni caso si parla di sistemi “aperti” in cui è terribilmente complicato attenuare l’ambiguità semantica. Per rimanere sull’esempio di prima, dal punto di vista strettamente teorico dovremmo definire cosa intendiamo per “Burundi” (tutto il paese o pezzi di esso? E se gruppi di questo paese fossero più ricchi di gruppi svedesi?), per “Svezia” e, soprattutto, per “avanzato” (livello di reddito? Povertà? Occupazione? Mortalità infantile? Corruzione?). Come si può comprendere via via che i fenomeni da analizzare diventano più simili tutto diventa più complesso, perché paragonare l’Italia alla Francia o Torino a Milano non è certo così “semplice” come paragonare, appunto, il Burundi alla Svezia. Eppure si fa, la complessità non è certo un motivo per rinunciarci. Attraverso tecniche e metodologie più o meno raffinate, si prova ad arrivare al miraggio di un giudizio sintetico, in grado di dirci se A sia meglio o peggio di B. E se questo è possibile per questione di ben altra complessità e importanza figuriamoci per un problema tutto sommato circoscritto e quindi dai confini ben identificabili.

In ogni caso non sarebbe Federer

Questa seconda affermazione ha il merito di entrare nella discussione. Ammette la possibilità di un paragone ma si dichiara insoddisfatta delle conclusioni raggiunte. Il che ci consente di lasciare questa lunga introduzione per entrare un po’ nel merito della vicenda: come possiamo “misurare” il valore di un campione?

Possiamo intraprendere due strade, creare un sistema ex novo o appoggiarci “sulle spalle dei giganti”, cioè utilizzare quelli esistenti. Cominceremo col proporne uno nostro e poi vedremo di descrivere sommariamente quelli esistenti.

La nostra proposta

Per quanto teoricamente tutti i giocatori di tennis possono concorrere al titolo di più “grande di sempre” esiste un gruppo che unanimemente è considerato più qualificato. Per rimanere all’Era Open si tratta di Connors, Borg, McEnroe, Lendl, Sampras, Agassi, Federer, Nadal e Djokovic. A questo elenco potrebbero essere aggiunti Laver e Rosewall, che hanno disputato una buona parte della loro carriera nel periodo pre-Open. Per semplice comodità espositiva li terremo fuori, e affronteremo il loro caso in coda.  Dei 9 giocatori identificati andranno analizzati i risultati nel modo più esaustivo possibile, scartando tutte le considerazioni indecidibili e tenendo soltanto quelle condivisibili. Detto altrimenti, si scartano le considerazioni che sono troppo soggettive per essere affrontate. La domanda “vale di più il Roland Garros o Wimbledon?” è inaffrontabile a differenza della domanda “vale di più il Roland Garros del 1972 o Wimbledon del 1998?”.  Nel caso della seconda domanda un’analisi dei due tornei (qualità dei giocatori e relativo stato di forma, numero di partite, difficoltà nel vincerlo) potrebbe darci una risposta soddisfacente. Come si comprende, più si entrerà nel dettaglio più precisa sarà la valutazione. In realtà la prima domanda è utile perché mostra come sia necessario eliminare, per quanto possibile, ogni ambiguità già a partire dalla domanda. La stessa domanda espressa come “hanno avuto maggior valore i 130 tornei di Wimbledon o i 115 Roland Garros?” può avere una risposta.

Proviamo adesso a stabilire una serie di parametri “oggettivi”. Per quanto possa essere ripetitivo dirlo ancora, ricordiamo che per “oggettivo” intendiamo un parametro che tendenzialmente trova l’accordo di tutti (o della stragrande maggioranza)  quelli che affrontano il tema.

  • Numero di tornei vinti
  • Numero di tornei “importanti” vinti
  • Percentuale di partite vinte in tornei “importanti”
  • Numero di tornei “mediamente importanti vinti”
  • Partite vinte contro top 5
  • Percentuali di partite vinte contro top 5
  • Partite vinte contro top 10
  • Percentuale di partite vinte contro top 10
  • Numero di partite vinte in un anno
  • Percentuale di partite vinte in un anno
  • Numero di partite vinte in un triennio
  • Percentuale di partite vinte in un triennio
  • Percentuale di partite vinte in un quinquennio
  • Percentuale di partite vinte in un decennio
  • Percentuale di partite vinte in un ventennio

È difficile e decisamente complicato da argomentare, togliere questi parametri quando consideriamo il valore di un giocatore. In ogni caso ognuno di questi parametri va naturalmente spiegato e argomentato e, per così dire, “convalidato”. Potrebbero essercene altri, naturalmente, ma se si propone di inserirne/escluderne qualcuno questo inserimento/esclusione va argomentato. In questa fase ci viene in aiuto l’autoevidenza: ci sembra che tutti i parametri elencati siano condivisibili. Dire “a me non convince quel parametro” senza argomentare il perché non è pratica accettabile, proprio per via della soggettività implicita nel “non convince”.

Alcuni giocatori non possono accedere ad alcuni parametri. L’esempio classico è quello di Borg, che ovviamente non ha dati ragionevoli sul ventennio (e tutto sommato neanche nel decennio). Una maniera per supplire al resto (questi parametri influiscono sugli altri, perché Borg sarà inevitabilmente indietro nei parametri 1, 2, e 4) è quello di “standardizzare Borg” (così come si standardizzano tutti). Se ragioniamo sul parametro quinquennale prenderemo in esame i migliori 5 anni di Borg e i migliori 5 anni di qualsiasi altro giocatore; stessa cosa ovviamente per il triennio o per la percentuale di partite importanti vinte. Il parametro “il giocatore al meglio” verrà utilizzato per tutti, naturalmente. Non possiamo considerare i migliori 30 tornei del quinquennio di Federer e 30 tornei qualsiasi di   Nadal o Sampras. Se decidiamo che consideriamo un “triennio migliore” dovremo identificare un altro “triennio migliore”.

I lavori precedenti

La seconda strada tiene conto dei (pochi) lavori passati che si sono cimentati con la questione. Il primo riguarda uno studio di Rosato e Tirone del 2011. I due costruirono una banca dati di 3.352 tornei e 136.688 partite. A partire da quello, Rosato e Tirone costruirono un modello di scoring che teneva conto di:

  • Livello di prestigio del torneo (è quello che noi  abbiamo chiamato “importante” o “medio importante”, ma con classificazione più ampia);
  • Ampiezza del tabellone (se 64, 96, 128 giocatori);
  • La “qualità” del torneo (data da un indicatore che loro chiamano “rating potenziale” e che sostanzialmente serve ad indicare lo stato di forma del giocatore. È un indicatore ponderato in modo molto discutibile);
  •  La competitività del torneo (un torneo con quartifinalisti giocatori dal “rating potenziale” alto vale di più di un torneo con quartifinalisti dal “rating potenziale” più basso);
  • Il valore del torneo (si moltiplicano i primi 4 coefficienti);
  • Il punteggio del giocatore (vittoria, finale, semi ecc).

Il secondo esempio riguarda una complessa analisi dei network. Semplificata al massimo si tratta di dar maggior valore alle vittorie ottenute contro giocatori forti rispetto a giocatori deboli e di dar maggior valore alla numerosità di giocatori battuti (battere 10 volte Ferrer vale meno che battere 4 volte Fognini, 3 volte Dolgopolov, 3 volte Karlovic).

Ora, questi sono, allo stato, le indicazioni più plausibilmente fondate sui “metodi” per stabilire se A è migliore o peggiore di B. Ovviamente contestarli ed essere in disaccordo è possibile ma solo sulla base di argomenti. Dire “il problema è più complesso” o dire “non si tiene conto di fattori soggettivi” da questo specifico punto di vista non conta nulla. Nel primo caso perché bisogna spiegare cosa si intenda per “complessità” e nel secondo perché i fattori soggettivi sono solo mera speculazione che non serve a stabilire nulla.

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