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Mortale

Non si sa bene perché, ma quando c’è da dare addosso a qualcuno che comincia a vincere troppo, si comincia di solito dall’aspetto per cui quel qualcuno ha meno colpe: la mancanza di umiltà. Una mancanza tanto più imperdonabile quanto più giovane è quel qualcuno. Facile insistere sulla età per, come si suol dire, rimetterlo a posto. Alexander Zverev, il futuro numero 1 del mondo che oggi ha perso al primo turno di uno Slam che secondo alcuni poteva addirittura vincere, non è certo stato esente da questo trattamento. La sconfitta di oggi ha ovviamente incoraggiato i suoi detrattori, che sono già molti, segno che questo ventenne riesce già a dividere il pubblico, come in pochi riescono a fare.

Zverev è diventato il primo campione di Roma a perdere al primo round del Roland Garros, statistica tarata soltanto sulla Era Open, ovvero dal 1969 in avanti. A vincere è stata quella vecchia volpe di Fernando Verdasco, che su Zverev ha un vantaggio di 13 anni e 12 partecipazioni in più a questo Slam. Lo ha fatto piuttosto nettamente, con un punteggio di tre set ad uno (6-4 3-6 6-4 6-2), che in realtà è un 2-0, straight sets come direbbero gli inglesi, visto che il match è ripreso oggi dopo l’interruzione per oscurità di ieri sera. Verdasco è un tennista abituato a questi stadi, ama giocare sulla terra, ha raggiunto i quarti di finale in tre Slam su quattro e si sapeva che sarebbe stato un primo turno duro per tutti. Ma Alexander ha spiegato con un’inconsueta virulenza che cosa ha fatto davvero la differenza oggi così: «Ho giocato assolutamente di merda. Semplice».

Quello che poco è trasparso dalle cronache del giornalismo nostrano dopo la vittoria di Roma, troppo intento ad usare l’hashtag #NextGen nei titoli di apertura in vista del torneo che si giocherà con i migliori under 21 a Milano, è che Sascha Zverev si considera già un campione, almeno a giudicare da come si comporta in sala stampa. Gira voce, tra i privilegiati con l’accredito al collo, che il ragazzo mal sopporti la litania delle conferenze stampa. E lui, ammesso che dia peso a quello che si dice sul suo conto, non fa nulla per smentire l’impressione. A Roma, un paio di settimane fa, a chi ebbe la sventurata idea di fargli una domanda che gli era stata fatta due giorni prima, venne rivolto con tono asettico e glaciale un «Ho già risposto a questa domanda», il più classico dei cliché da vecchio trombone. Poco importa che che quella domanda gli fosse stata fatta due giorni prima, ma in un’ intervista faccia-a-faccia con un giornalista tedesco, ovviamente in tedesco: nel frattempo si era passati alla domanda successiva.

Zverev è uno molto sicuro di sé, ed è anche per questo che vince così tante partite. A soli vent’anni è il più giovane vincitore di un Masters 1000 dal 2007 (Djokovic a Miami) ed è il più giovane tedesco ad entrare in top 10 da quando ci riuscì Tommy Haas. Primo nella Race to Milan (il conto dei punti validi per qualificarsi alle NextGen Finals), ha 1500 punti di distacco dal secondo in classifica, Borna Coric. Alla data di martedì 30 maggio è quarto nella Race to London e c’è già chi pensa che non si presenterà affatto a Milano, nel torneo di cui è il volto più noto e sponsorizzato. Zverev stesso non s’è mai dichiarato “sorpreso” di aver già raggiunto questi risultati. Anzi quando gli chiesero se fosse sorpreso dei suoi successi rispose quasi stizzito da tanta insolenza: «Sorpreso? Credo che “sorpreso” sia la parola sbagliata. So quanto ho lavorato nell’off season, so quanto ho lavorato quando gli altri non mi guardavano».

E l’atteggiamento da duro lavoratore non può certo essere tolto dai meriti di Zverev. Tra i “membri NextGen”, sembra essere quello più centrato, disciplinato, quello che ha chiaro in testa quale obiettivo vuole raggiungere. Nick Kyrgios, uno che ci ha messo anni per decidere di lavorare con un coach e che non sembra molto propenso agli allenamenti, ha detto che Zverev merita di stare lassù perché «è uno che lavora molto duramente». Non è tanto l’atteggiamento di sicurezza, di spavalderia, il problema che ha Zverev; è più che altro questa aura di predestinazione che i media gli hanno ormai assegnato e che lui si porta orgogliosamento dietro dal suo primo exploit in quell’ATP 500 di Amburgo, tre anni fa, e di cui è chiaramente consapevole.

Il torneo di Roma è stata la (apparente) consacrazione di uno dei talenti più cristallini che il circuito maschile ha da offrire al momento. Dopo le numerose meteore Nishikori, Dimitrov, Raonic (nessuno dei quali ha vinto un torneo Masters 1000), Alexander Zverev è il ricambio generazionale che è mancato negli ultimi cinque anni. Finalmente, hanno scritto in tanti, è arrivato qualcuno che possa offrire delle certezze in termini di vittorie. Zverev non perde con chi non dovrebbe perdere. Zverev può battere i migliori. Zverev, a soli venti anni, è la testa di serie numero 9 di un Grande Slam. Kyrgios, che ha un talento più brillante, lo ha già battuto due volte quest’anno, eppure è Sascha il cavallo su cui tutti puntano.

Oggi, contro Verdasco, Zverev semplicemente non poteva accettare di perdere. Quella sicurezza che gli ha portato tante vittorie questa volta gli si è ritorta contro, nel più prevedibile dei rovesciamenti. Il lancio della racchetta, alla fine del terzo set, con susseguente rottura della stessa in due parti dopo averla raccattata, à la Wawrinka, facendo opposizione con il ginocchio mentre si preme sulle due estremità, era nient’altro che un plateale atteggiamento di protesta contro il destino beffardo, contro se stesso, contro qualsiasi cosa che gli stesse facendo perdere un match che sarebbe dovuto andare in suo favore.

Persino l’interruzione ieri per oscurità, dopo aver vinto il secondo set, che ha fatto diventare quello di oggi un confronto al meglio dei due su tre, a un giorno di distanza è sembrata uno sgarbo in più, qualcosa che ha contribuito in maniera sostanziale a farlo prematuramente dal torneo. «Ci saremmo dovuti fermare prima ieri. Ci hanno detto che potevamo giocare fino alle 21:30, ma si può giocare così tardi solo quando c’è il sole, Ieri pioveva e c’erano le nuvole». Sembrava quasi che lui non l’avesse vinto, quel parziale.

Zverev si è presentato in conferenza stampa pochi minuti dopo la stretta di mano, con le scarpe da tennis ancora ai piedi, senza nemmeno aver cambiato i pantaloncini verdi e la maglia bianca targata Adidas. Due metri di altezza tutti sudati, con i capelli biondi liberi dalla fascia che gli scendevano ai lati. Verdasco si è preso il tempo di farsi una doccia; Zverev si è voluto togliere sùbito il peso di giustificare come potesse essere accaduta questa sconfitta, arrivata ccome un fulmine a ciel sereno dopo una serie di risultati incredibili su terra rossa (oltre a Roma, ha vinto Monaco e raggiunto quarti di finale a Madrid), dopo che lui stesso si era auto-inserito tra i possibili vincitori del torneo. Mogio, più frustrato che infastidito, ogni tanto abbassava lo sguardo quando la risposta alla domanda doveva farsi più lunga di due frasi. Era impossibile non notare la differenza tra lo Zverev di Roma, quello che non rispondeva due volte alla stessa domanda, e quello di Parigi, sceso dal piedistallo così velocemente, conscio finalmente che anche uno bravo come lui è fatto di carne e ossa come tutti gli altri.

È stata una sconfitta come tante, contro un avversario difficile. Ma è stata una sconfitta come poche, nel momento di maggior splendore. Zverev non è ancora il nuovo Nadal, non è ancora il nuovo Federer, avrà tempo di diventarlo ma al momento è bene aggiustare l’hype. Questa sconfitta servirà tanto a noi, per capire questo ragazzo, quanto a lui.

 

Alexander Zverev Roland Garros 2017


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