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5 nomi per gli US Open maschili 2017

Il favorito

Il nome più logico è anche quello di un fresco trentaseienne la cui schiena, meno di due settimane fa, ha chiesto un po’ di riposo. Le condizioni fisiche di Roger Federer saranno l’argomento più discusso dei primi giorni agli US Open, ma fintanto che lo svizzero non troverà un avversario serio, e non dovrebbe succedere prima della seconda settimana, è inutile perdersi in congetture. Federer e il suo team difficilmente lasciano trapelare qualcosa e di certo non si può fare affidamento sulle dichiarazioni del campione degli Australian Open e di Wimbledon, visto che anche nei periodi più difficili lasciava intendere poco su come stesse realmente.
Federer è il favorito con asterisco e che dietro a lui ci sia Rafael Nadal, che non vince un torneo sul cemento da Doha 2014, è indicativo del momento in cui si trova il circuito ATP. Qualche avventato potrebbe indicare il nome di Alexander Zverev, che a 20 anni può già permettersi di perdere le partite per far riposare un fisico stremato dalle vittorie, ma non si può ignorare la giovane età e tutta l’incertezza che ne deriva. Del resto, il tedesco ha deluso negli ultimi due Slam a cui ha partecipato, i primi da top 10: al Roland Garros, dopo la vittoria di Roma, ha perso addirittura al primo turno contro Fernando Verdasco; a Wimbledon, dopo la finale di Halle, ha perso agli ottavi contro un Milos Raonic fuori condizione, subendo un 6-1 al quinto che riassume alla perfezione quanto sia diverso il tennis 3 su 5 da quello 2 su 3.

Rafael Nadal ha vinto il torneo due volte (2010 e 2013), ma nelle ultime due edizioni ha perso prima dei quarti di finale, entrambe in cinque set.

 

La sorpresa

Senza un chiaro favorito, è ovvio che le potenziali sorprese siano parecchie. Le assenze di tre top 10 (ci arriveremo) fanno sì che tra i primi otto ci saranno Grigor Dimitrov (numero 7), campione a Cincinnati, e Jo-Wilfried Tsonga (8). Sicuri che li troveremo ai quarti? Stesso discorso per Marin Cilic (6) e Andy Murray (2), ad oggi ancora in tabellone, domani chissà. Da Tsonga in poi, i nomi sono molto interessanti: c’è John Isner (10), mai oltre i quarti di finale agli US Open, ma sempre molto a suo agio quando si tratta di cemento statunitense; c’è Nick Kyrgios (13, occhio ai primi 4 del tabellone, se lo potrebbero trovare agli ottavi), finalista a Cincinnati anche se incline allo scazzo autodistruttivo; c’è Sam Querrey (17), poco brillante nei 1000 che hanno preceduto l’ultimo Slam dell’anno, ma pur sempre l’unico statunitense in attività a poter vantare una semifinale in uno Slam; c’è Gaël Monfils (18), l’unico dei quattro semifinalisti della scorsa edizione che si è iscritto quest’anno; c’è ovviamente Juan Martín del Potro (24), che grazie ai ritiri altrui ha finalmente evitato la fascia 25-32 e quindi può sperare in un terzo turno più agevole rispetto agli ultimi Slam (Murray a Parigi, Djokovic teoricamente a Wimbledon, ma perse al turno precedente). E poi c’è il nome che tutti spereranno di evitare al primo turno, quello di Ivo Karlovic. A Cincinnati il croato ha vinto due partite di fila e quest’anno è successo solo altre due volte (Australian Open e ‘s-Hertogenbosch), segno che il 2017 Ivo è stato abbastanza deludente, tant’è che non sarà nemmeno tra le 32 teste di serie. Ma sempre meglio non pescarlo al primo turno. Insomma, visti i tempi che corrono, la sorpresa sarebbe trovare ai quarti più di 4 delle prime 8 teste di serie, ma visto che vogliamo tirare fuori i nomi, ci aspettiamo molto da Frances Tiafoe. Non che la vittoria a Cincinnati contro Zverev sia particolarmente rilevante, ma il ragazzo sta dimostrando di essere cresciuto molto negli ultimi tempi. Ha problemi di concentrazione, e non potrebbe essere altrimenti, e quel dritto è forse troppo macchinoso, ma Tiafoe ha dimostrato di sapersela cavare bene anche quando è sotto pressione.

La mina vagante

Prima di tutto, mettiamoci d’accordo su che cosa intendiamo per “mina vagante”. Per noi la mina vagante è quel tennista poco prevedibile e che potrebbe rendersi protagonista di un exploit tanto inatteso quanto effimero. Un grande risultato sul Centrale o sul Grandstand, magari di quelli che segnano una carriera, seguito da una banale sconfitta al turno successivo. Ma del resto, sono queste le partite che in molti ricorderanno per gli anni a venire. Chi sa dire contro chi perse Rosol dopo aver battuto Nadal a Wimbledon? E Stakhovsky l’anno dopo, invece? (furono Philipp Kohlschreiber e Jürgen Melzer). Si tratta di un giochetto particolarmente difficile, perché se la sorpresa porta con sé un minimo di contraddizione – in realtà ci si aspetta, quella sorpresa -, la mina vagante è qualcosa di imprevedibile, specie con il tabellone del main draw ancora da sorteggiare e quello delle qualificazioni ancora non completato. Sprezzanti del pericolo e ben consci di esprimere un desiderio più che un pronostico, scegliamo Marius Copil, tennista romeno ventisettenne che quest’anno è finalmente entrato nei primi 100 del mondo. Copil è un tennista dal potenziale mai pienamente espresso, capace di giocare un tennis sublime e fragile, con un servizio dalla potenza spaventosa. Non se la cava molto bene negli spostamenti laterali – mentre a rete ci va volentieri – ed è probabilmente questo il suo più grande difetto. Un anno fa era addirittura al numero 200 del mondo, ma negli ultimi 12 mesi ha cambiato marcia, grazie soprattutto ai Challenger. Giocherà per la prima volta agli US Open, la terza in assoluto in uno Slam: noi ci crediamo.

Il grande assente

Visti i tanti forfait, tra cui quello del campione uscente, potrebbe sembrare difficile scegliere un solo nome, ma a ben pensarci la scelta non è così complicata: per noi il grande assente è Novak Djokovic. Ora che il serbo si è fermato a tirare il fiato, è finalmente possibile dare uno sguardo ai suoi numeri, per renderci conto della statura di un campione che ha dovuto farsi largo tra Federer e Nadal. Tanto per cominciare, gli US Open 2017 saranno il primo Slam che salterà dopo 47 partecipazioni consecutive. Lo Slam statunitense è quello in cui Djokovic ha vinto più partite (62, 3 in più del Roland Garros e 4 in più di Australian Open e Wimbledon) e quello in cui non ha mai perso prima della semifinale nelle ultime dieci edizioni, ossia da quando ha cominciato a giocare le finali Slam (nell’ordine: finale, semifinale, semifinale, finale, vittoria, finale, finale, semifinale, vittoria, finale). Il periodo che va dagli Australian Open 2011 agli US Open 2015 (9 vittorie, 6 finali, 4 semifinali e 1 quarto di finale) è inferiore a quello di Federer che va dagli Australian Open 2005 agli US Open 2009 (11 vittorie, 6 finali e 3 semifinali) ma è di sicuro uno dei quinquenni più impressionanti che la storia del tennis ricordi. Se già un anno fa si era capito che il cannibale avesse un gran bisogno di prendersi una pausa, i pessimi risultati di questo 2017 hanno convinto Nole a staccare per qualche mese, sperando che i nervi e il fisico possano beneficiarne. Magari New York non l’ha mai amato, ma non vedere il suo nome tra i 128 del main draw sarà davvero strano.

Poteva essere tra gli assenti, ma pare che giocherà.

 

Il vincitore

La prima settimana è quella delle clamorose sconfitte: Roger Federer perde al terzo turno contro un Gasquet ordinato ma non certo imbattibile; le chiacchiere sulle condizioni della schiena dello svizzero si intensificano e qualcuno mormora che Roger potrebbe rinunciare al numero 1 e saltare l’ultima parte di stagione. Il giorno precedente era stato il turno di Rafael Nadal, battuto in cinque set nientemeno che da Denis Shapovalov, ancora vincitore sullo spagnolo dopo il match di Montréal. Tutti gli occhi vanno quindi su Alexander Zverev, la testa di serie più alta rimasta in tabellone, ma il tedesco non va oltre ai quarti: a batterlo è il miglior Dimitrov di sempre. Murray, testa di serie numero 2 ma ben poco considerato per via dei tanti problemi fisici avuti negli ultimi mesi, arriva zitto zitto fino in finale, ma il gioco dello scozzese non esalta. Il suo percorso assomiglia parecchio a quello di Novak Djokovic dell’anno precedente. In finale, Murray però non può sbagliare: di fronte a lui c’è un tennista che ha conquistato per la prima volta una testa di serie in uno Slam, anche se la più bassa, alla tenera età di 30 anni. Andy è favoritissimo, ma se il suo avversario è arrivato in finale un motivo deve pur esserci: rinfrancato dalla testa di serie e grazie ad una prima settimana semplice nella quale ha potuto concedersi qualche distrazione, questo tennista riccioluto ha trovato via via il miglior tennis della sua vita. E alla fine si capisce che la semifinale di Montréal non fu un caso, ma l’anticipazione di quello che sarebbe avvenuto a New York: una finale perfetta, nonostante i tre match point sprecati nel terzo, chiusa in quattro set, che lo incorona campione Slam all’improvviso. Anche Murray si inchina al nuovo campione di New York: Robin Haase.

US Open 2017

Daniele Vallotto è nato a Padova, poi ha vissuto a Roma e ha finito per trasferirsi a Berlino. Gioca malissimo a tennis e pertanto ne scrive diffusamente. Si rade di rado la barba. Mail: d.vallotto@tennispotting.it
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