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Un pezzo di niente

Mio marito bellissimo, e fidatevi quando dico bellissimo e che è MIO, mi sta chiedendo incessamente e anche con una certa spregevole inflessione di voce che somiglia molto a un comando, di fare un “pezzo” (gergo pseudo-giornalistico che usiamo per giocare a fare gli scrittori) sul tennis. Ripeto per giorni: «non mi rompere», «lasciami stare», «sparati tu e tutti gli amici tuoi del tennis», insomma tutte quelle frasi amorevoli per declinare l’invito.

Poi una sera ho l’illuminazione e una certa frenesia per le mani: scriverò qualche banalità. Sapete, noi che facciamo i “pezzi” soffriamo sempre della sindrome del foglio bianco ma poi, un po’ come Tarkovsky con il suo “Scolpire il tempo” (amici radical chic, pisciatevi sotto per questa potente citazione filosofico-cinematografica), vediamo scritte sul foglio bianco (digitale, of course) le sacre scritture che formeranno il PEZZO.

Non è che quello che abbiamo da dire sia fondamentale, di robaccia ne viene scritta a palate e purtroppo anche letta, è proprio che a un certo punto dobbiamo canalizzare questa energia, questo fiume in piena di parole e pensieri che ci sembrano necessari al genere umano. Come avrete poi notato, amici del tennis di Tennispotting, qui le parole la fanno da padrone perché sia mai, ma giammai, che un “pezzo” sia chiaro e conciso. Significherebbe farsi capire da tutti il che, visti i tempi, è un po’ vergogna. Se ti capiscono tutti, com’era la regola?, dalla casalinga di Voghera al medico, significa che sei esattamente come tutti gli altri.

Invece ora, l’importante è: o farsi capire da tutti, cadendo rovinosamente nella trappola del populismo e del gentismo, o, seconda opzione, straparlare a vuoto, e cioè scrivere pezzi per dimostrare che si sanno usare i paroloni e tutte le citazioni possibili, in modo che tutti, leggendo il “pezzo”, potranno dire: madonnina mia, quanto ha studiato questo esperto conoscitore del fantasmagorico gioco del tennis.

Che poi tra pensieri e parole (anche qui nota citazione post-moderna tendente al pop) mi trastullo perché ancora vagamente ancorata all’idea che la comunicazione corretta e chiara possa migliorare le persone. Certo, questo era vero ma poi è arrivato internet e siamo diventati tutti scrittori e lettori. E tra i risultati c’è pure Tennispotting per il quale scrivo “pezzi” non sapendo niente di tennis, anzi detestandolo. Il mio odio è inversamente proporzionato all’amore che sviolina marito per il tennis giocato/parlato/guardato. Per esempio, marito racconta cose di una certa partita giocata in un cazzo di posto, io fingo e faccio lo sguardo del tipo: ti sopporto solo perché sei bono, poi sorrisetto lezioso, domandina scemina e dentro un po’ muoio.

Vi chiederete: ma ‘sto “pezzo” sul tennis? Giusto: IO IL TENNIS LO ODIO.

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