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Quando nasce un campione

Ad un certo punto, quando Hyeon Chung era due set avanti contro Novak Djokovic, esattamente due anni dopo il loro primo incontro proprio a Melbourne, è parso chiaro a tutti: il serbo stava perdendo contro il suo erede. Non era il miglior Djokovic quello che aveva superato i primi tre turni del torneo – chi non guarda solo i risultati poteva capirlo facilmente – e Chung doveva dirci la verità sulle condizioni di Novak. Quello che non ci aspettava del tutto era che alla fine più che sulla condizione del serbo l’attenzione si spostasse sui progressi di questo tennista di vent’anni della Corea del Sud, che sembra il giocatore più solido di quelli della NextGen, sicuramente il più brufoloso.

Del talento degli altri se ne erano accorti un po’ tutti: Rublëv dominerà il tennis a suon di dritti vincenti, Khachanov cercherà di essere il primo a squartare una pallina in campo, Zverev è già fra i primi cinque ATP e di Kyrgios contiamo già gli Slam che poteva vincere e non vince. E Chung? Considerato in prospettiva il nuovo Ferrer, e quindi relegato alla porzione di tavolo in cui finiscono le briciole lasciate dai più talentuosi, alla fine potrebbe diventare il nuovo Djokovic, il dominatore. Il gioco di Chung non appassiona i più, desiderosi di vedere vincenti ad ogni colpo, tweener e spettacolo in campo, ma di talentuosi è pieno il cimitero dei tennisti che potevano vincere e invece non l’hanno fatto.

Nel match di ieri, Djokovic ha recuperato più volte lo svantaggio, ma non ha mai dato l’impressione di essere lui quello più forte in campo o che il risultato finale potesse essere diverso. L’andamento del match è stato quasi crudele per il serbo. Chung avanti di un break o due – come nel primo set – Djokovic che recupera e Chung che chiude all’ultimo o penultimo gioco utile. E lo ha fatto a suon di recuperi in spaccata che sembrano impossibili a chi non è fatto di gomma, di passanti spettacolari che rimanevano in campo e persino di efficaci volèe giocate quando bisognava giocarle, segno di grande attenzione tattica. Quante volte abbiamo descritto così Djokovic? E infatti Novak, che forse in questi sei mesi ha capito che c’è qualcosa oltre al tennis, nemmeno si arrabbiava più. Sorrideva beffardo al contrappasso dantesco del vedersi trattato come per anni aveva trattato tutti quanti: nell’inferno di Nole la palla tornava sempre indietro. Djokovic non aveva più il fuoco sacro per provare a invertire l’inerzia del match; a differenza di Federer, tornato in campo dopo sei mesi di assenza con la voglia di riprendersi “tutt’ chell che è ‘o nuost”, Djokovic sembrava accettare passivamente che un ventenne lo battesse, per giunta alla sua maniera.

Per Djokovic è la seconda sconfitta agli ottavi degli Australian Open: l’ultima risale al 2007, quando perse contro Roger Federer.

In conferenza stampa era proprio il serbo a far notare i progressi di Chung, visto che il ragazzino sembra ancora molto timido a parlare di sé, specie davanti a giornalisti che sembrano più interessati a quello che combina nel suo tempo libero che sul campo da gioco: «È più forte fisicamente e più maturo. Credo abbia affrontato alcuni match tosti negli ultimi 15 mesi. Penso che questo aiuti a costruire fiducia ed esperienza, ad imparare cosa fare nei momenti decisivi. Ed oggi è stato bravissimo in quei momenti. Non ha mostrato segni di debolezza, non molti. È stato molto costante, ha giocato una grande partita».

L’alert su Chung è suonato quando al terzo turno del torneo ha battuto Alexander Zverev, uno che ha già vinto due Masters 1000, che è nei migliori 5 del mondo ma che negli Slam non ha ancora battuto un top 50, e che in molti danno (e davano) come uno dei prossimi vincitori Slam, sicuramente nel lotto dei favoriti. Sotto di due set a uno, Chung ha mantenuto il solito aplomb in campo. Serafico come un impiegato di qualche multinazionale coreana che mai oserebbe ribellarsi al suo capoufficio dopo una strigliata, Chung ha vinto il quarto set per 6-3 e il quinto per 6-0. «Ho cercato di rimanere calmo in campo e di stare rilassato, questo mi ha permesso di vincere oggi» ha detto in sala stampa al termine del match contro il tedesco. Dopo queste vittorie tutti si sono affrettati a scoprire il personaggio Chung, che non è ancora famoso in Corea del Sud e dove può (ancora) camminare tranquillamente per strada:  «Il tennis non è uno sport popolare, certo sono più conosciuto rispetto a qualche anno fa ma la gente non mi ferma per strada. Quando sono in campo qualcuno mi chiede una fotografia».

A 13 anni, all’accademia di Nick Bollettieri

La storia tennistica di Chung è una storia come tante altre. Cosa c’è di più ordinario di un tennista che inizia a giocare a tennis perché il padre è un tennista? Come se fosse una nobile arte – per molti lo è – il tennis si tramanda manco fossero gli insegnamenti dei Jedi. Papà Chung («Lui diceva di essere forte», parole del figlio) gli ha insegnato a giocare in una cittadina poco distante da Seoul. Il primo campo da tennis di Hyeon era un campetto arrangiato a casa sua, dove giocava ogni giorno con il fratello più grande, Hong. La leggenda narra che mentre i due giocavano, in TV scorrevano le immagini dei match fra Rafael Nadal e Roger Federer. «Volevamo diventare come loro», ricorda Chung, che porta gli occhiali da quando aveva sette anni e non se li è mai più tolti.

In Italia Chung diventa famoso nel 2013, quando perde la finale di Wimbledon juniores contro Gianluigi Quinzi, quello che doveva essere il nuovo Panatta e che se va bene sarà il nuovo Nargiso. Nel 2014 svolge il servizio militare, obbligatorio in patria, ma per sole quattro settimane invece dei canonici due anni, questo perché ha vinto la medaglia d’oro in doppio ai Giochi Asiatici del 2014. Di quelle settimane ricorda: «Abbiamo usato maschere anti gas, lanciato granate, sparato con le armi: il tennis è molto più esigente».  Ma è nel 2015, quando ha 18 anni, che Chung arriva nel circuito maggiore. Vince tre tornei Challenger e la sua prima partita nei tornei che contano battendo Marcel Granollers a Miami prima di perdere contro Berdych. Quell’anno la sua programmazione si divide ancora fra Challenger e qualificazioni dei tornei maggiori. Chiude il 2015 giocando 20 partite nei tabelloni finali dei grandi eventi vincendone 11, fra cui quella persa per 7-6 7-6 7-6 contro Stan Wawrinka al secondo turno degli US Open. È in quell’anno che entra nei primi 100, finisce l’anno al 51 e l’ATP lo premia come “Most improved player of the year”.

Nel 2016 inizia l’anno giocando solo i tornei maggiori. Come un top 100 qualsiasi, per di più molto giovane, sono più le sconfitte che le vittorie. In Australia gioca contro Novak Djokovic al primo turno e perde in tre set. Djokovic è il suo riferimento ormai, lui che aveva iniziato a giocare amando Federer. «Ma poi ho preferito Djokovic dopo la sua vittoria a Melbourne del 2008. Dal punto di vista mentale è estremamente forte, dal punto di vista fisico pure», dichiara dopo quel match. Dopo il confronto con il suo idolo gli era già chiaro su cosa doveva migliorare: «Devo lavorare sul servizio e sulla mia forza mentale. E devo venire più spesso a rete, migliorare l’approccio verso il net e la risposta. Mi manca esperienza, non ho giocato molto al meglio dei cinque set».

A maggio, dopo aver perso contro Granollers a Istanbul, si iscrive a un Challenger in Corea. Perde al primo turno, e allora torna in Europa per giocare a Nizza e poi al Roland Garros. Esce da questi due tornei alla prima partita, rispettivamente contro Mathieu e Halys, e si infortuna. «Dopo la sconfitta di Parigi ho scoperto di essermi infortunato agli addominali. Mi sono fermato per due settimane e poi ho iniziato ad allenarmi di nuovo, adesso voglio vedere se sono capace tornare al punto in cui ero», dirà a settembre 2016, quando torna a giocare al torneo Challenger di Nanchang. Chung, all’epoca, ha 20 anni. Perde la finale di quel torneo ma vince quella seguente, quando a Kaohsiung, Taiwan, batte il conterraneo Duck-Hee Lee. Finisce l’anno al numero 104, un ranking buono per entrare direttamente negli Slam. Nel periodo in cui è stato fuori dai campi ha lavorato sulla tecnica di esecuzione dei suoi colpi: «Ho fatto qualche cambiamento al mio servizio e al bilanciamento dalla parte del dritto».

Inizia il 2017 rientrando rapidamente nei primi 100, superando le qualificazioni al torneo di Chennai e perdendo al secondo turno degli Australian Open contro Grigor Dimitrov, in quattro set. Comincia a giocare bene anche sulla terra battuta: arriva in semifinale a Monaco e perde al terzo turno del Roland Garros contro Kei Nishikori in 5 set. Ormai è famoso, il suo nome è sempre di più uno di quelli da tenere d’occhio per questo ricambio generazionale di cui tanto si parla ma poco si vede, eccezion fatta per Sascha Zverev, che a novembre, quando Chung disputa le NextGen finals di Milano, si allena per giocare le ATP Finals di Londra, quelle vere insomma. Zverev, che è di un anno più giovane, ha già vinto due Masters 1000, approfittando anche di un Djokovic già in calo a Roma e di un Federer infortunato a Montréal.

La formula strana del torneo milanese, sia nel punteggio che nelle regole del gioco, non si presta a valutazioni veritiere dei migliori giovani del tennis, fatto sta che Chung vince tutte le partite del girone e il torneo, battendo in finale Rublëv. I patrioti del tennis italiano fanno il pieno di fiducia quando vedono Quinzi arrendersi a Chung al quinto mini set della partita di girone, dimenticando che Quinzi era lì perché invitato dalla FIT in quanto organizzatrice dell’evento, un’eventualità valevole solo per la prima edizione, quella appunto del 2017.

Se non contiamo le Next Gen Finals, Chung non ha ancora raggiunto una finale nel circuito maggiore.

Intanto il torneo di Milano fa conoscere a tutti, considerato che quello è l’unico torneo che si gioca la prima settimana di novembre, il gioco di Chung. Qualcuno con poca fantasia e dimestichezza lo ha paragonato a Kei Nishikori, ma il gioco dei due è parecchio diverso. Lo ha spiegato lui stesso, sempre a Melbourne 2018 dopo una delle sue partite. «Penso ci siano delle differenze. Lui gioca più vicino alla linea di fondo rispetto a me, e quindi colpisce in maniera diversa». Nishikori è un giocatore che cerca immediatamente la chiusura del punto, colpendo sempre in anticipo anche se non è in pieno controllo dello scambio. Chung, invece, sembra quasi non avere fretta di chiudere il punto evitando di prendere rischi eccessivi. Il rovescio è il suo colpo naturale, un’esecuzione bimane che parte con la testa della racchetta molto alta prima dell’accelerazione rapidissima. Il dritto, un colpo che prepara quasi col braccio disteso, è il colpo sul quale ha lavorato di più in passato e sul quale può ancora migliorare molto (assieme al servizio, soprattutto con la seconda palla).

Chung, proprio come Djokovic, sembra avere le caratteristiche perfette per esaltarsi sul cemento: una corsa ordinata che lo porta nella zona d’impatto giusta ogni volta, un ottimo equilibrio nel colpire in open stance come il serbo, e una capacità di anticipo delle traiettorie già eccezionale con il rovescio e ottima con il dritto. Oppure, per una sintesi brutale che più veritiera non si potrebbe: «Mi ispiro a Djokovic perché il suo gioco è fantastico ed è molto forte mentalmente». Parole e musica di Hyeon Chung.

Se muoversi bene in campo consente di recuperare meglio i colpi dell’avversario, costringendolo a giocare sempre un colpo in più, muoversi avendo capito dove atterrerà la palla funziona ancora meglio. In questo sembra eccellere Chung, capace di passare dalla fase difensiva a quella offensiva proprio arrivando di corsa dove dovrebbe essere. La sua strenua difesa da fondo campo, ammirata da tutti nel match contro Djokovic quando il serbo riusciva a farlo colpire da metri lontano dalla linea di fondo, è sempre più attiva che passiva. Quando è costretto a subire l’iniziativa dell’avversario, Chung per recuperare non si affida a traiettorie alte, come fa Nadal ad esempio, lui preferisce rimandare la palla velocemente dall’altra parte del net.
Ma più del resto, è l’aspetto mentale il suo punto di forza.

Rispetto ai coetanei, i vari Kyrgios, Rublëv, Zverev, Khachanov, Tiafoe e Shapovalov, Chung sembra avere la capacità di rimanere sempre concentrato sul presente, il prossimo punto, che è l’unico tempo che conta quando si gioca a tennis. Pensare indietro, o oltre, al futuro, distoglierebbe energie mentali dal punto in gioco. Questa caratteristica, più delle sue gambe e dei suoi colpi, sembra essere attualmente la qualità migliore del coreano, già apparso molto maturo nel gestire le fasi del singolo punto e della partita.

Interrogato su come giocano i tennisti NextGen dopo un match vinto agli Australian Open 2018, Rafael Nadal ha spiegato che una delle differenze con la sua generazione è che i giovani di oggi cercano il vincente anche quando le percentuali di riuscita del colpo sono poche. Insomma secondo Rafa, che dimentica forse che una delle prerogative dei giovani è proprio di sgomitare fra loro cercando di emergere, e quindi di non subire passivamente il gioco dei campioni quando ci giocano contro, questi NextGen non sono sufficientemente pazienti nell’attesa della palla giusta per tirare un colpo vincente con la massima possibilità di riuscita, che è invece la caratteristica principale del gioco di Chung.

Chung non è ancora il tennista coreano più forte di sempre in termini di classifica, perché Hyung-Taik Lee, il primo sudcoreano a vincere un titolo ATP, è stato capace di arrivare fino al n. 36 del ranking. A Chung basterà battere Tennys Sandgren per superarlo, senza contare che negli Slam ha già fatto meglio, visto che Lee non è mai andato oltre gli ottavi. Lui invece è riuscito a passare gli ottavi al primo tentativo, e chissà quanti altri ne riuscirà a passare.

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Australian Open 2018 Hyeon Chung


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