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L'ombra del Cec

Al Roland Garros Cecchinato si è trovato nel posto giusto al momento giusto.

Al Roland Garros Cecchinato si è trovato nel posto giusto al momento giusto.

Ora tutti a cercare di sapere chi è questo Marco Cecchinato, venticinquenne di Palermo, una vita fin qui passata tra tornei Challenger e di qualificazione, cioè l’inferno del tennis, quello che neanche ti consente di vivere una vita decente, un po’ come lavorare nei grandi alberghi, ogni tanto passa la regina o il grande attore, vedi la gente riverita e immagini velluti e ori. Almeno non c’è nessuna storia di emancipazione da chissà quale miseria, un po’ perché a Palermo, direbbero i sociologi, c’è “una forte polarizzazione” (cioè ci sono i poveri ma anche i ricchi, i sociologi son fatti così), molto perché il tennis – lo sappiamo, lo sapete – rimane uno sport se non proprio per ricchi non certo per poveracci.

Cecchinato è quindi uno dei tanti middle class, che per inerzia più che per passione finisce col fare una di quelle cose che si fanno in una città che ha sempre il sole, nello specifico giocare a tennis, sempre meglio che giocare a squash. Il ragazzo è aitante ma vincere è altra questione, se è vero che adesso quelli del club ne parlano come di uno “volenteroso, perdeva sempre”. Cecchinato, forse perché non ha molto altro da fare, forse perché in fondo anche questo è sempre meglio che lavorare, continua a giocare. C’è uno zio che da Padova si trasferisce a Palermo e vince le gare dei 100 metri, le cronache si affretteranno a dire che “era amico di Mennea”, non troppo di più.

A 18 anni appena compiuti il palermitano esordisce nei Challenger che si giocano vicino casa. Comincia a Genova, poi Palermo, poi aspetta quasi un anno e ci riprova, prima ad Orbetello e poi ancora Palermo. Per vincere la prima partita dovrà arrivare quasi a vent’anni, quando vent’anni sembran pochi: a San Benedetto del Tronto batte Enrico Burzi che chissà dov’è finito. Per vincerne due di fila, di partite, dovrà aspettare ancora un altro anno,  e siamo a 21; a Caltanissetta perde contro Robin Haase, mica uno qualsiasi, dopo aver battuto uno spagnolo e un argentino i cui nomi non vi direbbero niente.  Nel frattempo, riesce a superare le qualificazioni a Nizza e si trova di fronte uno che ha fatto quarti di finale al Roland Garros e che, dopo aver perso 6-1 il primo set, gli concede solo tre giochi – probabilmente tra qualche bestemmia e un insulto a qualcuno, preferibilmente donna o zingaro ché anche per fare i maudit, meglio prendersela con qualcuno che non può reagire.

È abbastanza per insistere, pochino per pensare di essere predestinati. Il giovane Marco si guadagna una wild card e con quella vince addirittura il torneo di San Marino. A quel livello Cecchinato ci sta bene, raggiunge la finale a Mestre, superato da Cuevas, che di lì a poco giocherà una finale contro Federer, ma siamo già al 2016 e Cecchinato, adesso ventitreenne, non ha ancora vinto una partita nel circuito maggiore. Ma siamo nella terra dei ciechi e anche se non è orbo la Federazione gli dà una mano, lo convoca per giocare contro la Svizzera e a risultato acquisito Cecchinato vince il suo match. L’avversario non è né Federer né Wawrinka, ma naturalmente questo interessa a pochi. Rincuorato, va a Bucarest e finalmente vince partite: la prima contro Baghdatis, la seconda contro Dzumhur, quello che ha avuto il match point contro Zverev. Passerà più di un anno prima che riesca a ripetersi, stavolta ad Umago, quando batte Simon prima di cedere a Dodig.

Comincia il 2018, i vent’anni sono passati da un pezzo, e il semifinalista del Roland Garros ha vinto appena tre partite nel circuito maggiore, ovviamente tutte in un torneo ATP 250. Cecchinato non ne fa una malattia, continua a giocare i Challenger, si allena duramente, racconta che mangia in modo diverso, forse abbandona le panelle, chissà. Naturalmente continua a perdere. La quarta vittoria arriva a Montecarlo, appena due mesi fa, ancora contro Dzumhur. Siamo a 40 giorni dall’inizio del Roland Garros, giornali e siti specializzati cominciano la solita solfa primaverile con quello che “è lui a decidere la partita”, non interessandosi al fatto che poi pare decida sempre la stessa cosa, perdere. Ma di meglio non abbiamo anche se a Budapest Cecchinato va a giocare le solite qualificazioni e come spesso succede viene sconfitto da Jurgen Zopp: 6-4 6-2.

Mentre è pronto per far i bagagli si libera un posto nel tabellone principale. Cecchinato capita contro il bosniaco Basic e arriva la quinta vittoria. La sesta è contro il solito Dzumhur, la settima arriva contro Struff. L’ottava, contro Seppi, arriva dopo che era sotto di un set e di un break, la nona coincide con la finale del torneo. Di fronte ha John Millman, che neanche lui sa come diavolo sia arrivato sin lì. Finisce in gloria con il palermitano che vince il suo primo torneo ATP, chissà se ci sperava ancora. Prima di arrivare a Parigi, Cecchinato avrà modo di vincere altre due partite, uno con quello di Nizza e l’altra contro quel Cuevas che gli aveva tolto uno Challenger a Mestre. Quindi le solite sconfitte.

Il resto, come si dice, è storia d’oggi. Cecchinato non sembra cambiato all’esordio nel torneo, quando Copil non gli fa vedere palla per mezzora prima di stufarsi, ma poi scatta qualcosa o, più semplicemente, comprende che gli avversari che si trova davanti hanno qualche problema. Dimentica dove si trova, gli occhi si trasformano, il Roland Garros,  il Bois du Boulogne, le Porte d’Auteil, la ville lumiere e via luogocomunando, sono il palcoscenico di una rabbia antica. Tutto diventa più facile che al Challenger di Barletta, dove aveva perso a primo turno appena tre mesi fa. Né Carreno Busta, né Goffin hanno tanta voglia di batterlo e Cecchinato ne approfitta.

Djokovic ha abbracciato Cecchinato a fine gara nella metà campo del palermitano: non lo fa spesso.

Al cospetto di Djokovic chiude gli occhi e tira, tira, tira. Per due set gli va bene tutto, ma per quanto Novak non sia più tale, in altri tempi sarebbe bastato anche meno. Cecchinato davvero ha l’aria di non rendersi più conto di dove diavolo si trovi, prende addirittura due warning, e il secondo gli costa il primo punto del quarto set, quello che diventerà leggendario. Va sotto 3-0, 4-1, 5-2 ma Djokovic non chiude, sembra anche indispettito dal fatto che l’altro sbagli così poco. Lo rimette in partita e al tiebreak sembra tutto finito una, due, dieci volte. Non finisce mai, o forse finisce sul 9-8, quando Djokovic riesce a mandare in rete un dritto più grave di qualsiasi altro smash sbagliato in carriera. La risposta finale sul 12-11, un rovescio che plana dietro le spalle di un Djokovic che voleva esibire un goffo S&V, sembra fatta per chiudere il capitolo di una storia, quando ti guardi indietro e magari scopri che i vent’anni non li trovi più.

A noi adesso toccherebbe l’interpretazione di una storia così anomala, magari produrci in vaticini per l’uomo, non più il ragazzo, che 40 anni dopo ha riportato l’Italia nella  semifinale di uno slam. Magari cautelarsi, dire che il tennis è uno sport e il bello di uno sport è che non si può mai sapere come andrà a finire, fingendo che tutto quanto successo finora, le mille sconfitte e i mille rimpianti, siano solo il percorso di formazione di un ragazzo proiettato verso un luminoso futuro. Ma come ha detto Djokovic, il futuro di Cecchinato è ora che è arrivato in una semifinale di uno Slam e chiedersi dove possa arrivare non ha più senso perché c’è già arrivato. La sconfitta che verrà – Thiem è avversario diverso di quelli che si è finora trovato sulla strada – non muterà di una virgola il giudizio su un ragazzo come tanti che si è trovato al posto giusto nel momento giusto, la caratteristica degli eroi contemporanei, come si diceva di Lebowsky.

Certo, siamo preoccupati dell’insopportabile retorica che adesso si rovescerà su di lui e su di noi, a partire da quella della Federazione che su questa semifinale ci camperà per un altro ventennio. Ma almeno ci libereremo di quell’altra, quella del giocatore che “dipende solo da lui”, che “sulla terra rossa è top 10” che “se mettesse la testa a posto allora”. Da oggi l’ombra di Cecchinato chiuderà la discussione. E pazienza se noi e voi sappiamo che tutto questo non si ripeterà, che Cecchinato vincerà qualche partita in più e già arrivare in top 20, lui che adesso è 27 e i suoi punti li ha guadagnati solo nei Challenger, sarebbe sorprendente. Ma il futuro è oggi, e oggi l’ombra del palermitano copre tutto quanto.

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Roland Garros 2018


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