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Non sapeva se avrebbe giocato su erba, poi ha vinto Wimbledon: il ritorno di Novak Djokovic.

Non sapeva se avrebbe giocato su erba, poi ha vinto Wimbledon: il ritorno di Novak Djokovic.

Non c’è alcun dubbio che i 5 anni e mezzo che vanno da gennaio 2011 a giugno 2016 siano stati dominati da Novak Djokovic: ad eccezione di un paio di pause, una peraltro piuttosto breve, il serbo è stato sempre al numero 1 del ranking, dominando il circuito come solo Federer aveva saputo fare, almeno per un periodo così lungo. Escludendo gli ATP 250 e 500, in quella finestra temporale Djokovic ha vinto 38 titoli (10 Slam, 24 Masters 1000 e 4 Finals) in 74 partecipazioni, con appena quattro assenze (Montecarlo e Shanghai 2011, Madrid 2014 e 2015): non serve la calcolatrice per arrivare alla percentuale, ma grossomodo un torneo importante su due lo ha vinto lui. Se ci aggiungiamo le finali (13), si arriva a più di due terzi di tornei nei quali il serbo è arrivato a giocarsi il titolo. Insomma, quando cominciava un torneo che assegnava almeno 1000 punti, puntare qualche soldo su Novak era un investimento sicuro.

Com’è noto, l’incantesimo si è spezzato quando Djokovic ha vinto il torneo più ambito, il Roland Garros. Dopo aver completato il Career Grand Slam, Djokovic perse nella prima settimana di uno Slam per la prima volta in sette anni, uscì al primo turno del torneo olimpico («Senza dubbio una delle sconfitte più dure della mia carriera») e cedette la prima posizione mondiale ad Andy Murray nel finale di stagione, perdendo l’imbattibilità alle ATP Finals che durava dal 2012. I pessimi risultati del 2017 lo convinsero a prendersi una pausa dal tennis, soprattutto per via di un problema al gomito che si portava dietro da almeno un anno e mezzo, sperando di emulare quanto fatto da Federer dodici mesi prima. Il Djokovic che è tornato nel circuito quest’anno, però, era radicalmente diverso dal Federer che vinse gli Australian Open.

Non era chiaramente un problema fisico, quello di Djokovic, ma il puzzle che si è trovato a risolvere il serbo è sembrato molto più complesso del previsto. La separazione da Boris Becker a fine 2016 e quella da Marian Vajda (oltre che da Gebhard Phil-Gritsch e Miljan Amanovic) a metà del 2017 già allora furono viste come un tentativo poco convinto di tagliare i ponti col passato, ma senza un qualche valore tecnico che li giustificasse. La collaborazione con Andre Agassi, di cui non si ricorderà nessuno tra una decina d’anni, fu una mera operazione d’immagine, che probabilmente non convinceva nessuna delle parti, e che è finita senza nemmeno troppo clamore. Quello che serviva a Novak Djokovic per tornare a vincere le partite, naturalmente, era trovare di nuovo la convinzione di essere il più forte di tutti, e questa convinzione la si trova solo vincendo le partite, un cane-che-si-morde-la-coda che ha deciso le carriere di molti tennisti.

Il ricongiungimento con Marian Vajda non è un motivo sufficiente per accontentarsi di capire quanto è successo, ma è un buon punto di partenza. Dopo Montecarlo, torneo in cui raggiunse i quarti di finale, Djokovic disse che per la prima volta aveva giocato senza dolore; qualche settimana dopo, a Madrid, il serbo sconfisse il primo top 20 della stagione, dopo 10 mesi di sconfitte. Al Roland Garros, due anni dopo l’ultimo Slam, c’era qualcuno che pensava che sarebbe stato un rivale credibile per Rafael Nadal, anche perché la loro semifinale di Roma, vinta dallo spagnolo in due set, era stata la prima vera occasione in cui si era rivisto, anche se solo per poco, il Djokovic di una volta, quello che soffocava i suoi avversari fin dalla risposta, quello che annullava le palle break con i passanti che finivano sempre sulla riga, quello che strabuzzava gli occhi a fine partita e che si strappava la maglia dopo l’ennesima maratona vinta. Invece il serbo perse contro Marco Cecchinato ai quarti di finale, un quasi sconosciuto che giocò la migliore partita della sua carriera battendolo in quattro set. In conferenza stampa, uno sconsolato Djokovic disse che non sapeva se avrebbe giocato sull’erba, facendo intuire che la via del ritorno era ancora molto lunga.

Alla fine Djokovic ha vinto Wimbledon per la quarta volta, approfittando di un torneo in cui i favoriti si sono sfilati l’uno dopo l’altro prima della semifinale, ma fabbricando la sua fortuna vincendo la partita più bella del torneo, quella contro Rafael Nadal. Il terzo set, vinto al tie-break per 11 punti a 9, è stato il momento decisivo: se prima della partita Djokovic partiva sfavorito sotto vari punti di vista, la vittoria di quel parziale gli ha dato il vantaggio di cui aveva più bisogno, il vantaggio psicologico. Djokovic non ha mai sofferto il gioco di Nadal, nemmeno nei momenti più duri della sua carriera, ma il maiorchino lo ha battuto varie volte sul piano mentale, anche in condizioni di gioco che avrebbero dovuto favorire Djokovic. Stavolta non è andata così, e nonostante il giorno dopo Nadal sia riuscito a sfruttare l’interruzione vincendo il quarto set, il serbo ha tenuto duro nel quinto e vinto la partita di pura tenacia, annullando cinque palle break in un crescendo di spettacolarità.

La finale contro Kevin Anderson è stata poco più di una formalità e non poteva essere altrimenti visto che il sudafricano veniva da due partite sfibranti dal punto di vista fisico e mentale. Ma anche fosse arrivato riposato, difficilmente Anderson avrebbe potuto giocarsela contro questo Djokovic. Il colpo simbolo dello strapotere serbo, la risposta, era infatti tornato in tutta la sua spietatezza: nel primo set della semifinale, Nadal si è trovato spesso la palla sui piedi e le cose non sono cambiate in finale, seppur con un servizio più potente. Pian piano, nel corso del torneo, Djokovic ha trovato la fiducia giusta per giocare il suo colpo più incisivo nei pressi della riga, la base per strozzare la battuta dell’avversario, e così i pezzi del puzzle hanno trovato il loro ordine. Era chiaro a tutti che Djokovic avesse bisogno di una sicurezza per lavorare sul resto. Quello che per Federer è il servizio e per Nadal il dritto, per lui è la risposta: ritrovata quella, il resto è arrivato di conseguenza.

Le prime avvisaglie di quanto stava per accadere si erano intraviste già al terzo turno contro Kyle Edmund, che molti indicavano come un serio pericolo per Djokovic. E a ragione, perché a dispetto di una vittoria in quattro set, il serbo ha dovuto affrontare vari problemi: prima di tutto l’avversario, che ha vinto il primo set giocando un tennis quasi perfetto, poi le decisioni arbitrali e infine il pubblico, che spesso ha giocato in qualche modo un ruolo nelle alterne fortune di Djokovic. Dopo due vittorie di routine, con Khachanov e Nishikori, il serbo ha annunciato il suo ritorno con una partita magnifica durata oltre cinque ore, in pieno stile Novak Djokovic.

È stato contro Nadal che il serbo ha finalmente ritrovato quella capacità che sembrava smarrita: quella di far buon viso a cattivo gioco, sfruttando le avversità e trasformandole in furia agonistica. All’inizio del quinto set, Nadal si trovava in una posizione psicologica di indubbio vantaggio e sembrava che Djokovic avrebbe finito per accontentarsi di andare in conferenza stampa per fare i complimenti al rivale, a parlare di una sconfitta dolorosa ma utile nel processo di ritorno e a proporsi di lavorare sempre di più per tornare quello di una volta. Invece, come nelle finali degli Australian Open 2012 e Wimbledon 2014, Djokovic non si è fatto abbattere e ha ricominciato a giocare come se niente fosse successo. Ma se qualche anno fa questo atteggiamento non sorprendeva nessuno, quello che è avvenuto l’altro ieri è stata un’impressionante dimostrazione di irriducibilità. Ha avuto bisogno di qualche coincidenza, ma al momento giusto si è fatto trovare al posto giusto: la qualità che manca alla Lost Generation dei Dimitrov, dei Nishikori, dei Raonic e che invece non manca agli ultratrentenni che hanno vinto gli ultimi sette Slam. Non si sa per quanto durerà, ma questo è un altro discorso.

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Novak Djokovic wimbledon 2018


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