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Una polemica sexy in un week end di mezza estate

Ai saldi di fine agosto, l'ITF vende la Coppa Davis: chi se ne accorgerà?

Ai saldi di fine agosto, l'ITF vende la Coppa Davis: chi se ne accorgerà?

Alcuni di voi, per fortuna non troppi e verosimilmente non troppo a lungo, costretti dalle circostanze e dal destino saranno incappati nel nuovo scandalo che ha fatto indignare chi si occupa di tennis. Una riunione dell’ITF, l’organizzazione del tennis internazionale, una sorta di FIFA ma leggermente meno influente, ha decretato che la Coppa Davis, così come è stata condotta per poco meno di 120 anni, non va più bene. Non che non s’abbia da fare – ci mancherebbe, lo spirito nazionale, la bandiera, la squadra, il loro maledetto demonio – ma insomma ce ne frega il giusto, più o meno quello che merita una competizione a squadre in uno sport che si gioca uno contro uno: zero. Se proprio si deve continuare questa pagliacciata che tre o quattro volte l’anno prendeva giocatori sparsi qui e lì e li costringeva a scuse ridicoli (a meno di non non essere un top 5, perché in quel caso altro che scuse, “chiamo io”), almeno si faccia in modo indolore. Una settimana e via, magari a Los Cabos, dove si gioca un torneo così importante che lo vincono solo quelli che poi sono troppo stanchi per giocare i Masters 1000.

Per anni la signorina Davis è stato il comodo rifugio di chi negli Slam faceva fatica ad arrivare alla seconda settimana e un buon  motivo per giustificare le attività delle varie federazioni. La scena era più o meno sempre quella. Si partiva dal tentativo di convincere il big di turno a giocare richiamando agli imprescindibili valori patriottici con l’aiuto di qualche migliaio di euri raccolto da qualche disperato sponsor; si continuava col big a fare due conti tra quello che gli costava interrompere la sacra routine e il bisogno dell’ultimo cellulare (qui non si fa pubblicità) o di quella casuccia nel fiordo norvegese; interludio col sì – “non avevamo dubbi, sappiamo quanto è attaccato ai compagni, al sacro suolo, personalmente a noi, a me” – o col no – “purtroppo quest’anno per lui sarà molto duro e l’anno scorso è stato durissimo ma l’anno prossimo ha garantito che il suo attaccamento ai compagni, al sacro suolo, personalmente a noi, a me”; si svolgeva poi il match in una qualche città di provincia con qualche migliaio di figuranti che, con il loro incitamento, conducevano alla vittoria l’intero Paese o, in subordine, rendevano onorevole la sconfitta; il tutto si concludeva con i titoli sui giornali per ricordare che altro che Wimbledon o Roland Garros; Dio non volesse, anzi sì, che la partita poi la fosse vinta dall’underdog, lo sfavorito come lo chiamiamo noi tecnici. Allora sareste travolti dai racconti di quella volta che McEnroe, Panatta, Sampras e “la coppa Davis è una competizione particolare, mica come gli slam. Qui i favoriti non sono mai davvero favoriti”, tanto che importa che non sia vero?

Un così oliato meccanismo narrativo è stato distrutto dalla decisione della ITF che appunto ha detto “ora basta, non ci guadagniamo una lira, i giocatori si lamentano e le partite francamente sono inguardabili: tiriamoci fuori qualcosa e risparmiamo questa pantomima a questo e a quello”. Cosa di meglio per romantici commentatori stremati dal dover cantare le gesta di questo e di quello in un’estate trascorsa in attesa degli US Open? Quindi, accuse a questo e a quello di essersi venduti, di tradire lo spirito di una competizione alla quale siamo tutti attaccati, l’ingresso dei mercanti nel puro tempio del tennis, notoriamente il regno della giustizia sociale. Ricerca di inenarrabili retroscena per scoprire chi ha tradito, volete che non ci sia il villain in una narrazione picaresca? E ancora: esposizione al pubblico ludibrio per chi osa mettere in discussione il valore di una cosa che batter il cor ancor ci fa, eleganti accenni al chi paga, al contrario di noi, indipendenti perché siamo bravi e che abbiamo fatto carriera col nostro talento.

E su tutto la figura di Gerard Piqué, già al centro di intellettuali riformisti perché “ma tu guarda quest’indipendenza dalla Catalogna che vogliono i ricchi calciatori, allora è per forza un’idiozia”. Che a pensarci bene, poi, ‘sto Piqué è fortunato perché gioca nel Barcellona altrimenti sarebbe stato un centrale qualsiasi, un po’ come Messi, che lo vedete come gioca male con l’Argentina. Ci occupassimo di calcio, avremmo il mistero di chi siano poi allora quelli che fanno giocare bene Piqué e Messi ma, essendo amanti di uno altro sport, o vedete voi come definire il tennis, meglio tornare alla nostra sacra –  abbiamo già detto sacra? – indignazione.

Federer si è detto triste per quanto è successo, ed è inutile ricordargli quanta voglia abbia sempre avuto di andare in palazzetti dello sport spersi negli angoli del mondo. Ma forse è solo il nostro piangere che fa male al re, e ancora di più quello di Herbert che dice che “per Djokovic è facile, lui guadagna un sacco di soldi, che gl’importa?” visto che il serbo ha sobriamente ricordato che si era francamente rotto le scatole di questo format. Che pensi ai soldi, un patriota? Ma tra i giocatori non è che ci sia stata chissà quale alzata di scudi, Nadal sembra interessato all’argomento quanto al torneo di Los Cabos appunto, Murray sta pensando ai fatti suoi e così, come sempre, tocca all’ideologo del circuito, l’unico che usa il cervello anche fuori dai campi, il commento definitivo, che facciamo nostro.

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Coppa Davis


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