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Alla Coppa dei Castelli non splende più il Sole

È ripartita la Coppa dei Castelli romani di doppio, c’è da difendere il titolo di campioni.

È ripartita la Coppa dei Castelli romani di doppio, c’è da difendere il titolo di campioni.

Arrivo sul Tevere dalle parti della basilica di San Paolo quando sono le due passate di una domenica che più di ottobre è di giugno, il cielo è terso, la città riposa negli appartamenti e in giro ci siamo solo noi, gli sportivi della domenica. Io, nella fattispecie, ho abbandonato moglie e piccolo per il terzo turno della Coppa dei Castelli di doppio promettendo di tornare presto per prendere il gelato nel pomeriggio. Il mio circolo è iscritto alla gara di terza categoria, siamo i campioni in carica dopo la vittoria dell’anno scorso e oggi giochiamo il terzo match di girone, contro un circolo dal nome strano, l’ASD Sport Libero, e dal simbolo ancora più astruso, un sole arancione con i raggi ben definiti su uno scudo verde, zona Osho con salsa massonica in pratica.

Abbiamo vinto i primi due match di girone, 3 a 0 il primo e 2 a 1 il secondo, e io ho giocato entrambe le volte, più per caso che per merito, ma questa è un’altra storia. Il turno di oggi si preannuncia decisivo, questi col Sole arancione pare siano forti. Il circolo, però, non è fra i più attraenti di Roma. Ha il Tevere a pochi metri, ma non è lo stesso fiume che scorre a Roma nord, dove gli argini sono curati, ciclabili e con le discese a scalini dei circoli blasonati per salire sulle canoe. Qui, a Roma sud, c’è la vegetazione, i canneti, il fiume manco si vede ma te lo senti addosso per via delle zanzare. Ci sono sei o sette campi sotto il livello della strada, spogliatoi e bar sono prefabbricati, possiamo solo immaginare quanto freddi saranno alla sera, quando l’umidità sarà più o meno quella di Manaus, tant’è che ti aspetti Mister No spuntare dalla sua amaca dietro il canneto.

Verso le tre, nell’unico campo a disposizione per gli incontri, iniziamo schierando il nostro doppio più collaudato, come lo avrebbe definito Ezio Luzzi, o magari Sandro Ciotti: Eddy insieme a Francesco. Di fronte hanno due terza categoria, sembrano molto bravi. Uno dei due, un gigante di un metro e novanta, giovane e tanto muscoloso quanto brufoloso, colpisce molto forte da fondo campo, come uno dei tanti robot che spendono tanti soldi per diventare seconda categoria e che poi, se gli dice bene, finiscono a fare lezioni alle signore. “Questo pare sia molto forte, una promessa, così dice il maestro”, mi fa Arnaldo, il nostro capitano. “E quindi oggi, questa promessa del tennis invece di giocare in giro per il mondo o almeno in Italia nella finale di qualche torneo è qui con me che ho 42 anni a giocare la Castelli di terza? Capisco”, ribatto. Per me gioca meglio il compagno, più leggero dal punto di vista dei colpi ma che sembra sapere bene cosa fare in doppio, una cosa che conta molto quando il livello dei singolaristi è equilibrato.

A ottobre, a Roma, l’ombrello serve sempre.

Loro partono benissimo, noi no. Si portano sul 3-0, fatichiamo a fare il game, ma pian piano entriamo in partita. Perdiamo il primo set perché oramai è troppo tardi per rientrare ma siamo fiduciosi per dopo. Invece, loro conducono anche il secondo; Eddy sta giocando benissimo, è praticamente infallibile da fondo campo, una zona dove tiene senza problemi la velocità di palla del giovane robot sulla diagonale di dritto nonostante i 20 anni (almeno) di differenza d’età. Purtroppo per Eddy, e per noi tutti, Francesco è incappato in una giornata di quelle storte. Non riesce a fare neanche il minimo sindacale, che ci permetterebbe tranquillamente di vincere la partita, e quindi il match sembra segnato. Invece, sotto un sole estivo, e in questo campo circondato da racchette sfasciate appese sulle reti che lo delimitano, Eddy prende per mano Francesco e lo conduce alla vittoria del secondo set dopo aver annullato due matchpoint. Si va al long tie-break. Oggettivamente, non meritiamo la vittoria. Il gigante dai colpi solidi tiene il suo livello di gioco costante, il suo compagno invece cala di livello, insieme però fanno meglio dei nostri e riescono a vincere. Francesco esce dal campo arrabbiato, Eddy è sconsolato e prende la via degli spogliatoi in silenzio.

Il secondo doppio è formato da Enzo, un maestro del circolo già seconda categoria, e Arnaldo. “Lo zio”, come chiamiamo affettuosamente il nostro capitano, non ha giocato mai fin qui nella Castelli mentre io ho ho già fatto due partite, perciò mi tiro indietro nel toto formazione facilitando la sua scelta. Di fronte hanno due che sembrano bravi ma che in realtà si rivelano scarsi fin da subito. Andiamo subito avanti nel punteggio a suon di cannonate di Enzo al servizio, uno che batte a duecento all’ora esattamente come quelli della televisione. I due si incartano nel secondo set: Arnaldo gioca corto e piano, e per gli avversari è un gioco da ragazzi “entrare” sulla diagonale e chiudere le volée. Lo schema si ripete più volte fino ad annoiare noi della tribuna, il long tie-break è inevitabile. Gli avversari, fortunatamente, si addormentano. Più che altro Enzo, apparso molto scazzato nel secondo set, si riprende un attimo e torna a giocare al suo livello. Saliamo 6-0 nel punteggio e arriviamo a 10 poco dopo. Si va al terzo doppio.

Toccherebbe a me giocare, se non altro per essermi sorbito almeno tre ore di tennis di livello scadente faccia al sole in questo circolo abbandonato dalla bellezza fin dalla nascita ma, come prevedibile, parte il conciliabolo sulla scelta dei giocatori. Arnaldo si produce nella perifrasi più lunga della storia per dire che dovrebbe giocare il doppio più forte, quindi Eddy che sta giocando molto bene e uno fra me e Enzo con, ovviamente, favorito Enzo, considerata la (netta) differenza di bravura (e di età). Loro schierano due ragazzini, Eddy pensa che sia giusto che giochi io, anche perché siamo praticamente qualificati e non c’è in ballo il titolo di campione del mondo, è pur sempre la Coppa dei Castelli. Arnaldo tituba, ammoscia un po’ le mie velleità di giocatore ma ci lascia decidere, giochiamo io ed Enzo.

Sono da poco passate le sei quando iniziamo, il sole cala dietro la vegetazione, sale la brezza e sulle tribune la gente pensa a dove ha lasciato il giacchetto, sperando sia in macchina. Mentre si spegne la luce magica di Roma ad ottobre, quando il cielo da azzurro diventa rosso, si accendono dei deboli fari. La luce di gioco è la peggiore possibile, un misto naturale-artificiale che comunque non ci penalizza. Saliamo rapidamente 4-1 e poi 5-2, chiudiamo 6-2 senza problemi. Enzo ha voglia, io faccio il mio solito nel doppio, e cioè servo discretamente, sono solido in risposta e nel palleggio da fondo campo, sotto rete chiudo la mia solita volé su tre, anche una su due quando mi dice bene. Per ora basta.

I nostri avversari sono due ragazzini. Uno, il più forte, serve molto bene e ha un gran rovescio. Io rispondo a destra e lui mi gioca la palla più difficile da ribattere, un servizio sul mio rovescio neanche tanto angolato, ma indirizzato al corpo con effetto slice. Se non angolo bene, l’avversario entra a rete con molta facilità. L’altro ragazzino ha un bel dritto, un rovescio insicuro e batte piano, ma qualche volta ci sorprende con qualche buona prima.

Pitch Black Tennis.

Enzo perde il servizio in avvio di secondo set. Cala un pochino, e calo pure io perché praticamente non vedo più la pallina. È buio pesto intorno a noi, le luci degli altri campi sono spente e quelle del nostro sono intime. Una metà campo ha un faro in più dell’altra, da quella parte riesco a rispondere meglio, per il resto mi affido all’intuito, al culo insomma. La palla mi sembra arrivare più velocemente addosso, colpire di volo è ancora più difficile. Recuperiamo e saliamo 4-3 nel punteggio. Sul 4 pari servo io e perdo un turno di servizio nel quale pure abbiamo avuto la palla per andare 5-4. Faccio due doppi falli pur non avendo mai provato a servire forte la prima, non ci riesco.

Cambiamo campo, mi tocca rispondere nella metà campo più buia. Abbiamo perso cognizione dell’orario: io e Enzo non ci fermiamo mai nelle pause, comunque questa partita sta durando molto. Enzo non vede più la fidanzata in tribuna. “Starà incazzatissima – mi fa – le avevo detto che verso le cinque, le sei al massimo ce ne saremmo andati”. “Ah lei sta arrabbiata, lei che è tennista e sapeva a cosa andava incontro venendo qui. Pensa a mia moglie, che pure odia sto sport che ora m’ha rotto pure a me”. Penso a mio figlio, che mi aspetta, sicuramente si starà chiedendo dove sono finito e perché non sono con lui a prendere il gelato, gliel’avevo promesso. Mi si stringe il cuore quando lo penso, manco lo avessi abbandonato per strada. Questo è l’amore. E questo è anche il dialogo che precede il nostro tentativo di rimonta. Che fallisce. Sciupiamo due palle per il 5 pari, Enzo sbaglia forse qualcosina ma c’è da capirlo, magari è anche solo stanco. Non riusciamo a far valere la nostra bravura e la maggiore esperienza, giusto quindi che, per la terza volta in giornata, a decidere la vittoria sia il tie-break a dieci punti.

Andiamo avanti 1-0 noi ma loro rimontano e si portano sul 3 a 1. Rimaniamo in scia, ma loro conducono sempre nel punteggio. Quello bravo dei due, quello col rovescio forte, entra benissimo a rete e non sbaglia più una volée. L’altro ragazzino gestisce bene la tensione, io ed Enzo comunque non molliamo. Lontano in tribuna vedo Eddy a braccia conserte, ci incita con lo sguardo severo, si è praticamente rotto il cazzo anche lui di questa interminabile giornata di tennis, con moglie e due figlie che lo attendono da ore nell’altra parte di Roma. Ilaria, la fidanzata di Enzo, risulta ancora dispersa. “Starà in macchina” gli dico, fuori si muore di freddo, sono le otto di sera.

I due ragazzini si portano sul 7-4, io alterno un punto buono a uno scialbo, difficile recuperare così. Il punteggio ora recita 9-6 in loro favore, tre matchpoint. Servo io per due turni e batto bene, annulliamo entrambi i matchpoint. Ne rimane ancora uno, Enzo scambia da fondo e io chiudo una buona volée: 9 pari. In tribuna Eddy e Arnaldo si fanno sentire. Rispondo bene, l’avversario mette a rete e arriviamo finalmente noi al punto che ci darebbe la vittoria. Tocca a Enzo servire, in pratica come se toccasse a John Isner servire il punto della vittoria. Eddy e Arnaldo, a un paio di metri da noi dietro la rete, sono perentori: “Enzo, una prima a cannone”, “Tira la prima a tutta”. Enzo si gira verso di me e mi vede annuire: “A manetta Enzo, a manetta”.

La prima esce larga di dieci centimetri, la seconda si ferma a rete: Isner ha fatto cilecca col suo colpo migliore, facendo doppio fallo sul matchpoint. Unbelievable, direbbe il bravo telecronista col suo vocabolario di 800 parole. Ne salviamo un altro, non ne arriverà un altro per noi. Il pischello bravo col dritto indovina un pallonetto in top che fa correre Enzo alla disperata quando siamo sul 12-11 per loro, il nostro recupero esce fuori. Mentre loro esultano Eddy è già a metà del vialetto in direzione parcheggio. Arnaldo lo segue a ruota, tutti spariscono rapidamente. Rimaniamo io ed Enzo. Controlliamo subito i telefoni, sono le otto e mezza. Ilaria è ancora sparita e sul mio telefono non c’è neanche un messaggio di mia moglie, praticamente il livello di incazzatura successivo a quello degli insulti.

Enzo ha la solita calma, io un po’ rosico, ma più che altro per 8 ore buttate appresso a questa Coppa dei Castelli. Corro verso la macchina per tagliare Roma a metà più di corsa che posso, se mi sbrigo forse riesco a salutare mio figlio prima che si addormenti alle 9 in punto, avevo promesso che sarei tornato presto a casa per fargli fare i compiti. Ora dovrò pure dirgli che ho perso.

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