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Guida al tabellone maschile degli Australian Open

Un nuovo campione per chiudere un'era: saranno gli Australian Open della svolta? 

Un nuovo campione per chiudere un'era: saranno gli Australian Open della svolta? 

La speranza più grande degli appassionati è che, alla fine di questi Australian Open, la novità più grande non sia stata l’introduzione del tiebreak nel quinto set. C’è voglia di un nome nuovo, perché se da una parte le federazioni che gestiscono il tennis stanno cercando di soddisfare le televisioni accorciando match e tornei, dall’altra è anche ora di accontentare i tifosi con dei nomi nuovi, stanchi come sono di assistere a stantie repliche dei soliti match. Si riparte dalla solita Australia quindi, nella speranza che sia lo Slam della svolta.

I favoriti

I nomi sono sempre gli stessi, quelli che sedano sul nascere ogni possibile rivoluzione nella forma di un nuovo vincitore Slam. Anche quest’anno, Nadal, Federer e Djokovic partono davanti a tutti, forse il solo Alexander Zverev è sullo stesso livello. A nostro avviso vanno considerati fra i favoriti anche Marin Cilic e Kevin Anderson, due giocatori che oramai sono degli habituée delle fasi finali dei tornei maggiori. Chiunque altro vinca il torneo al di fuori di questo sestetto rappresenterebbe la sorpresa più grande proprio dalla vittoria di Marin Cilic agli US Open 2014. Non possiamo, infatti, realmente credere che Dimitrov possa improvvisamente ritrovarsi a Melbourne dopo aver fallito per tutto il 2018, anno che aveva iniziato sulla scorta della vittoria alle ATP Finals 2017, o che Kei Nishikori non incappi in una delle sue giornate storte col dritto o, ahilui, che il fisico regga per due settimane: più probabile che arrivi Karen Khachanov a prendere a randellate tutti i suoi avversari. Altrimenti c’è sempre la Nuke Option: Nick Kyrgios che vince il torneo e smette di giocare per tutto il 2019, l’ha dichiarato lui stesso. Noi ci staremmo, eh.

Nadal si è già ritirato da Brisbane nel 2019, riuscirà a completare il torneo?

Quelli più in forma

I risultati delle prime settimane, specie della prima, vanno presi con le pinze, ma non può essere un caso se per il quarto anno di fila Roberto Bautista-Agut ha vinto un titolo nei tornei di preparazione agli Australian Open: nel 2016 e nel 2018 ha vinto ad Auckland, nel 2017 a Chennai e nel 2019 è arrivato in finale a Doha, vincendola in tre set contro Tomas Berdych dopo aver eliminato Stan Wawrinka ai quarti e Novak Djokovic in semifinale. Lo spagnolo agli Australian Open è arrivato per tre volte agli ottavi (più che in ogni altro Slam) e nel curriculum può vantare un paio di vittorie prestigiose, del Potro nel 2014 e Cilic nel 2016. Ha pescato Murray al primo turno, contro cui ha sempre perso, perciò potrebbe uscire al primo turno come l’anno scorso, quando venne sconfitto all’esordio da Verdasco. Ma dovesse andare avanti, Bautista-Agut è uno di quelli che può dare fastidio ai tennisti che stanno sùbito dietro ai favoriti, come per esempio Karen Khachanov, suo teorico avversario al terzo turno.

L’altro finalista di Doha, Tomas Berdych, è uno che va sempre tenuto d’occhio in Australia: nelle ultime 8 edizioni ha fallito l’accesso ai quarti solo una volta, nel 2017, quando ebbe la sfortuna di trovare al terzo turno un Roger Federer in condizioni smaglianti dopo i sei mesi di riposo. Dal 2011 al 2018, Berdych ha raggiunto anche due semifinali (2014 e 2015) e a sconfiggerlo sono sempre stati tennisti di prima fascia: Djokovic nel 2011 e nel 2013, Nadal nel 2012, Wawrinka nel 2014, Murray nel 2015 e Federer nelle ultime tre edizioni. Stavolta si possono incontrare solo in semifinale, per cui l’avversario di cui si deve preoccupare è Rafael Nadal agli ottavi. Ma la vera novità è che Berdych si presenta a Melbourne senza una testa di serie e con vari mesi di inattività alle spalle: il sorteggio non è stato cattivo (un Edmund in grave difficoltà al primo turno, poi Garcia-López o Haase al secondo e probabilmente Schwartzman al terzo), ma ci sarà da vedere se il ceco avrà raschiato via tutta la ruggine o se il best-of-5 gli presenterà il conto. In ogni caso, a Doha abbiamo visto un ottimo Berdych ed è lecito aspettarsi qualcosa di buono.

Infine, sarà interessante vedere come se la caverà Alex de Miñaur, alla terza partecipazione in Australia ma alla prima senza una wild-card. Il ragazzo classe ‘99 è addirittura testa di serie: affronterà al primo turno un trentenne che non ha ancora esordito negli Slam, Pedro Sousa, poi c’è uno tra Basic e un qualificato e al terzo turno il match che in molti si augurano di vedere è quello con Nadal, sulle cui condizioni c’è il solito punto interrogativo. Ma dovessero affrontarsi, sarà certamente una partita da vedere perché de Miñaur è già amatissimo dal pubblico australiano: non ha colpi spettacolari o un dritto potente, ma corre come un dannato e agli australiani tanto basta.

(La guida al tabellone femminile)

Murray ha giocato contro Djokovic una mini partita di allenamento: 6-1 4-1 per Nole. Diciamo che non è in forma.

Chi ha più pressione addosso

Nonostante sia il primo Slam dell’anno per molti è già il momento di dimostrare qualcosa. Prima di tutti per Alexander Zverev, che ha chiuso un 2018 di luci – vittoria e Madrid, finale a Roma e Miami – e ombre – il solito rendimento deficitario negli Slam – con la sua vittoria fin qui più prestigiosa, quelle delle Finals di Londra contro Novak Djokovic. Il tedesco ormai da un paio d’anni staziona stabilmente nella top 5, adesso è numero 4 dietro la sacra trimurti, ha appena 21 anni ma da tempo si aspetta che il suo ruolo da predestinato venga certificato da uno Slam. E via via che il tempo passa, per Sascha sarà sempre più complicato spiegare che vincere un grande torneo non è poi così semplice, se è vero che negli ultimi 14 anni solo in tre ci sono riusciti oltre ai Fab Four. Zverev si presenta a Melbourne con Lendl, che è “un uomo molto fortunato” (parole di Andy Murray), e con un problema alla caviglia, non si sa quanto grande. Il tabellone non è terribile ma il terzo turno con Simon, tatticamente un genio, potrebbe risultare molto ostico per un impaziente come lui. E poi ci sarebbe forse Kyrgios, prima di arrivare in semi. Insomma non è certo detto che Zverev romperà il digiuno in Australia, ed è essenziale che lo capisca anche lui. Magari è l’unico modo per vincere.

Per quanto possa sembrare assurdo un altro che dovrà gestire la pressione è proprio Roger Federer. Lo svizzero convive ormai da tempo con il pensiero del tempo che passa e ogni sconfitta, ogni prestazione non all’altezza di quello che fu e chissà se è ancora, porta con se l’ipotesi dell’ultima volta. E giocare ogni partita con l’idea che magari è l’ultima in cui davvero ci si gioca qualcosa non è una cosa fatta per rasserenare, come del resto raccontava Martina Navratilova, che visse i suoi momenti più complicati verso la fine della sua carriera. Si è detto mille volte che Federer può tirar fuori dal suo infinito talento qualsiasi soluzione, ma non è detto che sia quella giusta.

Roger Federer alla ricerca della vera quota 100, quella dei tornei vinti.

Qualche pressione sembra ce l’abbia anche Dominic Thiem, capace di buttare al vento un match meraviglioso contro Nadal a New York sparacchiando un comodo smash in tribuna. L’austriaco è sempre meno giovane e per quanto i suoi movimenti ampi sembrano fatti più per la terra rossa che per il cemento, ha spesso dimostrato che nelle giornate di luna buona può difendersi più che decorosamente. Il punto è che appena comincia a pensare che le cose possano andare meglio di quanto non credesse Thiem si incarta, come successe l’anno scorso quando riuscì a perdere un ottavo di finale contro Tennys Sandgren, nientemeno. Anche adesso non ha un calendario complicatissimo, almeno fino al match contro Coric, con cui comunque partirebbe lo stesso da favorito. Ma dipende più da lui che dal resto, e questo non è un buon segno.

Tutta diversa infine la pressione che può avere uno come Kei Nishikori che dopo aver sfiorato l’impresa era sembrato inesorabilmente declinare dietro il peso di un’intera nazione che lo venerava quasi come un dio. Complice la fragilità fisica Nishikori ha perso quasi un anno per ricostruire pazientemente una nuova carriera e i suoi piccoli passi lo hanno condotto più o meno a dov’era prima, cioè alle soglie di una grande impresa. La volta precedente finì sotto i colpi di Cilic e le vendette di Djokovic, adesso il treno gli sta ripassando davanti. Il suo dritto ci spiegherà rapidamente cosa passa per la testa del giapponese più emotivo mai visto su un campo sportivo.

Primi turni per i quali vale la pena mettere la sveglia

I tanti tennisti dall’ottimo curriculum che sono rimasti fuori dalle teste di serie hanno reso il sorteggio particolarmente interessante anche per quanto riguarda i primi turni, non solo per vedere in quale parte di tabellone sarebbe finiti Federer o Medvedev. E infatti sono usciti vari primi turni potenzialmente molto divertenti. Il più interessante di tutti è forse Wawrinka-Gulbis, il cui vincitore affronterà Raonic o Kyrgios. Due match difficili da pronosticare, in cui le condizioni – e in un caso, le motivazioni – dei giocatori avranno un peso non indifferente. Cilic, testa di serie numero 6, ha “pescato” Tomic: i due si affrontarono a Melbourne nel 2010, quando Tomic era praticamente uno sconosciuto e ne venne fuori un match molto combattuto, vinto dal croato al quinto set. Murray è finito dalle parti di Bautista-Agut, Berdych troverà il semifinalista della scorsa edizione, Kyle Edmund, mentre Benoit Paire ha trovato una delle prime teste di serie, Dominic Thiem.

Per i cultori dell’hipsterismo, occhi puntati su Tsonga-Klizan, il cui vincitore affronterà poi probabilmente Djokovic (nel caso vinca il francese si avrebbe al secondo turno la rivincita di una finale agli Australian Open, quella del 2008). Interessante anche Granollers-Copil, due giocatori che amano giocare a rete: tenersi alla larga se non si ama il rovescio in slice. Infine, per i cultori dei drammoni al quinto set, ci sono buone chance che Delbonis e Millman giochino all’infinito. Per fortuna hanno messo il tie-break al quinto set.

Quello che è successo l’anno scorso

Se si guarda alle fasi finali l’edizione maschile fu in un certo senso sorprendente: arrivarono infatti in semifinale due giovani che non avevano una testa di serie, Kyle Edmund e Hyeon Chung. Considerato che in semifinale negli Slam vanno quasi sempre gli stessi giocatori, fu una novità la qualificazione di due esordienti che fino ad allora erano quasi degli sconosciuti, anche se il coreano aveva vinto quella roba di cattivo gusto che si gioca a fine anno a Milano. Entrambi comunque vennero sconfitti, Chung non finì neppure la partita contro Federer, ed entrambi non combinarono granché per il resto dell’anno, almeno nei tornei che contano, perché la rivoluzione non è tutta rose e fiori. Quello messo peggio è Chung, che sembra avere un fisico di cristallo e che potrebbe anche uscire dai primi 50 in caso di una sconfitta nei primi turni.

La partita più bella del torneo maschile fu Dimitrov-Kyrgios (7-6 7-6 4-6 7-6), ma anche il match precedente dell’australiano, quando sconfisse Tsonga con un punteggio quasi identico (7-6 4-6 7-6 7-6) fu molto divertente, e lo stesso si può dire della partita tra Tsonga e Shapovalov: il canadese era visto addirittura come favorito, ma l’esperienza di Jo e il quinto set gli giocarono un brutto scherzo. Shapovalov andò avanti 5-2 ma perse 5 game di fila e abbandonò l’Australia con qualche rimpianto.

Gli Australian Open 2018 furono poi lo Slam di Tennys Sandgren, che arrivò fino ai quarti di finale e di cui si parlò a lungo anche per le sue opinioni politiche vicine all’estrema destra statunitense. E infine, l’Australian Open 2018 fu lo Slam in cui scoprimmo quanto può essere difficile pelare una banana per un tennista professionista (nel caso non lo sappiate, è più facile pelarle dall’altro lato).

Australian Open 2019

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