menu Menu

Barcellona liberata

Barcellona si tinge di rosso, non solo dentro le righe

Barcellona si tinge di rosso, non solo dentro le righe

La domenica del verdetto Barcellona si sveglia uggiosa, come infastidita da tanta attenzione. Sulla Rambla, finalmente vuota, nessuno sembra pensare alle elezioni e non c’è ragione di credere che sappiano di un russo e un austriaco che si daranno battaglia un po’ prima delle cinco de la tarde, né paloma né leopardo tant’è che fortunatamente il resto non dovrebbe essere morte, così si spera. Bisogna addentrarsi nel Barrio gotico, ma ci vuol poco non serve essere atletici, e raggiungere il Palau de la Generalitat per trovare qualche traccia di tensione, attenuata dal numero troppo basso di persone passate a vedere che aria tira quando non sono neanche le 10. A Barcellona, nonostante la festa per la vittoria del millesimo scudetto, celebrata a due passi da qui dopo che i fuochi d’artificio avevano invaso Pedralbes, i ristoranti che promettono Tapas e Bombe sono invece già aperti. In un paio di loro c’è l’espressione ingrugnita di Nadal che dice che almeno ha giocato bene, non “come sabato scorso, quando avrei perso anche dal numero 500 del mondo”, speriamo che a casa Fognini non la prendano male, ma la domanda andava fatta, capiranno o pazienza, ci sono altri cantori, noi non serviamo poi tanto.

Naturalmente si parla solo del Barça, di come dovranno far vedere qualcosa di meglio contro il Liverpool, però sembrano davvero contenti, anche se basta fare pochi passi, e il gatto del Raval sembra esprimere il sovrano disinteresse di una parte di Barcellona che cerca di reagire agli attacchi della gentrificazione, speriamo ci riesca. Anche perché altrimenti all’ATP potrebbe saltare in testa di giocare le Finals da queste parti, passata la sbornia torinese, che si sa come finirà (spoiler: male). Le semifinali di sabato sono state se non bellissime almeno incerte o comunque lunghe, e hanno soddisfatto i ricchi barcellonesi che si erano spostati a circa un chilometro da qui appunto per completare la serata con una vittoria, visto che era andata male contro Thiem. Immaginate lo stupore per questi che erano arrivati che sembravano gli AA di Stanis, e hanno riparato insieme ai BB al Camp Nou, dove nonostante si celebrasse uno scudetto trovare i biglietti non era complicato. Con qualche accorgimento, come perdere l’annuncio delle formazioni e i primi cinque minuti, con 25€ si trovava persino posto nei distinti, o come si chiamano qui. Marcelo mi accompagna con l’abbonamento di chissà chi, che costava 144 €uro fino alle 20.38, viene da Belgrano e non ha più di 25 anni, tifoso del Boca – “non credo che esistano tifosi del River” – ci rimane un po’ male quando scopre che l’interlocutore è al corrente del Monumental oltre che della Bombonera, ma per fortuna il nome di Franco Vazquez appiana ogni tensione. Agli AA stavolta va bene, Nadal può anche perdere dopo 22 vittorie e 45 set a 1 tra semi e finali, ma il Barça suvvia, ha pure Messi in panchina, però meglio farlo entrare. Il Camp Nou del resto è dove i cittadini ricchi di Barcellona scendono da Pedralbes per incontrare quelli poveri che salgono da Collblanc e tutti gli altri che arrivano con la metropolitana,
“Tant se val d’on venim, si del sud o del nord” una sola bandiera e un solo urlo, però poi ognuno a casa sua, chi ce l’ha.

Prima della finale del singolare c’è qualche passaggio burocratico da completare, come la finale del doppio, vinto da colombiani del cui nome non vi interessa poi tanto, e la premiazione di “Ferru”, al secolo David Ferrer, anche se fallisce la missione-pianto, perché Ferru è tutto d’un pezzo, fa battute, ma non ce la fa proprio a simulare commozione mentre scorrono i classicissimi auguri dei vecchi Nadal, Federer, Djokovic e dei nuovi Tsitsipas, Shapovalov, Auger-Aliassime con Tiafoe del tutto stranito, come se non avesse capito con precisione di chi diavolo si stesse parlando. Piuttosto che questo triste spettacolo, meglio approfittare di un equivoco che non importa raccontare per vedere nel ristorante riservato ai soci una coppia sorridente. Viene naturale ricordarne un’altra, vista sull’autobus, vecchissimo lui, distinta 80enne lei, che seduti vicino all’uscita si tengono la mano, belli come quella famiglia giovanissima vista dalle parti della Sagrada Famila – ad ognuno i propri adempimenti burocratici – 50 anni in due ma tre figli bellissimi, meno di 4 anni il più grande. Sono belle le persone, più delle pietre, dovremmo ricordarcelo quando qualche guglia brucia. Il ristorante dei soci quasi ti colpisce con la sua violenza, c’è il pata negra, che qui vale il caviale ma che non raggiugnerà mai la perfezione di una panella, e la paella non pare quella dozzinale vista dalle parti della Boqueria; qualche metro più in là, giornalisti e raccattapalle si accontentano di uno stinco di maiale e di un improbabile ragù, neanche gratis fra l’altro, a meno di non approfittare di un equivoco, appunto.

Tredicesimo titolo ATP, nono sulla terra battuta.

Finalmente ecco lo stempiato – che visto da vicino in sala stampa, subito dopo una sconfitta pesante sembra timido e molto bello – e il prossimo vincitore del Roland Garros, che però deve sbrigarsi se non vuol rimanere prossimo. Dei signori sardi un po’ attempati si godono il giusto premio, almeno così sembra di capire, si rammaricano di non aver visto Nadal e poi si divertono un mondo, al contrario di Medvedev, che per un quarto d’ora fa sembrare Thiem normale. Dal sedicesimo minuto in poi Thiem ingrana un’altra marcia e per l’anima slava dello russo è più che sufficiente, il secondo set lo gioca solo perché deve, ma il 6-4 6-0 finale è impietoso. I festeggiamenti sono tra il rococò e il provinciale con una coppia forse prelevata dal Liceu – e quindi magari saranno bravissimi, perdonate l’ignoranza – che intona un’aria la cui attinenza col tennis è persino inferiore a questo pezzo. Thiem sembra contento, Medvedev anche, manda saluti e ringraziamenti alla moglie, e pensare che ha 23 anni. Lo stanco rituale prevede una conferenza stampa che almeno uno ravviva chiedendo a Thiem come mai ci fosse Davin nel suo angolo, di Davin, peccato che l’austriaco, e nessun altro, si sia accorto di lui. Il fatto che non ci fosse deve avere influito.

“Prost.”

Il torneo è finito, forse era meglio Madrid, la Vanguardia dice che il miedo non deve trasformarsi in panico, e no, non è un commento alle condizioni di Nadal, ma la preoccupazione per il risultato di VOX un partito che fa schifo tanto quanto la Lega, che infatti ha subito manifestato vicinanza. Ah, ovviamente è anti-indipendentista, ma solo il dibattito ignorante e cialtrone di casa nostra può stupirsi. Invece purtroppo la merda dilaga anche qui, Franco non morirà mai abbastanza, speriamo bruci tra le fiamme dell’inferno. Al Palau de la Generalitat non si muove una foglia, i primi risultati dicono che il PSOE ha vinto ma, fosse sport, non ha convinto, nel senso che anche alleandosi con Podemos non è in grado di fare una maggioranza. Servirebbe anche un partito indipendentista, ma è dura accordarsi con chi hai messo in galera, tendono a prenderla sul personale. Quelli di VOX entrano in parlamento, le Cortes da queste parti, a Barcellona per la prima volta vincono i repubblicani e indipendentisti, del resto le sole bandiere che si vedono sono a strisce orizzontali giallo e rosse ma bande piccole e soprattutto senza quell’orribile stemma di un re ridicolo, posto che che non sia una ridondanza.

Ma adesso è finita, c’è da tornare a casa, Lisbona è a un passo e domani ricominciano. Ma come non passare l’ultima volta da Plaça di Espanya, che delusione, non si vede niente. Sembra Barcellona.

ATP Barcellona 2019 Dominic Thiem

Roberto Salerno Palermitano, scrittore, saggio.
0 Condivisioni

Previous Next

keyboard_arrow_up