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Italiani contenti ma per il tennis è crisi profonda

Sembra un 250 ma non è: Fognini in finale contro Lajovic a Montecarlo.

Sembra un 250 ma non è: Fognini in finale contro Lajovic a Montecarlo.

Che il virus del “vincere è l’unica cosa che conta” non abbia più ostacoli è acquisizione che va al di là delle nostre misere storie di tennis. Ammesso che ci sia stato un tempo in cui lo sport fosse preservato da questa dinamica arraffatrice, adesso si assiste allo sbraco totale e ogni tentativo di ragionamento è sbeffeggiato in nome di un verbo terribile e moderno. Chi non si unisce al coro, francamente volgare, dei vincitori lo farebbe solo perché intento a, pensate un po’, “rosicare”.

La sensazione invece è che da quando Djokovic ha vinto Parigi e Murray si è fatto male, il tennis vive in una bolla che lo rende esposto ai quattro venti e che ha consentito a giocatori avviati verso il viale del tramonto di scrivere gloriosissime pagine, e pazienza per il bel gioco, perché tanto quello che conta è il risultato. Lo stesso ritorno di quello che è il migliore di tutti, Roger Federer ovviamente, ha nascosto solo a chi non voleva vedere la difficoltà di un ricambio generazionale che avrebbe provocato una serie di risultati buoni a rimpolpare epiche un po’ stantie ma tecnicamente di valore abbastanza discutibile.

E se il 2017 si è arrabbattato tra Federer e Nadal, il 2018 e questo scorcio del 2019 ha reso il circuito del tutto imprevedibile, sempre più aperto a qualsiasi risultato. Ma se il grande nome ha nascosto, almeno negli slam, questa crisi ormai strutturale – anche se l’andamento dei tornei con finali scontatissime tradisce un certo dolo nella cecità dei commentatori – già i Masters 1000 hanno accolto dapprima finalisti che a ruota sono scomparsi nel torneo successivo e poi, già dal 2018, anche vincitori in grado di ballare per qualche settimana.

Così del Potro, Isner, Khachanov, ma anche Thiem e domani chissà chi, si sono accompagnati ai nomi dei soliti vincitori, certezze durate una settimana o poco più e poi svanite qualche giorno dopo. E quindi il ritorno a chiedere miracoli, come avviene con Federer, al dominatore del rosso. Il quasi trentatrenne Nadal ha fatto quello che ha potuto ma ad un certo punto dev’essere sembrato strano anche a lui, se ha provato in tutti i modi a perdere contro Pella, un onesto mestierante mai arrivato in top30. E così ad un certo punto è successo quello che doveva succedere, e cioè la finale degna di un cattivo Parigi-Bercy, in un torneo che già negli ultimi anni aveva dovuto sopportare un finalista come Alberto Ramos.

La realtà è che sostanzialmente può succedere qualsiasi cosa, e che il favorito alla vittoria sia uno che era sotto di un set e quasi 5-1 contro un ragazzo che non ha superato il primo turno di qualificazione a Barcellona non è neanche la cosa più stramba. Che dire del giustiziere di Djokovic, già salutato come nuovo numero 1, che riesce a perdere 11 game su 12 contro Lajovic, che aveva faticato a battere Sonego?

Ma quello che sembra più grave è che a questo punto qualsiasi risultato assomiglia ad una farsa. Il numero 1 del mondo vince uno slam e poi va in vacanza fino al prossimo; il numero 2 si arrabbatta e sulla sua superficie preferita prende quattro break in sei turni di servizio; il numero 3 esce dai tornei per mano di gente come Munar, Struff o il già ritirato Ferrer; il numero 4 è Federer, 38 anni ad agosto, che a questo punto può pure coltivare qualche speranza per il Roland Garros. E si potrebbe continuare col giapponese che non vince un match da chissà quanto, il sudafricano mezzo rotto, e via via per li rami, fino ad arrivare appunto a Fognini, uno che prima del torneo sembrava volesse prendersi una pausa e che ha avuto una stagione che i suoi tifosi più accaniti non avrebbero difficoltà a definire deludente.

Che per la legge dei grandi numeri ad un certo punto dovesse toccare ad uno nato tra i patri confini non dovrebbe sorprendere più di tanto in fondo. Domani, già oggi, si sprecheranno i toni trionfalistici e l’onore della nazione sarà una volta di più salvo. Si tornerà a parlare di un giocatore che potenzialmente questo e quello. Ma qui non si vendono tappeti, e se ci sembra già ridicolo uno spirito nazionalistico in altri campi figurarsi nel tennis. Non si salta su carri da queste parti, le parole come “storia” e “fantastico” le usiamo quando si deve, non quando non si vogliono guai. E continuiamo a preferire una bella partita ad una vittoria qualsiasi.

Roberto Salerno Palermitano, scrittore, saggio.
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