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L'ora di dirsi addio

Una carriera fatta di corse e rincorse finché il corpo ha detto basta: Caroline Wozniacki ha smesso col tennis.

Una carriera fatta di corse e rincorse finché il corpo ha detto basta: Caroline Wozniacki ha smesso col tennis.

L’ultima arrivata della maratona alle Olimpiadi di Rio de Janeiro fu la cambogiana Nary Ly, che completò i 42,195 chilometri in 3 ore, 20 minuti e 20 secondi. Caroline Wozniacki, di professione tennista fino a pochi giorni fa, la sua prima e unica maratona – quella di New York – l’ha completata in 3 ore, 26 minuti e 33 secondi, appena 6 minuti in più. 

È vero che alcune espressioni finiscono per sbiadire fin quando diventano cliché, ma chi chiamava Caroline Wozniacki “maratoneta” non le faceva certo un torto. Tutta la carriera della danese si è retta su una condizione fisica eccellente e sul duro lavoro per raggiungerla, perché come le ha sempre ripetuto papà Piotr, probabilmente fino alla nausea, il talento compone solo il 10% dell’equazione che porta al successo. Il resto è disciplina, se persino Einstein diceva che il genio è 1% ispirazione e 99% traspirazione.  

Proprio nell’anno della maratona, il 2014, e proprio a New York, Wozniacki mette in mostra che cosa significa fare a braccio di ferro con lei. Nella semifinale degli US Open, sotto un sole che sa essere spietato, la piccola Shuai Peng, arrivata a sorpresa ad una sola partita dalla finale, dà del filo da torcere alla danese, tornata in una semifinale Slam dopo tre anni. Il primo set è lunghissimo, faticoso per chi gioca e figuriamoci per chi guarda, gli scambi non sembrano finire mai e alla fine il tie-break lo vince la giocatrice più esperta. 

Peng, che è arrivata in semifinale senza perdere un set ed eliminando Radwanska al secondo turno, non sembra intenzionata a mollare quello che si è guadagnata e continua a giocare i suoi dritti e rovesci a due mani con la stessa caparbietà del primo punto, sperando che perfino una come Wozniacki finisca per spazientirsi. È Peng ad andare avanti nel secondo set, 2-0, ma Wozniacki si riprende il break con gli interessi e va a servire sul 4-3, quando si ritrova ad affrontare un’altra palla break, la decima dell’incontro. Peng però non ce la fa più: all’inizio sembrano dei normali crampi, poi si capisce che la situazione è seria: la cinese prova a stringere i denti, il gioco viene fermato per 10 minuti ma alla fine vince il caldo, e così Wozniacki si qualifica alla finale degli US Open per la prima volta dopo 5 anni. Quando le chiedono come si sentiva in campo, lei risponde asciutta: “Era molto caldo, abbiamo avuto degli scambi molto duri e cominciavo a sentirlo, ma mi sentivo bene”.

Ovviamente è stata la prima danese a diventare numero 1 del mondo.

Caroline non vincerà quel torneo. “Naturalmente”, diranno i suoi detrattori, che non le perdonarono il suo dominio del circuito tra il 2011 e il 2012, quando ebbe l’ardire di rimanere in testa alla classifica WTA per 67 settimane, realizzando un sogno che aveva espresso quand’era ancora una bambina. Non vincere Wimbledon, o il Roland Garros, no: essere la prima tennista del ranking. 48 di quelle settimane da numero 1 furono consecutive e negli ultimi 20 anni solo tre tenniste hanno fatto meglio, Martina Hingis, Justine Henin e Serena Williams, tenniste che hanno vinto ben più di uno Slam. Wozniacki, invece, per gran parte della sua carriera è stata il simbolo di una WTA che ha avuto una leadership fragile e poco carismatica, specie nella prima metà degli anni ‘10. Le è stato spesso rimproverato che quel numero 1 non fosse autentico e lei di sicuro ha sofferto le critiche, sorridendo con un po’ di amarezza quando le facevano notare che all’inizio di uno Slam era sempre tra le favorite ma mai quella che alzava la coppa alla fine. 

Con un tennis prettamente difensivo, molto pragmatico e poco rischioso, aveva vinto tornei prestigiosi: Indian Wells, Pechino, Dubai e una miriade di altri titoli minori, ad ogni modo sempre almeno uno all’anno dal 2008 al 2018; ma a Melbourne, Parigi, Londra e New York non era mai riuscita a far meglio della finale – la prima a 19 anni, quando la sconfisse una rediviva Kim Clijsters, la seconda contro l’amica Serena Williams nel 2014. E con la crisi di risultati del 2016, quando scese addirittura al numero 74 del mondo, in pochi pensavano che sarebbe riuscita a cambiare la direzione in cui stava andando la sua carriera. 

Ma Wozniacki non aveva nemmeno 26 anni e il meglio doveva ancora venire: proprio nella settimana in cui era sprofondata in classifica riuscì a tornare in semifinale in uno Slam, l’anno dopo rimarrà a corto di titoli fino a settembre ma alla fine alzerà la coppa delle WTA Finals e nel 2018, agli Australian Open, arriverà il tanto sospirato trofeo dello Slam. Il primo e l’ultimo, perché tanta fatica è meglio concentrarla in un solo, denso momento di gioia. Con la vittoria in Australia, Wozniacki tornò anche al numero 1, per prendersi qualche rivincita e togliersi i sassolini da scarpe ormai consunte dopo tante corse.

Oltre agli Australian Open 2018, ha vinto altri 29 titoli. Tra le tenniste in attività, solo Serena, Venus e Sharapova ne hanno di più.

La prima domanda che le fecero dopo la partita contro Simona Halep fu proprio sulla sua performance alla maratona di New York, che era durata appena 36 minuti in più della finale che le aveva dato il suo primo Slam. E quando le chiesero quale fossero le sue sensazioni da campionessa Slam, con il bonus del numero 1, non ebbe molti tentennamenti a dirsi sollevata del fatto che nessuno le avrebbe più chiesto quando avrebbe finalmente vinto uno Slam. Due anni prima, dopo la sconfitta contro Kuznetsova a Wimbledon che l’avrebbe portata al suo minimo storico in termini di classifica, aveva detto ai giornalisti che non leggeva nulla di quello che la riguardava, altrimenti si sarebbe dovuta buttare da una scogliera. Una bugia che le si può perdonare, se si considera tutto quello che è stato detto e scritto sul suo conto.

La finale degli Australian Open 2018 rimarrà di sicuro l’epitome della sua carriera, contro un’avversaria che come lei veniva da due sconfitte nelle finali Slam, che come lei era stata al numero 1 del mondo ma senza un trofeo di quelli che pesano davvero, che come lei non aveva un tennis particolarmente offensivo. Simona Halep veniva da una semifinale lunga ed estenuante contro Angelique Kerber, e in molti temevano che la fatica avrebbe condizionato la partita. Non andò così, anche perché Tennis Australia applicò la heat rule per non mettere in pericolo la salute delle giocatrici, e così Halep ebbe l’opportunità di giocare in condizioni favorevoli. Ne venne fuori una partita bella e intensa, tra due tenniste che si conoscevano fin troppo bene: Halep sapeva di dover puntare il fragile dritto di Wozniacki, Wozniacki sapeva che avrebbe dovuto spostare Halep il più possibile per non farle giocare il suo tennis più aggressivo, spostando la partita sul piano fisico e sperando che le scorie della semifinale prima o poi si facessero sentire.

Nonostante i soliti saliscendi che avevano caratterizzato tutto il suo torneo, alla fine a vincere fu Wozniacki, che nonostante uno svantaggio di 4-3 e servizio Halep nel terzo set, riuscì, con un po’ di furbizia, a far valere la sua maggiore resistenza, dopo uno strategico MTO che in molti non le hanno perdonato. Tutta la sua vita, fin da quando era una bambina 11enne che costringeva il padre a svegliarsi alle 8 di mattina per andare a correre, è stata una caparbia e continua ricerca della perfetta condizione fisica e la sua carriera da tennista-maratoneta non poteva che culminare con un match lungo e sfibrante. Sfibrante per Halep, che dovette andare in ospedale per la disidratazione, non per lei, si capisce.

È stata numero 1 del mondo per 71 settimane: solo 8 tenniste hanno fatto meglio di lei.

Pochi mesi dopo la vittoria più importante della sua carriera, Wozniacki scoprì di essere malata di artrite reumatoide. All’improvviso, a soli 28 anni, Wozniacki si rese conto che il tempio a cui aveva dedicato ogni energia non era immutabile e inscalfibile, anzi: nonostante tutto il duro lavoro a cui l’aveva sottoposto, quelle colonne così solide e ben scolpite iniziavano a scricchiolare. E così, a fine 2019, ha capito che era giunto il momento di dire addio e per farlo non poteva che scegliere la città che le aveva dato la gioia più grande. Quando lo ha annunciato alla tv statunitense lo ha fatto sorridendo, quasi ridendo, perché sembra quasi impossibile che Caroline Wozniacki possa parlare senza sorridere. 

Chissà quanto sollievo ci dev’essere stato in quel momento, sapendo che non sarebbe più dovuta essere devota alla conservazione della propria salute fisica: “I never slacked”, ha detto pochi giorni prima del ritiro, non ho mai battuto la fiacca. Ora non dovrà stare più sotto i riflettori per tutto l’anno e potrà concentrarsi su qualcosa di nuovo, dimenticare le ore di sofferenza e cominciare un nuovo capitolo. Potrà lasciarsi alle spalle anche quella sensazione di vuoto che provò quando, il giorno dopo essere diventata finalmente la numero 1 della classifica WTA, realizzò che nulla era cambiato davvero e che la vita sarebbe andata avanti comunque, che avesse raggiunto la vetta della classifica o no.

Quindici anni di carriera non potevano finire con una partita indolore, ad ogni modo, e nemmeno Ons Jabeur, la prima donna africana a qualificarsi agli ottavi di uno Slam, è riuscita a resistere nel definire il loro match “una maratona”. È finita 7-5 3-6 7-5 in due ore e 10 minuti, l’ultima partita della carriera di Wozniacki, un match in cui ha fatto ciò che meglio sa fare, recuperando un break nel terzo e costringendo Jabeur a tirare fuori il meglio del suo repertorio variegato. Alla fine è stata la tunisina a vincere di un soffio, tagliando il traguardo un attimo prima della sua avversaria.

“È stato il finale da sogno”, ha detto Caroline, che si è commossa quando il pubblico le ha dedicato Sweet Caroline, proprio come dopo la finale degli Australian Open 2018. Non stupisce che una il cui soprannome è “Sunshine” desiderasse tutto questo, per la sua ultima corsa.

Australian Open 2020 Caroline Wozniacki

Daniele Vallotto è nato a Padova, poi ha vissuto a Roma e ha finito per trasferirsi a Berlino. Gioca malissimo a tennis e pertanto ne scrive diffusamente. Si rade di rado la barba. Mail: d.vallotto@tennispotting.it
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