menu Menu

Saga Noah

I 60 anni di Yannick Noah, il più grande artista francese conosciuto per il tennis.

I 60 anni di Yannick Noah, il più grande artista francese conosciuto per il tennis.

Semifinale degli US Open 2009, Federer contro Djokovic. Il serbo è sotto di due set e serve sul 6-5 per il suo avversario. Djokovic ha perso i primi due punti ed è a due punti dalla sconfitta. C’è uno scambio abbastanza lungo, Djokovic chiama Federer a rete con un dropshot e poi lo scavalca con un pallonetto. Le gambe di Federer però funzionano ancora a meraviglia: lo svizzero corre con le spalle alla rete, colpisce la palla in mezzo alle gambe e traccia un passante imprendibile e spettacolare, il cosiddetto tweener. Djokovic sgrana gli occhi mentre il pubblico dell’Arthur Ashe tributa un’ovazione fragorosa ad un punto che finirà in tante delle top 10 su YouTube. Federer vincerà la partita ma non il torneo e tutti ricorderanno quel colpo come il colpo dell’anno. Ma come tutti i grandi geni postmoderni, Roger Federer non ha inventato nulla. Quelli con la memoria più lunga, allora e in futuro, non chiamarono quel colpo tweener, ma piuttosto “colpo alla Noah”, perché era stato Yannick Noah il primo ad eseguirlo, più di trent’anni prima. In realtà, non essendoci un ufficio brevetti per i colpi dei tennisti, c’è almeno un altro istrionico padre di questo colpo: Guillermo Vilas. Ma anche Ilie Nastase contribuì alla diffusione del tweener tanto che Bud Collins, decano del giornalismo tennistico scomparso poche settimane fa, coniò l’espressione “The Bucharest Backfire” (cioè “il ritorno di fiamma da Bucarest”).

Il GOAT francese

Sia come sia, se c’è qualcuno oltre a Federer a cui il tweener è ancora strettamente legato, quello è Yannick Noah, il tennista francese più forte di sempre. Anche perché lo stile di gioco davvero imprevedibile di quello strano tennista con le treccine ben si adatta alla narrazione e alla retorica a volte scontata che si tende a fare su questo colpo. Ma Yannick Noah è stato molto di più di un tweener: è stato l’ultimo francese a vincere il Roland Garros e più in generale uno Slam (1983), l’unico tennista francese a classificarsi tra i primi 3 ATP (1986) e anche il tennista francese che ha vinto più titoli in carriera (23). Un punto di riferimento, una specie di Fred Perry per chi sta oltre le Alpi, con la differenza che la Francia non ha una Scozia da cui tirar fuori un Andy Murray per riscrivere i propri record.

Anche se Noah può dunque vantare ottimi risultati, quello che fece un pomeriggio di giugno di trentatré anni fa è qualcosa che va al di là delle semplice statistiche. Noah era la testa di serie numero 6, aveva vinto da poco due importanti tornei sulla terra battuta (Madrid e soprattutto Amburgo, in finale su uno specialista come José Higueras) ma negli Slam non aveva ancora giocato una semifinale. A Parigi sembrava che la storia dovesse ripetersi perché Noah, dopo quattro turni piuttosto comodi, si trovò ad affrontare nei quarti di finale un tennista diametralmente opposto a lui e che non aveva mai battuto sulla terra battuta: la terza testa di serie del torneo, Ivan Lendl.

31 maggio 1983

Quello che successe nei quarti di finale di quel Roland Garros è uno di quegli avvenimenti che nel tennis iper professionale di oggi è praticamente impossibile. Ai quarti arrivarono i primi quattro del tabellone, Connos, McEnroe, Lendl e Vilas e solo McEnroe aveva ceduto più di un set nei primi quattro turni. Assieme a loro c’erano il campione in carica Mats Wilander, Yannick Noah, lo specialista José Higueras e un tennista arrivato ai quarti un po’ per fortuna e un po’ per bravura sua, Christophe Roger Vasselin. Dei primi quattro, nessuno riuscirà a qualificarsi alle semifinali. Il primo a scendere in campo fu Jimmy Connors, il numero 1 del mondo, che aveva vinto gli ultimi due Slam a cui aveva partecipato ed era alla ricerca del suo primo titolo a Parigi, l’unico Slam che gli mancava. Lo statunitense subì però la sconfitta più clamorosa di quel torneo contro il francese Christophe Roger Vasselin, un tennista che non era nemmeno classificato tra i primi cento del mondo. Roger Vasselin non aveva mai vinto più di due match di fila al Roland Garros ma in quel torneo riuscì ad arrivare in semifinale battendo il numero 1 del mondo. Connors la prese stranamente bene: «Sono cose che capitano», disse a fine partita, «una volta ho visto perdere Gonzales».

Ma la sconfitta di Connors non sarà l’unica sorpresa della giornata, né l’unica dei quarti di finale. Il giorno dopo John McEnroe subirà una bruciante sconfitta contro il sempre più sorprendente Mats Wilander. McEnroe, che era avanti 4-2 40-15 nel terzo set, perse dieci game di fila, compresa una striscia di ventitré punti persi consecutivamente, praticamente un set intero senza vincere un singolo punto, e lasciò il torneo spegnendo le speranze statunitensi di tornare a vincere il Roland Garros dopo 28 anni. «I choked», disse laconicamente McEnroe, utilizzando un’espressione tutt’ora molto in voga nel mondo del tennis per chi perde una partita dopo essere stato in vantaggio. Dopo McEnroe toccò a Guillermo Vilas, il King of Clay prima di Thomas Muster e Rafael Nadal e finalista in carica, eliminato in un classico match da terra battuta in cinque set da José Higueras, che l’aveva sconfitto fino ad allora appena due volte in quattordici precedenti. Il giorno prima anche Ivan Lendl aveva lasciato il torneo, grazie alla migliore partita mai giocata da Yannick Noah.

«Tutti sanno che Lendl è il mio nemico»

Lendl e Noah hanno la stessa età e non potrebbero essere più diversi. Preciso, metodico, glaciale l’uno; creativo, irriverente e sornione il secondo. Lendl è il primo tennista ad assumere un nutrizionista personalizzato, è il precursore di un tennis che non trascura un dettaglio e anche se deve ancora vincere uno Slam è il naturale favorito. «Per molto tempo, ho sentito di dover combattere contro un modo di pensare che non era il mio», dirà Noah molti anni dopo all’Equipe. «Il mondo del tennis francese era molto rigido e tradizionale. Molte persone volevano che fossi come Lendl, un soldato ossessionato e triste». Noah però sa che nella partita secca se la può giocare anche con Lendl perché il suo gioco vario e aggressivo può mandare fuori giri il robotico tennis del ceco. Ed è così, almeno fino al 7-5 6-2 5-4, quando Noah spreca due match point, cede il terzo set per 7-5 e all’inizio del quarto si trova a dover affrontare tre palle break consecutive. Chiunque segua il tennis con un po’ di regolarità, sa benissimo che la partita è vicina ad una svolta: Noah, con in testa ancora i match point, è uscito dal match mentre Lendl, che si è salvato per il rotto della cuffia, non sbaglia più nulla.

Noah non l’ha mai detto a chiare lettere, ma essere sceso in campo dopo la clamorosa sconfitta di Connors gli ha dato quella spinta necessaria a credere in sé stesso quando le cose stavano andando per il peggio. In quattro precedenti, Noah non è mai riuscito a vincere una partita contro Connors. Di più, non è mai riuscito a vincere nemmeno un set. Ma quel pomeriggio era successo l’imponderabile: Noah era sceso in campo poco dopo la sconfitta di Connors, ben sapendo che in semifinale non avrebbe affrontato la sua nemesi, ma un tennista decisamente più debole. Cancellati i tre break point che avrebbero inevitabilmente cambiato il volto della partita, il francese rifilò a Lendl l’unico bagel del loro head-to-head e si qualificò per il derby in semifinale contro Roger-Vasselin. Cristophe era la classica vittima sacrificale: Noah gli lasciò tre game giocando un tennis spumeggiante e diventò così il secondo francese ad arrivare in finale al Roland Garros in Era Open. Per riportare il trofeo a casa, che mancava dal 1946, c’era un ultimo ostacolo: Mats Wilander, che l’anno prima aveva sorpreso tutti vincendo il suo primo Slam a nemmeno vent’anni, e che sui campi in terra battuta di Parigi sembra trovarsi davvero bene, visto che due anni prima aveva vinto pure il titolo junior.

Una stella che brillò una sola volta

La pressione era tutta su Noah, ma l’idolo di casa non dava l’impressione di avvertirla. L’Equipe, con la consueta sobrietà sciovinista, titolava: “50 milioni di Noah”. Eppure Yannick sostiene di non aver mai avuto paura del campione in carica: teoricamente, su un campo così lento, Noah avrebbe potuto soffrire le abilità difensive del suo avversario. Ma Noah aveva battuto Wilander per 6-4 6-4 qualche settimana prima ad Amburgo e in effetti il gioco poco potente dello svedese, uno dei tennisti più intelligenti nella storia del tennis, si incastrava molto bene con le invenzioni di Noah, un tennista che non rinunciava al serve-and-volley nemmeno sui campi lenti. Poco prima della partita, senza un apparente motivo, Noah disegnò una croce sul campo come a marcare il territorio, In quel momento era un tennista ispiratissimo nel momento migliore della sua carriera. Vinto agevolmente il primo set, Noah riuscì a piazzare il break che spaccava la partita nel finale del secondo. Wilander era il classico tennista tignoso che non si abbatte certo per uno svantaggio di due set. Il fragile Noah quella domenica era inscalfibile, però: trovò il break  quando più ne aveva bisogno e andò a servire per il match con tutto il fiato della Francia sul collo. Sul 30-30 Noah giocò un buon servizio, uno dei tanti di quel fortunato torneo. Wilander, probabilmente, disse a sé stesso che era il momento di terminare i calcoli e piazzò una risposta vincente. «Non me ne giocherai un’altra», si disse Noah quando andò a servire per evitare il sei pari. Wilander invece ne giocò un’altra, portando la partita al tie-break. Questa volta, però, l’effetto Lendl svanì di fronte alla cocciutaggine di un tennista che non voleva saperne di perdere, nonostante i crampi: Noah continuò imperterrito nel suo piano d’attacco, Wilander si inventò uno dei suoi magici lob per annullare il primo match point («Fino ad allora nessuno era riuscito a scavalcarmi con un lob, in quel torneo», dirà Noah) ma poi mandò lunga una risposta di dritto e consegnò a Noah il primo Slam della sua carriera. E l’ultimo.

Portati come siamo a semplificare le cose, càpita spesso che i tennisti che non possono vantare i record di Federer, il gioco di McEnroe o l’aura di imbattibilità di Borg e Nadal vengano ricordati per una sola grande vittoria. Ma Noah fu davvero uno One-Slam-Wonder, come si definiscono quei tennisti che riuscirono a vincere uno Slam, magari per una serie di circostanze fortunate o per una serie di prestazioni incredibilmente positive messe in fila per due settimane. Il Roland Garros 1983, per Noah, fu esattamente questo: niente più che una magnifica eccezione, anche se il giovane francese non poteva saperlo mentre scoppiava in lacrime davanti a tutto il Paese sintonizzato sul Court Central. L’Equipe, il giorno dopo quel trionfo, dirà a chiare lettere che “è nata una stella”. Invece i successivi sette anni saranno per Noah avari di soddisfazioni: solo nel 1986, grazie a qualche vittoria in tornei minori, almeno rispetto agli Slam, riuscirà a sorridere per il numero 3 ATP, la posizione più alta mai raggiunta nel ranking da un tennista francese. Ma nessuno si ricorderà di questo risultato. Alcuni, addirittura, dimenticheranno persino quello storico Slam.

Animale da palcoscenico

Ad un ventenne francese poco appassionato di tennis, il nome di Yannick Noah evocherà molto probabilmente video musicali piuttosto datati. Oppure, se è appassionato di basket, lo riconoscerà come il padre di Joakim, che gioca nell’NBA da circa dieci anni. Nonostante i ventitré titoli, nonostante il Roland Garros, nonostante il numero 3 della classifica, per alcuni francesi Yannick è il cantante con le treccine che collegano agli anni ‘90 e ai banali ritmi africani e reggae delle sue canzoni. Noah, che è figlio di un calciatore camerunense e che nella finale del Roland Garros portava un polsino con i colori della bandiera del Camerun, incide il primo disco poco dopo essersi ritirato e anche se all’apparenza la sua carriera da musicista poteva sembrare il capriccio di una star annoiata, ha continuato a vendere tantissimo. «La differenza è che prima scrivevo qualche testo su un pezzo di carta e mi mettevo alla batteria, poi questa cosa è diventa la mia occupazione principale», ha detto alla CNN un paio d’anni fa. «Non ero preparato. Suonavamo con la nostra band agli eventi tennistici e poi a un certo punto il nostro album cominciò a vendere milioni di copie e dopo aver suonato per pochi anni in piccoli club ci trovammo ad esibirci in location sempre più grandi».

Anche se le sue hit non passeranno alla storia della musica – almeno non di quella mondiale, dato che in Francia continua a riempire i Palasport – il Noah che ha deciso di reinventarsi musicista sembra un Noah decisamente più a suo agio che nei panni da tennista. «La pressione che provi prima di scendere in campo è molto più forte e intensa di quella che provi prima di esibirti su un palco. Quando perdi, ci stai male: fisicamente e mentalmente. Sul palco questo non avviene. La competizione non è sana. Quando sto per salire sento la folla che invoca il mio nome. Non è questione di egocentrismo: è che a loro piaccio e io faccio di tutto per farli divertire. So che non troverò qualcuno che mi criticherà perché ho sbagliato un rovescio lungolinea».

Il secondo miracolo

Forse è anche per questo motivo che Noah deciderà di giocare a tennis solo fino al 1991: aveva 31 anni e l’anno prima, agli Australian Open, era addirittura tornato in una semifinale di uno Slam, la prima dopo lo storico trionfo di Parigi. Ma Noah aveva forse altro per la testa, anche se non abbandonò il tennis completamente. Proprio nell’anno del ritiro, la FFT, la Federtennis francese, lo nominò capitano di Coppa Davis. «Pensi che sia un giocatore finito?», disse Noah, punto nell’orgoglio, al suo allenatore Patrick Hagelauer che gli aveva appena chiesto se se la sentiva di prendersi quell’incarico. Noah, in effetti, non era un giocatore finito ma la Francia non aveva più bisogno del suo meraviglioso tennis, quanto piuttosto del suo inesauribile carisma. Noah accettò l’incarico, a patto che i giocatori fossero d’accordo. Fu l’inizio di una favola: la Francia arrivò in finale contro gli Stati Uniti di Sampras e Agassi, e Noah stupì tutti portando nel quartetto un tennista dal gioco sublime ma che quell’anno era vittima di una crisi che sembrava irreversibile: Henri Leconte. «Ho bisogno di te», gli disse Noah. «E ho bisogno di te per vincere». Noah rinunciò al giovane Fabrice Santoro e portò un tennista che era sceso ben oltre la centesima posizione mondiale. Aveva ragione lui: la Francia vinse la Coppa Davis dopo 59 anni e Leconte portò due punti su tre, uno in singolare contro Pete Sampras e uno in doppio con Forget, con il quale non aveva mai perso in Coppa Davis. Il capitano Noah venne portato in trionfo mentre il pubblico – sì, davvero – cantava Saga Africa, il suo primo successo discografico. Sembra una brutta sceneggiatura di un film sulla storia della Coppa Davis e invece è la realtà.

L’eredità di Noah

Oggi Noah è ancora uno dei personaggi più amati di Francia e la FFT l’ha scelto per la terza volta (dopo le due esperienze nella prima metà degli anni ‘90) come capitano della squadra di Coppa Davis dopo l’abbandono di Arnaud Clément. Non ci ha messo molto per far parlare di sé: per la sfida negli ottavi di Coppa Davis 2016 contro il Canada ha scelto una location esotica come Guadalupa, nonostante i mugugni di mezza squadra che certo non volevano imbarcarsi in una trasferta del genere.

La Francia degli ultimi anni è stata squadra fortissima e grazie a Jo-Wilfried Tsonga, Richard Gasquet, Gaël Monfils, Gilles Simon e Benoit Paire è riuscita a vincere il decimo titolo nell’edizione 2017. I primi quattro sono già stati in top-10 e hanno giocato almeno una semifinale Slam e potrebbero essere considerati la versione moderna dei Quattro Moschettieri, i quattro tennisti francesi che dominarono il tennis degli anni ‘20.

Nel circuito maggiore i quattro non hanno mai raccolto risultati di prestigio, il perché è abbastanza chiaro: i francesi sono tutti ottimi giocatori, ma non certo al livello di Djokovic, Murray, Federer e Nadal. In Coppa Davis, però, la squadra è sempre riuscita a trovare un modo per perdere. Prima della vittoria del 2017, nel 2015 furono travolti dal desiderio di vittoria di Murray, nel 2014 da quello di Federer e Wawrinka, nel 2013 persero in maniera incredibile in Argentina contro una squadra decisamente inferiore alla loro, nel 2012 ospitarono gli Stati Uniti sulla lentissima terra di Montecarlo e furono battuti addirittura prima del tie decisivo.

Tsonga, Gasquet, Monfils e Simon sono giocatori di buon livello e, tanto per fare un confronto con i vicini, ciascuno di loro ha ottenuto molto più di quanto abbia mai conquistato un tennista italiano negli ultimi trent’anni fino al 2019. Eppure il tempo passa e nessuno di loro ha ottenuto un successo che permetta alle prossime generazioni di ricordarli.

A Tsonga, forse il più forte di tutti, è mancata la continuità; a Monfils manca l’acume tattico per capire quando occorre spingere e quando occorre sapersi difendere; a Simon non manca nulla dal punto di vista del tennis, tranne la potenza; a Gasquet manca la personalità e quando tutto il paese si aspettava grandi cose da lui, l’ex bambino prodigio ha preferito adagiarsi in un’aurea mediocritas da cui ormai non uscirà più. E poi ciascuno di loro è stato coetaneo di tre dei più grandi campioni della storia del tennis: come Noah, a dire il vero, ma un miracolo come quello che avvenne in quel 31 maggio del 1983 pare non si ripeterà più. E al contrario di Yannick, sembra che nessuno dei moderni Quattro Moschettieri abbia creduto – oramai sono tutti a fine carriera – abbastanza in se stesso per contribuire ad un nuovo miracolo.

C’è stata però la Coppa Davis, che in Francia conta ancora qualcosa. E Noah, l’uomo della Provvidenza, colui che è riuscito a resuscitare Leconte quando più nessuno credeva in lui, è riuscito a vincerla ancora dopo il 1991 e il 1996. Non è stato uno Slam, ma è pur sempre meglio che essere ricordati per Saga Africa.

Yannick Noah


Previous Next

keyboard_arrow_up