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Tennis live matters. Poco però.

Guida agli ottavi di finale degli US Open 2020.

Guida agli ottavi di finale degli US Open 2020.

Se lo tsunami che ha investito il mondo ha messo a nudo la totale irragionevolezza di innumerevoli provvedimenti che riguardano la nostra quotidianità, sul tennis si è abbattuto mettendone a nudo sia l’improvvisazione e il dilettantismo dei vari gruppi dirigenti – dagli organizzatori di slam e tornei all’ATP – che la sostanziale irrilevanza di uno sport che alla fine rimane pur sempre di nicchia. Presi dal panico di perdere anche i soldi delle tv, ci si è affaccendati a costruire tornei in balìa del ghiribizzo del momento, avendo come unica strategia la preghiera e l’alzata degli occhi al cielo.

Il risultato è patetico e anche un po’ miserabile, come il tentativo di non restituire i soldi dei biglietti a chi li aveva comprati in epoca non sospetta. Ma quello che succede è andato al di là delle aspettative più nefaste, tra il Roland Garros che stabilisce una data a casaccio e gli statunitensi che fanno come sono abituati, cioè ricordando che non si è tutti uguali e se sei un Dellien qualsiasi che giochi un “1000” puoi essere cacciato perché il tuo fisioterapista è venuto a contatto col virus, ma se sei nello slam e sei top10, un attimo, vediamo, tutto si aggiusta. Sconcerta anche lo scaricare tutto sui giocatori, che come retorica contemporanea vuole siccome guadagnano migliaia di dollari allora devono tacere e farsi calpestare da gente che ne guadagna il triplo ma che sa come evitare che ci si soffermi su questo particolare.

Quindi stai lì e rispetta le regole, anche se le cambio ogni cinque minuti, tanto ti pago no? che ti lamenti a fare? Persino un’iniziativa politicamente scalcagnata come quella di Djokovic va guardata con simpatia perché almeno mostra tutta la nudità di un sistema così stupido che non vale nemmeno la pena di delinearne le incongruenze, fermo com’è agli anni dei padroni delle ferriere, seppure con eleganti completini bianchi. Tutto questo all’interno di un contesto in cui si manda esercito e polizia a sparare sulla gente tanto per far capire chi comanda.  

ll bicchiere mezzo vuoto del nostro scontento

Da un po’ di tempo gli italiani sbarcano in massa negli slam e i cantori delle italiche gesta non perdono occasione per tessere le lodi del movimento, nella speranza che il conducator Binaghi se ne ricordi o che almeno non scateni la collera divina sui malcapitati dipendenti, unici nel disastrato panorama dei giornalisti di tennis, a raggranellare qualche spicciolo. Il problema è che i nostri vanno, vedono e purtroppo non arrivano al week, se proprio riescono a vincere qualche partita. Da qualche tempo Berrettini ha approfittato di un colpo di gran livello, il servizio, di un dritto più che competitivo, e novello Isner, a furia di bordate ha raggiunto una semifinale e addirittura ha vinto una partita alle Finals.

Gli obiettivi dei guardoni purtroppo non sono gli stessi delle federazioni, e inevitabilmente si entra in contrasto, perché qui di slam non se ne vincono e veder giocare Berrettini è divertente come osservare i semafori cambiare colore. La folta pattuglia, ci dicono le cronache dei social, si fa valere nei challenger e nei futures e quindi per forza di cose un giorno arriverà almeno al circuito ATP, magari non nei “1000” ma in qualche scalcagnato “500”. Basta? A New York tra lunedì e martedì hanno perso praticamente tutti, si è salvato – oltre appunto a Berrettini – il solo Caruso, e sono partite le trombe della retorica con scarso senso della misura e, a dirla tutta un po’ patetiche queste trombe, perché appena incrociato un giocatore che fa campionati diversi ci si è rintanati nel silenzio. Persi tra questi estremi, visto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie finiamo colpevolmente per tifare contro bravi ragazzi che magari non meritano queste cattive attenzioni.

Vittoria sicura, ma speriamo di no

Djokovic pare si sia messo in testa di vincere il campionato del mondo dell’antipatia. Non che fosse troppo indietro ma le ultime mosse del serbo gli hanno tirato addosso tutti gli strali possibili del mondo che conta. Dall’Adria Tour, di cui è inutile parlare seriamente, tanto interessa strillare, alla creazione della PTPA, Djokovic è sembrato talmente superiore alle cose del campo da potersi permettere, tra una vittoria e l’altra di dedicarsi ad altro. E in campo, dopo un set che gli ha strappato Edmund ha sempre passeggiato, mentre i suoi rivali o si eliminano o trascinano alla quarta ora partite da vincere facilmente, per arrivare poi stremati al cospetto del cannibale. Dalla sua parte il più pericoloso era Tsitsipas, che si è inventato un numero che Federer gli invidierà, e adesso sono rimasti Shapovalov e Zverev. Uno che ci ha messo appunto 4 ore a battere Fritz e un altro che pare disgustato da qualsiasi cosa, non escluso sé stesso. Mettersi nelle mani di questa gente per sperare in un risultato diverso dal solito pare degno di Pangloss, ma si guarda lo sport perché magari ci si sorprende no?

Un solo set perso fin qui, contro Kyle Edmund al tiebreak.

Non è vero che Federer è inimitabile

Certo, non era la finale di Wimbledon, di fronte non c’era Djokovic e non era il quinto set, ma quello che ha combinato Tsitsipas contro Coric è stato forse ancora più impensabile. 5-1, due match point di fila sul servizio dell’avversario, tre di fila sul proprio, un sesto a completare l’opera, il vantaggio di un break nel quinto set, un modo di giocare le palle break che è stato incomprensibile. Il greco continua a sembrare potenzialmente un’ira di dio, anche per caratteristiche fisiche ed un certa presenza scenica, diciamo così, ma con la sua generazione condivide un atteggiamento verso il tennis che sembra lontano dalla monomaniacale dedizione dei fab, tre o quattro fate come volete. Inutile chiedere continuità e in fondo un’impresa del genere è difficilissima da fare ma quasi impossibile da ripetere, a meno che non si sia Federer e che davanti non si abbia Djokovic. Ma in quel caso la ventina di slam attenuerebbero il dispiacere. 

L’Open di Russia

Che Khachanov non fosse in gran forma l’avevamo capito contro Sinner, che praticamente da fermo per un paio di set è arrivato a due punti dalla vittoria. Karen ha perso poi contro de Minaur, che pare aver superato i problemi fisici ed è uno molto rognoso da battere tanto corre e rimette tutto in campo. Un altro russo è sulla strada di Matteo Berrettini, quel Rublev a cui Fognini dovrebbe fare una statua ad Arma di Taggia, perché se ha vinto a Montecarlo ed è stato top 10 per qualche settimana è solo merito della dabbenaggine del russo, capace di perdere un match vinto sulla terra monegasca. Magari Fognini ne avrà parlato nel suo libro (!), uscito in queste settimane. Un anno fa vinse Berrettini in tre set, l’impressione è che quest’anno non andrà così liscia perché Rublev sembra un altro giocatore e Berrettini, servizio a parte, non è parso irresistibile da fondo campo. Eventualmente, ci sarebbe il russo più forte, quel Daniil Medvedev che deve ancora perdere un set e che è stato in campo meno di 6 ore per vincere tre match. Capito?

Il finalista del 2019, che sia l’anno buono?

I giovani di mezza età

Fuori dal torneo Tsitsipas, dei cosiddetti giovani (ma Thiem ha detto “di non sentirsi più tale visto i 27 anni compiuti da qualche giorno”) di mezza età rimangono il più recente collezionista di finali Slam Dominic Thiem e quel Sasha Zverev che fin qui ha giocato come dovrebbe giocare uno che volesse vincere uno Slam. Sasha ha una bella autostrada davanti: non c’è di meglio che giocare contro Davidovich Fokina negli ottavi e poi affrontare uno fra Coric e Thompson nei quarti. Difficile giocare con gente peggiore di questa in uno Slam. Poi ci sarebbe Djokovic. Per Thiem è più dura, perché avrà da subito Auger Aliassime, che però ha battuto un Murray debilitato fisicamente e un Moutet non ancora pronto per questi livelli, quindi un test vero ancora non l’ha sostenuto. L’austriaco dovrebbe poi vedersela con il super Pospisil di questi giorni o col giovane de Minaur.

Serena, what else?

Nel femminile si segue con attenzione Serena Williams, che finalmente nel match contro Sloane Stephens ha dimostrato di essere in crescita. Preso un bel 6-2 iniziale, la sei volte campionessa a New York ha vinto la battaglia da fondo campo contro Stephens di fisico, mostrando una condizione atletica in netto miglioramento rispetto alle ultime settimane. Ora ritroverà la greca Maria Sakkari, che l’ha battuta proprio su questi stessi campi nel precedente torneo di Cincinnati-New York. L’impressione è che stavolta finirà diversamente.

Con Karolina Pliskova fuori dai giochi ci sembra che Sofia Kenin sia destinata ad arrivare in fondo, peccato che stia dalla parte di Serena in semifinale, e comunque Kenin, che ha vinto un bel match contro Ons Jabeur, dovrà battere la rediviva Azarenka (se batterà Muchova).

Nella parte alta del tabellone sarà una gran sorpresa se non arriverà in finale Naomi Osaka: Kontaveit, Kvitova e Kerber non sembrano capaci di impressionare una giocatrice che non ha paura di scendere in strada per affrontare pubblicamente temi di rilevanza sociale e mondiale, figuriamoci giocare a tennis. 

La redazione è un mostro a più teste con un numero imprecisato di mani, che produce articoli mostruosi. Scrivici a info@tennispotting.it
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