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La lezione

Cosa c'è da imparare dalle sconfitte di Musetti e Sinner contro Djokovic e Nadal al Roland Garros.

Cosa c'è da imparare dalle sconfitte di Musetti e Sinner contro Djokovic e Nadal al Roland Garros.

Inutile girarci troppo attorno: c’è un po’ di delusione per come sono andate le cose contro Djokovic e Nadal. Non tanto per le sconfitte – preventivate e prevedibili – quanto per il modo con cui sono arrivate.

Jannik Sinner è stato in partita per mezz’oretta scarsa fino a quando è andato a servire per chiudere il primo set. In quel game ha combinato un disastro dietro l’altro: tre dritti senza pretese finiti in mezzo alla rete e un doppio fallo sulla palla break. Dal 5-3 in suo favore Jannick ha subito un parziale di 16 game a 3 e di 20 punti a 2. Tutto questo senza che Nadal facesse chissà che prodigi, come del resto non ne aveva fatti fin lì. Gli è bastato rendersi conto che non erano necessari, bastava mettere la palla dall’altra parte e poi ci avrebbe pensato Sinner. 

In questo disastro, quei tre game di Sinner sono una semplice parentesi in mezzo a due serie di 8 game a 0, che raccontano una distanza siderale tra i due giocatori in campo. Il punto è che al terzo match tra i due, e dopo che i primi due erano andati in modo promettente nonostante le sconfitte, era lecito attendersi un avvicinamento, non questo enorme passo indietro. Però un occhio attento, libero dalla canea che promossa da venditori di tappeti più o meno interessati – ci torneremo – avrebbe potuto notare più di un segnale preoccupante. 

Sinner ha cominciato l’anno in modo positivo ma nel primo Slam ha subìto una sconfitta da Shapovalov che poteva essere anche più dura di come è stata. Immediatamente sono partite le giustificazioni: era stanco perché due giorni prima aveva vinto un prestigioso “250” battendo Travaglia in finale. In teoria sarebbe un’aggravante. Sinner è tornato a Montpellier ed è uscito contro Bedene a primo turno. A Marsiglia ha raccolto sei game contro Medvedev; a Dubai dopo un primo set acciuffato per i capelli Karatsev gli ha lasciato cinque giochi. Poi è arrivato il Masters 1000 di Miami, quello della finale. Sinner ha battuto per la seconda volta sia Bublik che Bautista Agut, poi Gaston e Ruusuvuori prima di perdere la finale contro Hurkacz, uno che dopo quel match ha giocato cinque partite perdendone quattro, l’ultima nientemeno che contro Botic Van de Zandschulp. Tornato sulla terra c’è stata la lezione di Djokovic a Montecarlo, quella di Tsitsipas a Barcellona, la sconfitta contro Popyrin a Madrid, la parentesi di Nadal a Roma, la caduta contro Rinderknech a Lione e quindi questo Roland Garros. 

In questo periodo l’unica vittoria di un certo peso è stata a Barcellona contro uno stremato Rublev, che proprio non ne aveva più dopo le mille energie spese a Monte Carlo. A Parigi, Sinner ha salvato un match point contro Herbert, ha concesso un set a Mager, e ne stava concedendo un altro a Ymer prima di arrivare a Nadal. Questo non è certo il percorso di uno in grado di dar fastidio, non si dice a Nadal, ma ad uno qualsiasi dei top 10.

Quindi? Abbaglio collettivo? Lo abbiamo già detto altrove, Sinner in mezzo alle sue evidenti qualità ha dei difetti tecnici e tattici non marginali e i sei mesi passati da allora non sembrano essere serviti a granché. La gestione della partita continua ad essere deficitaria, se le cose si mettono male Sinner non sa cosa fare, per quanto sia migliorato sia nel posizionamento a rete che nel giocare la palla corta, non sono armi ancora in grado di giocare un ruolo determinante. Non solo, ma Sinner sembra aver perso persino un po’ di esplosività con i colpi da fondo campo, legato anche al fatto che gli avversari cominciano a conoscerlo e ad adottare qualche contromisura, come per esempio variargli un po’ il gioco. 

Nell’articolo citato ricordavamo il caso di Auger-Aliassime, che dopo un anno strepitoso è incappato in una serie di risultati molto deludenti che il canadese ha pensato di risolvere chiamando addirittura Toni Nadal al capezzale. Non si vuole certo suggerire un cambio tecnico – anche perché chi scrive non è particolarmente convinto dell’importanza del coach nel gioco di un tennista e inorridisce quando legge che “Toni ha vinto 150 slam” – però quantomeno cominciare a segnalare che qualcosa non sta andando per il verso giusto si dovrebbe.

Perché altrimenti a che servono le lezioni?

Discorso diverso va fatto per Musetti, che si è reso protagonista di un match difficilmente dimenticabile. Il toscano ha giocato due set veramente meravigliosi, ricordando molto quello che aveva combinato con Tsitsipas a Lione quando per un’ora e passa aveva indispettito il greco, prima di crollare più o meno come è successo ieri. 

Il bello è che contro Djokovic è mancato a lungo uno degli schemi migliori di Musetti, e cioè il rovescio stretto incrociato seguito dal devastante rovescio lungo linea. Ma quello che ha fatto in campo, è stato più che sufficiente per dominare, persino al di là del punteggio, fin troppo generoso col serbo, il numero 1 del mondo, non Humbert o Ramos. 

A differenza di Sinner, con musetti è difficile non entusiasmarsi guardandolo giocare, perché davvero non sembra ci sia cosa che non è in grado di fare, sul campo. Eppure anche nel suo caso un po’ di delusione rimane, perché quei tre set si possono perdere, ma non in quel modo. Musetti ha fatto due errori gravi – al di là delle stupide convenzioni che hanno in testa delle cariatidi – che però dovrebbero essere facili da correggere.

Il primo è quello di specchiarsi sin troppo in sé stesso e aver perso troppo tempo per chiudere quei due set, soprattutto il secondo. Musetti era andato avanti di un break e subito dopo ha giocato un game da dimenticare, ma nei due turni successivi di Djokovic ha avuto delle palle break che almeno in un caso, quella sul 4-3, doveva essere giocata molto meglio. E, a prescindere da queste occasioni, è sempre sembrato che il set fosse saldamente nelle sue mani; doveva trovare un modo per non disperdere troppe energie. Il secondo errore riguarda la gestione degli altri tre set anche se forse è inutile soffermarcisi troppo, tanto difficilmente succederà ancora.

In chiusura, non ci si deve esimere dall’accennare al problema serio che condividono i nostri due giocatori ed è il contesto in cui giocano. Lo scalmanato seguito che si sta accalcando alle loro spalle non è innocente, ed è fin troppo percorso da spinte nazionaliste che si sperava non avessero cittadinanza nel tennis. I due servono alla impresentabile federazione per ottenere maggior considerazione all’interno del CONI – e già non ne ha poca – servono ai media per cercare di raccattare qualche clic da tradurre in sponsorizzazioni o in vendita di qualche quotidiano, servono alle TV per lo stesso motivo – ascoltare la telecronaca di una partita di Sinner è impresa che lasciamo volentieri a chi ama farsi del male – e naturalmente serve al variegato “ambiente” del tennis, che vale la pena ricordare essere fatto sostanzialmente da ultracinquantenni.

A prescindere da tutto, i due sono ragazzi di 20 e 19 anni, un po’ di rispetto se lo meriterebbero. Quello che hanno adesso è piaggeria pronta a trasformarsi in abbandono se mai le cose non andassero come sperano. Il nostro augurio è che riescano a liberarsene.

Roberto Salerno Palermitano, scrittore, saggio.
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