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Il tennis del 2016

Il primo Slam dell’anno. L’ultimo Slam dell’anno.

Angelique Kerber ha chiuso un cerchio battendo in tre set con il punteggio di 6-3 4-6 6-4 Karolina Pliskova nella finale degli US Open femminile, vincendo il suo secondo titolo dello Slam dopo quello conquistato agli Australian Open. È stata la terza finale Slam per lei nello stesso anno (dopo quella in Australia ha perso infatti a Wimbledon contro Serena Williams), in aggiunta alla finale olimpica persa contro la miracolosa Puig. Nessuna giocatrice, se non la connazionale Steffi Graf, che ha fatto anche meglio, ha mai raggiunto questi risultati in una stessa stagione. Ed inoltre Kerber da lunedì sarà la più anziana giocatrice di sempre a raggiungere per la prima volta il numero 1 del mondo della classifica WTA, a ventotto anni e sei mesi. Si può dire che abbia avuto la sfortuna di nascere nel paese che ha già ammirato i miracoli sportivi di un’altra tennista tedesca, ma anche lei sta lasciando un segno pesante in questo sport.

La storia di Kerber inizia da lontano, quando nel 2011 si spinse fino alle semifinali proprio degli US Open da numero 92 della classifica mondiale, battendo nei quarti di finale Flavia Pennetta. Quello fu l’inizio della carriera della tennista tedesca, che oggi si trova ad alzare il titolo esattamente un anno dopo il trionfo di Flavia. Troppo lungimiranti eravamo stati, quando abbiamo scritto che Kerber sarebbe diventata l’ereditiera.

Cinquattaquattro vittorie, 14 sconfitte in stagione, senza ancora contare la parte di Tour che si disputerà in Asia e le WTA Finals, per cui si è già qualificata con largo anticipo, Kerber guida anche la  WTA “Race to Singapore”; 20 vittorie, 2 sconfitte nei tornei del Grande Slam, quando nel 2015 negli stessi tornei aveva avuto un bilancio di 6 vittorie e 4 sconfitte. Un unico neo della sua stagione, la terra rossa, che, al di là del torneo indoor di Stoccarda, le ha fruttato una sola vittoria nel torneo di Bastaad a fronte di quattro sconfitte, di cui tre al primo turno.

Pliskova era alla prima finale Slam, che coincide con la prima volta che è arrivata alla seconda settimana di uno Slam
Pliskova era alla prima finale Slam, che coincide con la prima volta che è arrivata alla seconda settimana di uno Slam

Ma andiamo indietro, di appena un anno, e ricordiamoci un attimo di quella Kerber: la co-protagonista dei match altrui, delle maratone al terzo set, la sparring-partner delle grandi occasioni. Angelique Kerber è sempre stata quella giocatrice buona ma non ottima che, se in forma, poteva risultare particolarmente fastidiosa, perché non regalava niente, ma non all’altezza di due settimane Slam. Dopotutto era sempre meglio che incontrare una Kvitova in giornata. Quest’anno la musica è cambiata. Nessuna ha vinto più match di lei, nessuna ha vinto più partite su cemento, nessuna ha giocato più volte contro giocatrici in top ten di quanto non abbia fatto lei. Kerber ha smesso di partecipare agli spettacoli altrui e si è costruita il suo palcoscenico. E a forza di avere le luci della ribalta addosso, ci ha fatto l’abitudine.

“Campionessa degli US Open, ce l’ho fatta!” ha twittato Angelique. “Ce l’ho”, lei da sola, non “Ce l’abbiamo”, niente grazie al team, ai fan, frasi tipo “Questo trionfo è anche vostro”, questo titolo è il suo, è il coronamento di un anno in cui Kerber ha deciso di scuotersi, di prendere in mano il circuito e di far vedere a tutti quanto valesse davvero. «Tutti i miei sogni sono diventati realtà quest’anno»: questi US Open sono la ricompensa di duro lavoro, di allenamento nelle palestre vuote, al di fuori dei riflettori, dell’attenzioni mediatiche, dei favoritismi dei bookmakers.

Angelique Kerber non è il puro talento che a molti piacerebbe vedere in cima al tennis mondiale. Kerber è sinonimo di dedizione, professionismo, duro lavoro. E lo è sempre stata, fin da piccola quando il padre le costruì ben due campi da tennis, uno in cemento e uno in terra rossa, per farla allenare ed abituarla al cambio di superficie. Angelique Kerber è il prototipo della campionessa che si è fatta da sola, che solo ora sta raccogliendo i frutti di una carriera di sacrifici. E quest’anno lo ha capito anche lei. Al contrario del calabrone che si dice che continui a volare perché non sa che è fisicamente impossibile per il suo peso, Kerber ha capito di poter volare solo quando glielo hanno detto, soltanto quando ha tenuto in mano quel trofeo a Melbourne.

Che, con merito, sia diventata la numero uno della classifica mondiale, fa storcere il naso a molti. C’è chi parla di una Hewitt al femminile, numero uno in un momento di passaggio tra due ere di dominio, tra l’era-Williams e una incerta era in mano alle nuove generazioni (Muguruza?). C’è chi invece parla della tedesca come simbolo di decadenza del tennis femminile per mancanza di avversarie.

Senza campionesse come Sharapova e Azarenka, assenti per doping e maternità dal circuito, con una Radwanska che sembra fatta soltanto per finire negli highlights del giorno, con una Kvitova che gioca una settimana in forma e altre due senza energie, è normale che sia diventata lei la regina. C’è chi la paragona alle precedenti numero uno mondiali, e allora Kerber sfigura davanti ad una Chris Evert, una Martina Navratilova, una Martina Hingis. C’è chi infine ne disprezza il gioco, troppo difensivista, definito anche “à la Nadal” (come se poi fosse un insulto), a provocare l’errore della avversaria.

Ma, la verità, è che Kerber merita ogni singolo punto del ranking che ora detiene. E non tanto per la favola del “il duro lavoro paga sempre”, ma perché sul campo ha dimostrato di valere quella posizione. Si può discutere su come ciò sia avvenuto, su cosa sia scattato nella sua mente dagli Australian Open per farle fare questo salto di qualità; quale consapevolezza abbia acquisito per capire che è lei quella da battere. Ma non si può mettere in discussione che Kerber abbia giocato da numero 1.

Numeri alla mano, ha battuto la giocatrice più in forma degli Australian Open, Victoria Azarenka, che poche settimane prima del torneo l’aveva sconfitta in finale, e poche settimane dopo avrebbe conquistato una storica doppietta Indian Wells-Miami, battendo Serena Williams in una delle due finali; sempre a Melbourne, ha battuto la numero 1 del mondo, e lo ha fatto alla sua prima finale Slam, quell’appuntamento dove i nervi dovrebbero mangiarti vivo, come è successo ad esempio con Karolina Pliskova quest’anno; ha giocato da numero due a Wimbledon, nel senso che ha fatto valere il suo ranking, non perdendo nemmeno un set fino alla finale; ha giocato a New York una finale Slam in cui nel primo set ha commesso soltanto tre errori gratuiti.

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Kerber ha vinto 10 titoli in carriera, 7 dei quali negli ultimi 17 mesi.

Angelique Kerber è stata l’unica certezza di questa stagione. Quando si dice che il tennis femminile non è prevedibile, non è stato questo il caso: Kerber ha vinto quando doveva, il più delle volte con performance in perfetto controllo.

Per quanto riguarda il gioco, è limitante pensare che il suo sia soltanto un gioco di contrattacco. Spesso si mette in risalto la sua capacità di recupero, di gioco di gambe e di reazione, ma non si sottolinea abbastanza come Kerber abbia una incredibile visione d’insieme del punto. La sua copertura del campo è degna del migliore stratega, sa esattamente dove e quando indirizzare la pallina per cogliere impreparata l’avversaria. E a chi dice che il suo gioco è attendista à la Nadal, non si è mai fatto notare dove risponde Kerber, che molto difficilmente arretra dalla linea di fondo campo.

Piuttosto che perdere terreno preferisce giocare in controbalzo, è così che la si può osservare molto spesso accovacciata sulle gambe per giocare un dritto “à la Radwanska”. Ma non solo, nel suo gioco c’è un’esatta divisione delle due fasi, offensiva e difensiva, che è la caratteristica che nessuno evidenzia. Kerber è sicuramente la regina delle contrattaccanti, ma chi la definisce attendista sbaglia, perché non si è mai accorto di quanto disarmante sia vederla attaccare lo spazio alla prima palla utile dopo una strenue difesa.

Adriano Panatta, pochi giorni fa su Twitter, ha scritto: “Volete mettere come giocavano Martina, Steffi o la Henin con quelle di oggi?? Dai, non scherziamo!”. La risposta a questo paragone l’ha data la Kerber stessa, che rappresenta il tennis allo stato dell’arte. Fase offensiva e fase difensiva, ci si difende quando si viene aggrediti, si aggredisce quando se ne ha l’opportunità. Angelique Kerber è la migliore del tennis del 2016, perché è la più fluida nel passare da una fase all’altra, ma nessuno ci ha mai voluto riflettere realmente.

Angelique Kerber Karolina Pliskova US Open 2016

Giulio Fedele è un giornalista con talento, ma come molti di coloro che hanno talento, non ha sempre la voglia di esprimerlo.
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