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Tennishipster a Roma: doppio sogno

Che i Masters 1000 non siano mai piaciuti granché al tennishipster non è certo una novità, specialmente con quei lasciapassare concessi ai potenti al primo turno, un modo come un altro per dire che nella vita va avanti chi è più forte, un crudele riassunto di un’ingiustizia perpetrata quotidianamente. Se ci aggiungiamo che tutti i suoi prediletti o non hanno partecipato, o sono caduti nelle qualificazioni o sono stati eliminati nei primi due turni, non è certo sorprendente che il suo arrivo nella Capitale sia stato accompagnato da quella sensazione mista di triste rassegnazione e malcelata delusione che accompagna nel circuito questo irrecuperabile fanatico del tennis alternativo. Mentre percorre con il tram i viali eleganti e borghesi dei Parioli, il tennishipster rabbrividisce: no, non è la cafona raffinatezza di quei palazzi e non è nemmeno la vicinanza con i tennismainstream che vanno al Foro Italico per vedere Rafael Nadal – che cosa ci vedranno, in quel muscoloso tiranno, lo sanno solo loro. È il sesto senso del nostro, che prende lo smartphone e apprende della morte di Chris Cornell. Mentre i più ingenui si rammaricano per la tragedia occorsa al leader dei Soundgarden e degli Audioslave, il tennishipster ripensa con nostalgia a quel rarissimo LP degli Shemps che ebbe la fortuna di ascoltare qualche anno fa in un polveroso mercatino dell’usato.

Arrivato al Foro Italico, il tennishipster quasi perde il respiro quando viene investito dalle zaffate dei tennismainstream. Che si tratti di nazionalismo puro – quelli che si illudono che Fabio Fognini possa davvero giocarsela con il tiranno che verrà – o di schifoso classismo – quelli che pur di non vedere una partita diversa dal solito preferiscono guardare Djokovic o Wawrinka che si allenano – i tennismainstream emanano mediocrità in ogni loro scelta. Fortunatamente il Foro Italico abbastanza grande per concedere un po’ di respiro anche a quelli come il tennishipster. E così, allontanatosi dall’orrendo tempio del tennis italiano e da quell’accozzaglia di tubi e PVC che chiamano NextGen Arena, il tennishipster può finalmente arrivare ai campi cosiddetti laterali: solita arroganza che riduce tutto ciò che non partecipa al grande disegno mainstream a misera cornice, inutile orpello, superflua aggiunta.

Fortunatamente, il tennishipster non ha certo bisogno di scoprire dove si trovano i ground e quando ci arriva, altro che orpello! I doppi, sacra disciplina spesso schernita, si tengono tutti sul campo 1 e 2 e il programma è davvero impressionante: ci sono i fratelli Zverev, un modo per farsi andare giù la pecora nera della famiglia, Sascha; ci sono i fratelli Bryan, che ora che perdono sempre sono diventati molto più simpatici; c’è Bopanna/Cuevas, una coppia che non nemmeno uno come il tennishipster sarebbe riuscito ad immaginare, e invece. E poi ci sono loro due, la coppia che accende una fiammella nella speranza di qualunque hipster del tennis: due francesi molto diversi tra loro, ma che in campo danzano su una sinfonia che solo pochissimi iniziati riescono a sentire. Sono Pierre-Hugues Herbert, il perfettino che tira a due all’ora, ma come tira, e Nicolas Mahut, il poeta scapigliato che compone volée invece dei sonetti.

Portano la stessa maglia, Pierre e Nico, una polo blu con il colletto giallo e verde, ovviamente Lacoste. Herbert è quello beve le birre artigianali, sicuro. Nico beve solo birra tedesca, perché sono più frizzanti. Prima di andare a dormire Herbert legge un romanzo di Thomas Pynchon, e lo abbandona di solito dopo poche pagine; Nico va sulle graphic novel, e di solito le legge tutte di un fiato. Sono andati al cinema, di recente, hanno visto l’ultimo Kaurismaki. Herbert si è quasi messo a piangere, Nico ha apprezzato la sottile ironia del regista finlandese. In campo i due sono due facce della stessa medaglia: Herbert è più bravo a manovrare da fondo campo, riesce sempre a trovare quell’angolo che mette in difficoltà gliavversari; Mahut trova invece le soluzioni più fantasiose quando c’è da uscire dagli schemi e inventarsi qualcosa. Tipo il lob che gioca nel tie-break del secondo set, quando i due recuperano da 5-2 e servizio avversario, ma finiscono comunque per perdere il parziale e giocarsi tutto nel super tie-break, una stortura inventata per far accorrere più gente a vedere le partite di doppio.

Il super tie-break non è mai piaciuto al tennishipster, e mai gli piacerà: è una lotteria sbrigativa che tradisce i sacri principî del tennis, un’aberrazione che i tennismainstream hanno imposto nella più classica delle arroganze paternaliste. Gli avversari di Herbert e Mahut, poi, fanno ulteriormente tremare il nostro: c’è Brian Baker, che il tennishipster aveva quasi perso di vista ma che lotta ancora sui campi secondari sfoggiando un paio di baffi che danno un tono davvero peculiare ad un volto yankee che di solito non comunica granché; con lui c’è Nicholas Monroe, un tennista di cui sentono parlare raramente perfino quelli come il tennishipster. Il pubblico è con i francesi, e per una volta il tennishipster deve accontentarsi di stare con la maggioranza. Non che Baker e Monroe non giochino bene: Monroe, in particolare, trova delle meravigliose risposte di dritto che costringono Herbert e Mahut a giocare demivolée complicatissime. Ma la poesia che emana dalla racchetta di Mahut non si può tradire: il francese più esperto non sta giocando un gran super tie-break, poi però succede quello che il tennishipster sapeva sarebbe successo.

C’è uno scambio più lungo del solito – visto che i quattro in campo servono benissimo – e Mahut, spazientito da quel tennis così distante dalla sua concezione di divertimento, decide che il punto dovrà andare come vuole lui. Si avventura a rete, allora, e quando Monroe gli tira una pallata, Mahut l’accarezza con una volée perfetta, lo statunitense prova con un dritto al volo, Mahut avvelena il colpo dando alla volée un altro po’ di backspin e alla fine il suo avversario si deve arrendere a cotanta bellezza, mettendo in rete la sua, di volée. Il pubblico esulta rumorosamente, il tennishipster sorride consapevole. Dall’altra parte c’è un triste match femminile, con pallate da fondo campo e scambi infiniti, con uno sparuto gruppo di tifosi a fissare la partita. Sono anche loro dei tennishipser, a modo loro, ma non sanno che cosa si stanno perdendo. Poco dopo il super-tie break finisce, Mahut ed Herbert si abbracciano e potranno pensare al prossimo turno. Il pubblico applaude sotto il sole delle 3 di pomeriggio, la brezza non c’è, ma per ora va bene così.

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ATP Roma 2017 Tennishipster


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