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Cara agli umani

È struggente adesso ricordare quella finale femminile degli Australian Open 1991. Sembrava una partita come tante altre. La vincitrice, Monica Seles, aveva dovuto recuperare un set ad una ragazzona ceca che attaccandola da tutte le parti l’aveva destabilizzata per un’ora buona, fino al 3 pari del secondo set. Qui la belvetta, come la chiamavano allora, ritrovava la pesantezza dei colpi e la bionda venuta da Brno doveva arrendersi abbastanza rapidamente. Niente di eccezionale.

Qualche mese dopo, a Parigi, quella ragazza ceca dal viso che non capivi se triste o accigliato arriva fino ai quarti di finale, al cospetto di Gabriela Sabatini. La bionda gioca sempre meglio, fa suo il primo set e con una serie di attacchi su dei rovesci incrociati conduce all’avvilimento l’argentina, che sembra sul punto di mollare la partita. Sabatini va sotto di un set e 5-2 nel secondo, contro una che non aveva concesso moltissimo al servizio. Invece la ragazza dal viso accigliato, o forse triste, va a servire due volte per il match, ma non chiude e si ritrova sul 5 pari. Gabriela ricambia tanta generosità e dà alla rivale la terza opportunità di chiudere il match con il proprio servizio. Non basta, si va al tiebreak. Neanche due match point sono sufficienti, Gabriela vince il tiebreak per 12 a 10 e dilaga nel terzo, infliggendo un logico 60.

Il 3 luglio 1993 è il giorno della finale femminile del torneo di Wimbledon. Di fronte a Steffi Graf, che da un paio di mesi era stata liberata dal fantasma di Monica Seles in un modo assurdo, troviamo di nuovo la bionda ragazza ceca. La ragazza è in forma, sembra meno triste, meno accigliata, smagliante, ha avuto qualche problemino al terzo turno ma è arrivata in finale liquidando prima la solita Sabatini, e poi nientemeno che Martina Navratilova, un monumento che non aveva mai sconfitto e che mai più sconfiggerà. Sono altre le partite che faranno insieme, ma non possono saperlo. Graf ha invece dovuto fare i conti con Jennifer Capriati e la solita Arantxa Sanchez-Vicario, che si sono arrese entrambe dopo averla costretta a dei tie-break finiti bene.

Jana Novotna vola, danza, aggredisce con infinita grazia. Steffi è in difficoltà in ogni momento, il servizio di Jana scivola via sull’erba senza che il dritto della tedesca abbia il tempo di aprirsi per far partire quel terribile colpo che tanto male faceva alla sue povere rivali. Ma nonostante tutto e nonostante il set point nel tie-break, finisce come nei quarti e in semi, con la Graf avanti di un set. Jana Novotna non cambia modo di giocare, anzi, aggredisce ancora di più. Solo i più attenti possono notare una variazione nel viso.

Graf però si distrae, il passante di rovescio – il colpo più insicuro del repertorio – non le risponde più, non trova le contromisure. Viene travolta, perde il secondo set per 6-1 e si ritrova sotto per 4-1 40-30 con Jana al servizio. Partita finita, stavolta. E allora perché sembra di notare un velo di tristezza? Doppio fallo. Capita. Prima al corpo di Steffi, che risponde come può, una palla qualsiasi su cui si avventa Jana a rete. La volée finisce sul telone. Altra prima, la Graf alza un pallonetto a candela lo smash finisce in rete. Break. Era dall’ottavo game del primo set che Jana Novotna non perdeva un servizio. Graf si era salvata dal 6-0 nel secondo e dopo essere andata avanti di un game aveva subìto un altro parziale di quattro giochi di fila.

Sul 2-4 e servizio Graf, Jana è avanti 15-40. Ace. E splendido passante di rovescio che Jana non riesce ad addomesticare. Smash vincente. Dritto lungo: 4-3. Il pubblico è impazzito adesso, ma Jana è una maschera tetra. Va 30-15, subisce una terrificante risposta di dritto e poi commette un altro doppio fallo. Annulla la palla break. Doppio fallo, altra palla break. Prima corretta dal nastro. Prima lunga. Seconda larga. Break: 4 pari. Novotna fa uno solo degli ultimi nove punti, Graf vince 6-4. Si scambiano il bacino a rete, arrivano i duchi di Kent, Jana piange, si avvicina la duchessa, ed è il crollo, le lacrime non si fermano più, piange sulla spalla della duchessa, tutto il pubblico adesso sembra in lacrime, Graf – che mai è stata esempio di sensibilità, discutibile la sua esultanza dopo una vittoria raggiunta in questo modo – sembra prima non comprendere bene, poi anche lei si scioglie.

Sembra la fine di una carriera, ma Jana mostra un solidità inaspettata, continua a giocare. Non supera le sue paure ma almeno diventa una giocatrice normale, perde quando deve perdere, soprattutto contro Graf. È Wimbledon il problema, è Wimbledon la maledizione. Nel 1994 si ferma ai quarti contro Martina. Vince il primo set e poi viene travolta da un parziale di 12 game a 1. Nel 1995 a Parigi – ma in un qualsiasi secondo turno – ne combina un’altra. Contro Chanda Rubin perde il primo set al tie-break e poi va avanti per 5-0 al terzo. Sul servizio dell’americana si trova 0-40. Di nuovo qualcosa di misterioso accade, la ceca riesce a perdere quel match per 8-6, fallisce, credeteci, 9 match point. Dirà a fine partita, a degli increduli cronisti, che non sentiva di avere la partita in mano. Un columnist statunitense la chiamerà “No-No-Novotna, the lady from Choke-oslovakia”, perché la crudeltà viene ancora più facile contro chi sappiamo che non ci risponderà.

Si torna a Wimbledon, si torna contro Graf, stavolta è semifinale. Primo set perfetto, va avanti 7-5 ma nessuno scommetterebbe uno scellino. E infatti la tedesca regola la vicenda con un comodo 6-4 6-2, non sembra neanche farci tanto caso. Tutto si ripete stancamente anche l’anno successivo, Novotna non vincerà mai più una partita contro la tedesca (anche se c’è un’eccezione poco significativa, con ritiro della tedesca).

Si arriva al 1997, chissà forse Jana Novotna è maturata. Vince  un incontro per 7-5 al terzo con Marie Joe Fernandez, è di nuovo in finale, 4 anni dopo quel match con Steffi Graf. Di fronte c’è Martina Hingis, una al cui cospetto la tedesca era un docile cucciolotto. Novotna, come sempre, vola in paradiso per tutto il primo set, la ragazzina svizzera sembra frastornata. Ma appunto non è Graf, prende le misure rapidamente e secondo e terzo set non hanno storia. La premiazione è struggente, non ci sono lacrime stavolta, ma una scena di una tristezza infinita. Hingis cede il Venus Rosewater Dish ad una stupefatta Jana, che lo prende, abbozza un giro di campo, arrivano i fotografi. Il risultato fa venire i brividi ancora oggi, a distanza di 17 anni, l’imbarazzo di tutti è palpabile. Clerici scrive: “Non vincerà mai più, speriamo di sbagliarmi”.

Ma a Wimbledon, come mille volte hanno dimostrato, e come mille volte dimostreranno, amano il lieto fine. L’anno successivo Jana supera una giovanissima Venus nei quarti e travolge stavolta Hingis in semi. Dall’altra parte non c’è più Graf, Davenport perde contro Nathalie Tauziat che sullo slancio arriva in finale. Basta vederle entrare in campo per capire com’è andata la notte di Jana. La testa di serie numero 3 contro la testa di serie numero 16, il destino ha dato l’ennesima opportunità alla ragazza ceca, come non darla favorita, come non credere che alla fine non ce la farà? E infatti l’inizio è da brividi, con la francese subito avanti 2-0 con palla per il 3-0 e Jana a sbagliare come sempre. Ma la differenza stavolta è troppo ampia, la ceca rimonta, vince il primo set per 6-4. “Adesso crolla” un pubblico crudele si guarda con l’aria di chi ne ha viste tante, la Novotna va avanti anche nel secondo, viene raggiunta, la partita va al tie-break. Novotna sale sul 6-2, la risposta di dritto chiude il match, ma Jana piangeva da almeno un quarto d’ora.

E di nuovo piangono tutti, la duchessa nel Royal Box, la grande Hana Mandlikova, l’allenatrice di questa incredibile ragazza, forse metà pubblico, forse il giudice di sedia. L’abbraccio a Nathalie Tauziat è quasi di ringraziamento, Novotna si produce nella “scalata sugli spalti” aiutata con infinita leggerezza dal servizio d’ordine del Centre Court. Abbraccia Hana, trova la mamma tra le altre, piangono come se volessero rimanere lì per sempre. Wimbledon ha chiuso un’altra storia, ma quella di Jana continua. Il viso maturo si distende in infinità serenità, rimane quel velo di tristezza ma le foto ce la mostreranno sempre più sorridente. Nessuno la vede più accigliata, come molte ragazze intelligenti c’è vita dopo il tennis, si può essere discreti dopo aver cercato sempre i riflettori.

Jana prosegue, con Martina si trovano a dover affrontare gli avversari della nostra crescita, di tutti noi: la decadenza fisica, la malattia, a volte finisce molto male. Jana si ammala, ma con soavità si allontana. Le succede quello che succede a chi è stato a lungo accigliato, o triste, diventa quasi trasparente, un ricordo vivo nella memoria, ma solo se stimolato dall’ennesimo Wimbledon, quando si racconta di quella storia incredibile della ragazza che non avrebbe mai più dovuto vincere.

Torneremo alle nostre vite dopo aver dedicato un pensiero tenero ad una ragazza forse triste che da donna fu serena e ogni tanto la ricorderemo imprecando su questa cosa che pare si chiami vita, nella speranza che sia vero che gli dei vogliono accanto a sé presto, coloro che gli sono cari. Jana Novotna è stata cara agli umani, figuriamoci agli dei.

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Jana Novotna


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