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Donnie Darko

L’intreccio di interpretazioni che si accompagna a uno dei film cult per eccellenza, Donnie Darko, è una delle principali ragioni, se non la ragione principale, del successo di questo film diretto da Richard Kelly nel 2001 ma che tutti, o quasi, in Italia hanno visto dal 2004 in poi, quando venne presentato fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia. Il fatto che nel film, uscito negli Stati Uniti nelle settimane successive all’11 settembre, si parlasse di un incidente aereo, non aiutò certo la distribuzione.

Un sogno del protagonista, i wormhole, la teoria del multiverso, i paradossi spazio-temporali eccetera eccetera, insomma il terreno fertile per le teorie più disparate: se fosse uscito dieci anni più tardi, Donnie Darko avrebbe probabilmente avuto l’onore di essere preso in giro dagli autori di Rick and Morty al posto di Inception. Ma in fondo che Donnie Darko sia stato per un paio d’anni un film per lo più sconosciuto ha contribuito ad aumentarne il fascino. Com’è possibile, si dicevano i cinefili, che una tale perla del cinema indipendente sia rimasta nascosta per così tanto tempo?

Il multiverso creato da Darko Grncarov, il tennista che non è mai esistito, è molto simile a quello di Richard Kelly: un universo parallelo in cui Darko è un tennista macedone di 20 anni con una scarsa esperienza nel circuito ITF ma che fa parlare di sé perché ha una storia che vale la pena essere raccontata. Grncarov deve aver letto La filosofia dei viaggi nel tempo di Roberta Sparrow – un libro che non esiste, naturalmente – e capito che, sebbene non ci fosse tra i suoi poteri quello di creare un paradosso spazio-temporale, era possibile dare vita ad un Universo Tangente nel quale giornalisti, tennisti e appassionati potessero credere alle sue storie.

La vittoria di un torneo junior ad Amsterdam che non si è mai svolto è stata la scintilla che ha dato via a questa realtà parallela: i giornali macedoni hanno intravisto una storia da raccontare e ci si sono gettati a capofitto. Darko – chiamiamolo così perché poco altro sappiamo sul suo conto – ha allora intuito che c’era lo spazio per allargare l’Universo Tangente: centinaia di account lo sostengono, il suo profilo Twitter (con tanto di certificato di autenticità) arriva a oltre 15.000 follower, e di Grncarov si mettono a parlare in tanti, anche se nessuno l’aveva mai visto giocare.

Qualche mese fa, il sito di Metro dedicò un articolo a Grncarov (che nel frattempo è sparito, ma ci torneremo più tardi su questa pratica) dal titolo strappalacrime: “Tennis player who was in a coma for six months is about to make incredible return”. Partendo da un tweet di luglio 2017 dello stesso Grncarov, George Bellshaw raccontò, ovviamente in esclusiva, la strepitosa storia del tennista macedone che dopo essere stato per sei mesi in coma a causa dello scoppio di un vaso sanguigno, era pronto a tornare in campo. Del resto, aggiungeva Bellshaw, il futuro di questo ragazzo sembrava radioso prima della tragedia, visto che si era già potuto allenare con gente del calibro di Viktor Troicki, Gilles Simon e Robin Haase. Qualche settimana prima, Tennis World USA aveva scritto che Grncarov avrebbe partecipato al torneo di doppio di Miami assieme a Troicki.

Come tutti gli Universi Tangenti, però, la realtà creata da Darko è implosa. Ben Rothenberg, su Slate, ha fatto quello che in molti non si sono preoccupati di fare nei mesi scorsi. Insospettito dall’assenza di risultati di Grncarov – il cui vuoto faceva ancora più rumore se paragonato alla sovraesposizione mediatica del personaggio – ha cominciato a controllare qualche fonte. Ne è venuto fuori che le foto e i video che Grncarov postava sui suoi profili Twitter e Instagram erano palesemente non suoi; che il torneo vinto nel 2014 non si era mai tenuto; che l’unico match di cui si ha traccia, un 6-0 6-0 subìto al primo turno delle qualificazioni al Podgorica Open, sia, a dire di Grncarov, un errore dell’ITF; che Troicki non abbia la minima idea di chi sia Darko Grncarov. Insomma: Darko Grncarov non esiste.

Naturalmente ci sono cascati in tanti, perché al di là di alcune smaccate incoerenze – i sei mesi di coma non gli avrebbero permesso di entrare nell’ITF di Sharm el-Sheikh, unico torneo a cui Grncarov si è iscritto ma a cui non ha mai partecipato perché si ritirò poco prima del debutto – tutto faceva pensare che la sua realtà alternativa fosse quella in cui viviamo tutti. E ovviamente a gonfiare il fenomeno ci hanno pensato i giornali: la BBC lo ha intervistato poche settimane fa in merito a una posizione molto dura nei confronti di Margaret Court, in tanti altri hanno riportato l’articolo di Metro, a volte con degli incisi dagli esiti tragicomici (citiamo a campione: «Tuttavia, è protagonista di una storia emozionante. Una storia reale, non come la bufala uscita un paio d’anni fa sul presunto tifoso di Roger Federer risvegliatosi dopo undici d’anni di coma, e che nessuno ha avuto il buongusto di smentire»).

Il tweet non c’è più, ma il web non dimentica.

 

Più di due anni fa abbiamo pubblicato “In dubio pro scoop” e in tema di fake news, di come generarle e ampliarne la distribuzione, scrivevamo che bastava aspettare, che le occasioni sarebbero sicuramente arrivate. Questa di Darko è l’ennesima dimostrazione che la gravidanza (quella finta) di Serena Williams non ci ha insegnato nulla, che Drake non l’aveva messa incinta allora come Darko non è mai stato quel che ha detto e che abbiamo scoperto oggi. Dietro queste due storie c’è sempre il solito pigro modus operandi del giornalismo contemporaneo, quello che ha oramai perso il suo principio cardine, la verifica delle fonti, destinando alla derisione un mestiere che una volta era rispettato praticamente da tutti, gli stessi che oggi hanno quasi sempre ragione quando lo sberleffano.

Nel novembre del 2017 la quinta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione (sentenza n. 52565/2017) ha decretato che, per la verifica delle fonti, “il giornalista deve esaminare e controllare attentamente la notizia in modo da superare ogni dubbio, non essendo sufficiente in proposito l’affidamento in buona fede sulla fonte informatica, soprattutto quando questa sia costituita da un’altra pubblicazione giornalistica”. La causa in questione trattava una diffamazione a mezzo stampa, e parte della tesi della difesa poggiava sul fatto che l’autore del libro aveva appreso (e citato) un fatto (risultato poi mai accaduto) su un sito web che, evidentemente, non aveva verificato la notizia.

Questo esempio è paradigmatico di come funziona il giornalismo oggi e ovviamente il piccolo mondo del tennis non è esente da certi vizi. La verifica delle fonti, nella maggioranza dei casi, la effettuano gli altri quando va bene, mentre quando va male rimane una chimera che provoca errori marchiani da parte di chi continua a ostentare il proprio ruolo di unico argine al proliferare di notizie false. Il meccanismo, dalla parte dei lettori meno avveduti, è noto: vediamo online una “notizia” su un sito ritenuto mediamente affidabile, e quindi è sicuramente vera. Anche perché la regola numero uno, per chi scrive, è evitare di bucarla, la notizia, specie se ce l’ha in pagina il giornale concorrente. Questo è il primo dei dieci comandamenti del giornalismo di oggi, chissà dov’è finito quello che diceva di verificare i fatti prima di scriverne. Sembra di sentirli in redazione: “Intanto mettila, poi vediamo (se è vera o meno), e poi quegli altri l’hanno già messa da mezz’ora”. Tanto poi, dovesse rivelarsi falsa e infondata, la notizia viene cancellata da Internet. L’Internet Archive è roba da smanettoni, no?

L’ultimo esempio generalista in ordine di tempo – su una questione ben più grave e di ben altra portata – non è un caso di notizia falsa ma è esemplificativo su come il giornalismo preferisca strappare la pagina piuttosto di aggiustare. Nei giorni successivi al delitto di Pamela Mastropietro, la ragazza di Macerata che è da giorni sui titoli dei giornali, sul Corriere della Sera viene pubblicato un articolo di Fabrizio Caccia che delineava un profilo romantico dell’uomo (italiano!) che avrebbe potuto cambiare il corso della vita della ragazza. Tra le varie espressioni usate, in tono empatico e commosso, ci sono «chissà che peso grande ha sul cuore», «gli vengono mille pensieri, mille rimorsi, e anche un po’ di vergogna», «ora non resta che il dolore e nessun piacere».

L’articolo, pubblicato sia sul cartaceo che sull’edizione online del giornale, è stato cancellato dal sito internet dopo le numerose proteste da parte di chi ha trovato di pessimo gusto la santificazione di una persona che si è approfittata di una ragazzina. Una lettera di quelle che dovevano essere scuse ma che in realtà era un panegirico che non diceva nulla sul fatto, è stata pubblicata nella rubrica “Scrivi al direttore”, introvabile sul sito e dopo pagina 20 sul cartaceo. Succede lo stesso, se non peggio, in occasione di una rettifica: ti diffamo a nove colonne e ti chiedo scusa in un trafiletto qualche giorno dopo. La maggior parte delle persone che hanno seguito questa storia sul Corriere, indignate o meno, non avranno avuto modo di capire perché è stato pubblicato quell’orrendo articolo e non sapranno mai perché è stato cancellato.

Basta trovare l’imbeccata giusta, vera o falsa che sia poco importa, visto che la fretta è più potente della verità. Solo che la cancellazione di un articolo da internet non è seguita da una pedissequa ricerca di tutte le persone che l’hanno vista sul proprio feed per dirgli: “Guardate che ci siamo sbagliati, cioè in realtà non noi, hanno sbagliato gli altri a non verificare la notizia solo che noi andavamo di fretta e quindi abbiamo solo tradotto o copiato rapidamente”. No, quelle persone, noi, difficilmente verranno messe a conoscenza che quella notizia era falsa, che era meritevole di essere menzionata – quello che stiamo facendo – perché spiega bene il modo in cui informiamo e ci informiamo oggi. E se è vero che la (non) storia di Darko Grncarov non ha alcun impatto sulla vita pratica delle persone, la vicenda rimane emblematica per far capire come invece lo stesso metodo di lavoro influisca sulle cose più serie.

https://twitter.com/DarkoGrncarov/status/955800175389429761

A nulla servono le contromisure di cui tanto si parla per contrastare questo fenomeno, quello di scrivere cazzate. Facebook, il colosso che sta passando anni difficili perché non riesce a uscire dal vortice della diffusione di notizie false, sta sperimentando una sorta di valutazione dell’affidabilità dei siti che pubblicano news, lasciando all’utente finale, quello che spesso subisce passivamente questo enorme flusso di informazioni, una sorta di decisione sull’affidabilità delle news del feed, costruito su volontà dell’utente e quindi, con molta evidenza, già ritenuto affidabile (la cosiddetta bolla). Se Facebook non è riuscito (ancora) a trovare una soluzione, figurate se poteva riuscirci il Ministero degli Interni italiano, che ha aggiunto un ulteriore compito alla Polizia Postale italiana, e cioè quello di verificare l’autenticità di alcune notizie dietro segnalazione dell’utente tramite un apposito modulo. Una sorta di controllo di orwelliana memoria che produrrà, in caso di positività alla casella fake news, rettifiche sui canali social e sul sito ufficiale del Ministero (!) e che, se va bene, arriveranno ad avere lo 0,01% di visibilità della notizia falsa.

In tutto ciò, l’ordine dei giornalisti istituito per Regio Decreto sollecita i suoi iscritti al pagamento della quota e alla frequentazione dei corsi per aggiornare le proprie competenze professionali (!), quei corsi di formazione obbligatori che non servono ad altro che a far lucrare qualche società terza, pagare qualche docenza, e far perdere ore di lavoro a chi ha capito che di solo giornalismo non si vive oggi in Italia. Intanto, fra patetici paywall messi su dai principali divulgatori di fake news in Italia, i grandi quotidiani, l’unico esempio da seguire ad oggi per il contrasto alle cazzate è quello di praticare il mestiere delle cinque W come si deve: farsi venire dei dubbi come quelli che sono venuti a Ben Rothenberg, per esempio, una pratica che dovrebbe essere piuttosto comune a chi ha passato l’adolescenza e che dovrebbe essere obbligatoria per chi di mestiere fa il giornalista.

Intanto, quelli che non leggeranno Slate ma che si sono bevuti tutta d’un fiato la favoletta rimarranno convinti che Darko Grncarov sia un tennista che è tornato a giocare dopo sei mesi di come coma e non sapranno mai che la sua storia assurda, romantica e avvincente altro non era che una cazzata. E quelli che la storia l’hanno proposta senza farsi due domande potranno sempre dire che è stato Frank il Coniglio a costringerli a battere quelle parole sulla tastiera.

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