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Vivere e morire a Rebibbia

Il tennista di periferia torna nel suo habitat naturale, i campi scalcinati al margine di Roma.

Il tennista di periferia torna nel suo habitat naturale, i campi scalcinati al margine di Roma.

Mentre Djokovic e Nadal stanno per iniziare la semifinale al Foro Italico, pieno centro di Roma, io incrocio il giudice arbitro del torneo: “Giuliani? Si cambi che l’avversario è già pronto”. Cammino verso gli spogliatoi e in lontananza vedo la recinzione con il filo spinato del carcere di Rebibbia: sono ai margini, vicino agli ultimi, a casa. L’occasione è un’altra tappa del circuito veterani di Roma, una delle poche che posso raggiungere comodamente, per questo torno in questo circolo dove ho già giocato qualche mese fa un torneo open, senza vincoli di età. Allora, mi arresi al terzo turno contro un moccioso sedicenne che evitò di pochissimo, più per colpa mia che per meriti suoi, di prolungare la partita al terzo set. Lui, classificato 3.2, era bravo ma vabbé, potevo fare di meglio.

Da allora sono successe diverse cose. Al circolo Nomentano è iniziata la serie D2 a squadre e io faccio parte del team insieme ad almeno una decina di persone credo, visto che non ne conosco la metà. Avrei voluto tanto giocare un campionato a squadre di livello, una D1, un over 40 libero così da incontrare i migliori veterani di Roma ma si sa, i campionati a squadre per il circolo sono una gran rottura, occupano i campi per ore e montano le proteste dei soci che giocano da fermo.

Rispondo comunque alla convocazione per la prima giornata della D2, finisco in campo quasi per caso e vinco 6-1 6-0 contro uno che per vivere insegna tennis. Avesse fatto altro per guadagnare il pane, non avrebbe vinto neanche quel game. Non giocherò nei turni seguenti del campionato, anche perché mi infortuno malamente alla caviglia in una partita di calciotto e sono costretto a stare fermo diversi giorni. Aspetto che la caviglia torni a funzionare, rigioco ma mi manca fiato e soprattutto ho perso “il tennis”, come dicono i tennisti che amano parlarsi fra loro, e cioè l’allenamento del braccio. Riprovo col solito sparring partner, lui che aveva vinto pochi game negli ultimi set giocati contro di me, e addirittura perdo un set. Non sono in forma, pazienza, corro con paura senza forzare questa maledetta caviglia. Allora decido di fermarmi per almeno una settimana e di giocare comunque il torneo, visto che sarò costretto a pagare l’iscrizione qualora non mi presentassi. Tanto vale provare a giocare la prima partita.

E torniamo al sabato delle semifinali del Foro Italico. Do un’occhiata al punteggio prima di entrare in campo e Nadal è già un break avanti. Il mio avversario è biondo e gioca con degli occhiali con le lenti da sole graduate, un bel Persol. È un mio pari classifica, non lo conosco ma sono convinto di vincere facilmente. La caviglia è fasciata per bene, la settimana di completo stop ha migliorato un po’ la situazione ma quando la muovo ancora mi fa male. Sono stufo di aspettare, il maggio romano è irresistibile per i tennisti e quindi eccomi in campo a correre o farmi male seriamente.

Il tipo gioca in maniera strana. Non mi sembra forte di rovescio, che taglia con un backspin che passa ogni volta di pochissimo sulla rete, di dritto colpisce completamente di piatto con una postura open-stance, direbbero quelli tecnici, con le gambe allargate dico io. Sembra buffo quando colpisce quindi lo prendo sotto gamba. Fatto sta che vuoi per il campo completamente arido e secco, vuoi per le palline di almeno seconda mano che ci ha consegnato il giudice, in pochi minuti sono sotto per 4 a 1. Penso: vabbé devo carburare, a breve recupero. Solo che lui mi lascia a metri dalla palla anticipando tutto con questo dritto che, quando rimbalza a terra, schizza via verso i teloni. Cerco di giocare in maniera ordinata, di tenere la palla in campo e far sbagliare lui, ma questa tattica non funziona. Chiude per 6 a 1 il primo set e mi manda a riflettere sulla panchina che dà le spalle al sole.

Sul campo di fianco gioca Mauro, un over 45 romano che conosco, uno bravo. Mi chiede il punteggio e strabuzza gli occhi quando gli dico che ho perso il primo per 6-1. Provo ad accampare qualche scusa ma lui mi ferma subito: “Abbassati subito al suo livello, non cercare cose strane, palleggia, porta pazienza e vedrai che recuperi subito”. Rientro in campo e lui vince il primo game a zero. Le mie risposte escono, le palline sono senza pelo e non so se colpire come al solito, cioè con forza chiudendo il movimento di ogni singolo colpo con la frustata dell’avambraccio che dà il topspin, e quindi con la certezza che la palla rimarrà in campo, o mozzare il movimento a metà, controllando la palla che cadrà, quindi, al di là della rete in maniera più lenta. In ogni caso cerco di alzare le traiettorie per non farlo colpire di dritto ad altezza anca. Le cose migliorano, vado in vantaggio di un break. Al cambio campo mi siedo sulla panca e arriva di nuovo Mauro.

«Quanto stai?».
«4 a 1 per me».
«Daje».

Quando vinco il secondo set per 6-1 capisco che di certo non perderò al terzo con questo tipo. Che sembra anche simpatico, tranquillo, e che è anche distratto perché ad ogni cambio campo telefona per sbrigare non so quale faccenda. Io, nel frattempo, vengo ammonito dal giudice perché, in recupero ad un punto importante che mi avrebbe dato un break di vantaggio nel terzo, bestemmio.

«Alla prossima la caccio».
«Giudice ma l’ho detta sottovoce, non mi ha sentito nessuno sugli spalti».
«Io l’ho sentita».
«Vabbé».
«Comunque giochi tranquillo».
Sorrido, più che altro perché non c’è più il penale per la bestemmia in Italia ma una multa fino a 309 euro per blasfemia in luogo pubblico.

Sui gradoni di fianco al campo ci sono una decina di persone che assistono al siparietto senza capire. Anche Federico, l’avversario, è curioso di sapere che è successo e mi chiede se è tutto ok. Gli sorrido dicendo «sì sì, ho detto una parolaccia». Occhiolino, ci siamo capiti. Salvando quattro palle break sul 5 a 1 in mio favore, chiudo 6-1 anche il terzo set. Non ho giocato benissimo ma sono sopravvissuto, survived come dicono gli anglofoni quando si passa il turno. Quelli bravi vanno avanti anche così.

Finestre di periferia con vista tennis

Piove, non riesco ad allenarmi nei due giorni che mi separano dal match seguente, programmato contro un giocatore classificato 3.3 che ho già battuto quando ero quarta categoria, qualche anno fa. Sono da poco passate le 18, il sole va calando dietro i palazzi al lato del circolo, che oltre al tennis ha la piscina, i campi da calcetto e quello di calciotto con l’erba nuova e il padel, che oramai si è fatto strada ovunque, anche in periferia. Non è un circolo bellissimo, ma ha tutto quel che serve, anche i tavoli per far giocare i più anziani a carte.

Quando l’avversario mi stringe la mano, si presenta: non si ricorda minimamente di me. Mi viene in mente Kevin Spacey in American Beauty, quando stringe la mano a un collega della moglie che si presenta per l’ennesima volta ribadendogli che si sono già conosciuti, assolvendolo dalla colpa con un «non si preoccupi, neanche io mi ricorderei di me stesso».

Il tipo gioca bene, colpisce la palla sempre in anticipo e non indietreggia mai. Cerco di allungare il riscaldamento il più possibile per ritrovare il feeling con gli impatti, quando stiamo per iniziare sono tranquillo anche se non ho buone sensazioni. Inizia lui a servire, piazza un ace. Mi fa altri due vincenti e chiude il game a zero. Vado a servire io, piazzo una prima esterna a destra: risposta vincente incrociata. Servo un’altra prima a sinistra sul suo dritto, lui chiude da fondo campo sullo scambio. Arriva un’altra risposta vincente al mio servizio, questa volta con il rovescio. Va subito sul due a zero. Io sono un po’ frastornato, arretro subito la posizione in risposta, a circa due metri dalla linea di fondo campo. Lui ha le prese molto chiuse, giocando d’anticipo non può essere altrimenti, quindi mi concentro sul rispondere palle lunghe con traiettorie alte. Un paio di queste risposte lo inducono all’errore, mi procuro una palla break e la trasformo rispondendo in maniera vincente con un dritto come a dire: guarda che pure io sono capace a fare queste cose. Due a uno, ho rotto il ghiaccio.

In tribuna intanto arriva Fiocco, compagno di circolo del mio avversario, contro il quale ho perso al torneo del Due Ponti. Mi saluta, è con la famiglia, si sistema sulle tribune ad applaudire il suo amico. Io servo bene, ho capito cosa devo fare per vincere e cerco di giocare in maniera molto ordinata. Questa parola viene usata molto da chi gioca bene a tennis, dai maestri, dagli allenatori. Giocare in maniera ordinata significa fare la cosa giusta al momento giusto, nel mio caso significa rispondere una palla alta e profonda, ma soprattutto far colpire il mio avversario facendolo correre, perché se potrà impattare in maniera comoda mi “farà male”. Allora, quando lui risponde al centro del campo, colpisco incrociato di dritto per spostarlo e il suo dritto va fuori di metri. Se palleggiamo sulla diagonale di rovescio, cerco profondità e pesantezza di palla, in maniera tale che lui dovrà ricorrere al back, e allora io potrò girare attorno alla palla ed “entrare” col dritto.

Mi ritrovo sul tre pari poco dopo, sto servendo bene, so bene cosa fare e prendo fiducia. Riesco a fare il break recuperando un game sotto per 40 a 15. Prima la sua smorzata esce fuori e poi, sul 40 a 30 per lui, faccio quello che so fare meglio. Serve una seconda palla sul mio rovescio, la palla è molto tagliata e salta molto dopo il rimbalzo. Ma io sono due metri dietro la linea, mi sposto in laterale per impattare la sua traiettoria esterna e libero un rovescio lungolinea a tutto braccio, à la Stan. La palla schizza velocissima, lui manco ci prova a prenderla, dalle tribune arriva un “bravo” molto timido. Io piazzo un “Vamos” con voce più vibrante. Faccio il break, vado sul 5 a 3 piazzando diverse prime vincenti e chiudo 6-3 con un altro break.

Mi sento in palla, il dritto funziona, gioco sempre cercando di fare la cosa giusta senza correre troppi rischi, giusto qualche volta piazzo un paio di vincenti in contropiede. Vado subito avanti 1 a 0, faccio il break e tengo il mio turno di battuta. Sono 3 a 0, devo solo tenere la rotta e arriverò in porto senza ansie. Il Giudice mi segue dagli spalti. Pensionato sulla settantina, forse anche di più, ha una camicia con le maniche rimboccate e l’occhiale da vista calato sul naso, così può guardare il tennis senza filtri e leggere il foglio dell’ordine del giorno solamente abbassando lo sguardo. Vado sul cinque a zero, lui vince un game e io ho come un sussulto, come se dovessi preoccuparmi nonostante il vantaggio. Mi dico di stare calmo, che sono sul 5 a 1 e figuriamoci se butterò via questa partita. Arrivo rapidamente sul 40 a 15, un dritto vincente si ferma sul nastro ma poi faccio il punto successivo con un net un po’ fortunoso dopo un mio smash facile accorciato, credo, dalla tensione.

Sorrido, chiedo scusa, stringo la mano e mi siedo in panca a godermi un po’ di tranquillità. Arriva il tipo a rifare il campo. Ha la pelle scura, sembra avere l’aria stanca di chi è da parecchio sotto al sole. Cerco di incrociare il suo sguardo per sorridergli, ma lui non ha la forza neanche di girate la testa e passa lo straccio sul campo muovendosi come per inerzia. È uno degli ultimi anche lui, lo capisco, deve odiarci a noi borghesi o pseudo tali. D’altronde io pure mi odierei.

Al di là della vittoria, sono più contento di come ho giocato, del fatto che sono riuscito a stare calmo e concentrato anche quando ero sotto nel punteggio. Mi rendo conto di essere migliorato sul lato dell’aspetto mentale oltre che sul piano del gioco. Qualche anno fa, contro lo stesso avversario, riuscii a perdere un set in vantaggio per 5 a 1. Oggi ho chiuso come fanno quelli bravi quando incontrano avversari più scarsi, di autorità.

Slaccio le scarpe e allento la cavigliera, il piede sembra stare bene. Prendo la via degli spogliatoi ma poi mi fermo su una panca. Sembra luglio, il caldo è quello, e al circolo non c’è praticamente nessuno. Quei pochi presenti si rifugiano sotto l’ombra degli alberi a giocare a carte; a tennis giocano solo i ragazzi dell’agonistica. Il sole mi ha scurito la pelle, mi punta dritto in faccia tanto da farmi chiudere gli occhi. C’è quiete, si sente solo il rumore delle palline da tennis colpite sulla solita base musicale a firma cicale romane, ma non è fastidioso. Mi rilasso. Mi desta una pacca sulla spalla del giudice.

«Dimme».
«6-3 6-1».
«Grande», sorride mentre mi congeda.

Guido piano per le vie di Rebibbia, come per prolungare il più possibile la mia permanenza in queste strade strette con le case costruite l’una addosso all’altra, per connotare un paesaggio claustrofobico ma reale. I ritmi del quartiere sembrano lenti, compassati. Guardo le vecchiette sedute sul ciglio della strada a ridosso della porta di casa, passo davanti ad un bar con le birre da 66 sui tavoli e i posacenere pieni di cicche. Faccio un km e sbuco dalle mie parti, ritrovo i palazzi alti, il verde degli alberi enormi e i locali alla moda con gli spritz sui tavoli di design all’aperto.

Alla semifinale del torneo c’è la testa di serie numero uno. Ho chiesto di lui al circolo – è un seconda categoria, quindi conosciuto – e tutti mi hanno detto che “è forte”, senza scendere nello specifico. Verso le tre di un pomeriggio caldissimo iniziamo a palleggiare su un campo rovinato, uno di quelli dove di solito i maestri insegnano tennis. Bastano pochi minuti per capire che questo è bravo: colpisce in maniera molto pulita da ambo i lati ed è pure mancino, come se già non fosse difficile. Dopo qualche scambio di riscaldamento si ferma e mi fa: “la rete è alta”. “Ah”. Va al suo angolo e dalla borsa tira fuori un metro (!). Misura la rete, “è più alta di 0,4 centimetri”. “Azzopeppe”, faccio, come se me ne fregasse qualcosa. Prova ad aggiustarla, si arrende quando vede che è complicato. Cinque minuti dopo è tre a zero. Serve benissimo, di forza al centro e liftato ai lati, la seconda rimbalza alta e ruota in maniera anomala rispetto ai destrorsi sul mio dritto. Io impatto male, mai al centro, e i miei dritti incrociati finiscono più a lato che lunghi. Di rovescio tengo, ma serve a poco. Mi annulla l’unica palla game che mi procuro con un vincente, mi rifila un 6-0 che mi rimette a posto.

Il mio gioco migliora nel secondo set, quando riesco ad allungare qualche scambio da fondo campo e a rispondere meglio al servizio. Vado avanti 1 a 0, addirittura. Al cambio campo lui parla rilassato con un amico, si asciuga il sudore dalla fronte togliendosi il cappellino bianco, beve e, prima di tornare in campo, infila la mano in una scatola piena di una polvere che immagino sia per avere grip sul manico della racchetta, la vecchia segatura di una volta. Io, quand’è così, imposto una faccia in modalità scazzata. Mi impegno, certamente, ma non cerco di fare quello disperato dal fare bella figura contro un avversario nettamente più forte di lui. Perdo 6-2 il secondo set, esco dal torneo che lui vincerà qualche giorno dopo battendo in finale Fiocco. Giusto così, questa volta non è survived ma un figurativo died.

Lascio il circolo perdendomi con la macchina nei meandri della zona, nelle piccole strade del quartiere dominato da palazzine basse tutte diverse fra loro e con l’intonaco rovinato dagli anni, con i piccoli bar dall’arredo minimalista, tavoli e sedie di plastica con gli ombrelloni sul marciapiede, la spazzatura incontenibile più che altrove, l’erba incolta che spunta dal cemento praticamente in ogni dove e il rumore sordo della Tiburtina neanche troppo lontano. È la Roma che mi piace, quella verace e popolare, quella meticcia, dove il nero e il bianco passeggiano assieme e dove, come recita il famoso murales di Zerocalcare alla fermata della metro, “manca tutto, non ce serve niente”.

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