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L’indomito Eddy

Il ritorno in campo di un tennista di periferia, ma mica tanto.

Il ritorno in campo di un tennista di periferia, ma mica tanto.

Domenica mattina di fine aprile: il cielo di Roma è terso, la città ritorna ad abbracciare il caldo e i tennisti risfoderano il sorriso. Al circolo è in programma il primo match della serie D2. Mi sento in forma. Solo un paio di giorni fa mi sono allenato col mio migliore sparring partner, Eddy, e arrivo presto all’appuntamento. Quando ci ritroviamo tutti vicino al bar, Eddy però non c’è. Arnaldo, il capitano della squadra, con sulla faccia un mascherone di tristezza ci informa che nella notte Eddy si è sentito male. Adesso è in ospedale. “Non è in pericolo di vita” prova a tranquillizzarci. Noi andiamo in fibrillazione, lo assediamo di domande, vorremmo renderci subito utili ma non sappiamo come, ci rimangono solo tristezza e ansia. Scendiamo comunque in campo, giochiamo, vinciamo. Scriviamo messaggi al numero di Eddy anche se immaginiamo che sarà la moglie a risponderci.

Ho conosciuto Eddy giocandoci insieme un doppio. Era un sabato pomeriggio di settembre e per caso me lo ritrovai nella mia metà campo: un altro socio del circolo me lo appioppò come compagno dicendomi che era stato uno forte e che non giocava da diversi anni. Fisicamente corpulento, Eddy giocò una partita onesta che ci consentì di vincere con disinvoltura. Ma rispetto al doppio il singolare, come tutti i tennisti sanno, è un altro sport, quindi quella partita non mi aveva fornito indizi concreti di quanto fosse forte. Qualche giorno dopo, il tennista contro il quale dovevo giocare in allenamento mi diede buca ma mi scrisse: “Ti ho trovato un signor rimpiazzo”. Era Eddy.

Il vialetto che porta al campo 1 non è lungo, eppure io ed Eddy ci mettemmo un bel po’ a percorrerlo perché si era formata una fila di gente accorsa a salutarlo e dargli il bentornato. Mentre ci scaldavamo, le tribune cominciavano a riempirsi di soci. Non avevo ancora capito quanto Eddy fosse importante per il Nomentano.

La partita fu a senso unico. Ormai ero al circolo da qualche mese e non perdevo praticamente con nessuno. Cercavo qualcuno più forte di me, uno che mi avrebbe costretto ad alzare il mio livello di gioco e a migliorarmi. Questo giocatore sarebbe stato Eddy ma lui, da galantuomo, mi concesse l’abbrivio delle nostre sfide.

Quel sabato pomeriggio di settembre mi riuscì tutto: rovesci lungolinea che si vedono in televisione, chiusure di dritto con anticipi imprendibili e addirittura qualche smorzata, non proprio il pezzo pregiato del mio repertorio. Eddy sicuramente non era al massimo della forma, ma ricordo bene che si arrabbiò molto, nonostante la sconfitta fosse figlia più della sua assenza dai campi che della mia bravura. Presi nota dei suoi sguardi, rispettosi ma duri. Siccome era libero il giorno dopo, gli chiesi di rigiocare insieme perché, da quanto visto in campo, non vedevo allenamento migliore per me al circolo. Accettò senza neanche farmi finire la domanda.

Quella domenica iniziai la partita come il giorno precedente. In pochi minuti andai avanti 3-1. Giocavo con la scioltezza di chi ha la vittoria in tasca: d’altronde non erano passate neanche ventiquattr’ore da quando gli avevo concesso tre game in due set, dunque cosa sarebbe potuto andare storto? Non avevo dato il giusto peso agli sguardi del giorno prima. Eddy recuperò, cominciò a esultare a ogni punto conquistato, ritrovò fiducia nei propri mezzi. Il volume della sua esultanza cresceva sempre di più fino a quando non alzò letteralmente le braccia al cielo per la vittoria. Vinse 7-5, seppellendomi nel dispiacere. E non fu neanche l’ultima volta.

Col tempo Eddy ho imparato a conoscerlo. Sposato, con due figlie, fa l’avvocato a Roma nord, dove abita. Ha trascorso l’adolescenza al circolo Nomentano, dove ha giocato e vinto parecchio. Ho scoperto che è mio coetaneo e che da adolescente, mentre io arrancavo sulla terra battuta a cercare di vincere una partita di torneo, lui aveva già la classifica con la lettera C davanti al numero. Insomma, era uno di quelli bravi. Con l’ingresso nell’età adulta ha iniziato a trascurare il tennis per il solito devastante mix di affari e affetti. Posso solo immaginarlo all’apice del suo fulgore fisico, perché ho conosciuto Eddy ormai arrotondato dalla pinguedine, una caratteristica che avrei scoperto essere molto ingannevole poiché dissimula le sue doti di forza e mobilità.

Perché Eddy corre moltissimo, almeno quanto suda. Classico giocatore da fondocampo, basa tutto il suo gioco sull’efficacia del dritto, un colpo dallo stile classico, uno swing veloce e deciso. Ogni volta che ci ho giocato contro indirizzavo la palla sul suo rovescio, un colpo che esegue con un movimento monco e indeciso, perché pensavo fosse quello il suo punto debole. E invece il rovescio lui non solo non sbagliava mai ma addirittura era capace di trasformarlo in punto, lasciandomi basito. Eddy serve forte e al volo non fallisce mai le volée dei terza categoria. È quello che si definirebbe un giocatore solido. E a questa solidità aggiunge la sua migliore virtù: la grinta.

Una volta ci ritrovammo al circolo Forum a giocare un match di Over 40 a squadre. Io giocai il mio singolare e, del tutto fuori allenamento, persi rapidamente. Sebbene il match a squadre non contasse molto, Eddy stava lottando contro il suo avversario sul campo adiacente. Si era infognato in una di quelle partite che ogni tanto capitano quando incontri un avversario più scarso, che dovresti battere facilmente, se non fosse che le condizioni di gioco accorciano questo divario e ti costringono a sudare ogni singolo punto per vincere. Quel giorno Eddy non ne volle sapere di mollare. L’avversario teneva la racchetta in mano come fosse una roncola. Scarso a vedersi, non sbagliava mai e costringeva Eddy a costruire e vincere ogni singolo punto, sempre da fondo campo. Dopo un paio d’ore il divario tennistico si era praticamente azzerato: su quel campo dal suolo arido e ormai bianco per via del sole cocente, Eddy era un set pari contro quello scarsone.

Mi avvicinai al suo angolo, ero il suo unico compagno quel giorno, e quando feci per incitarlo mi interruppe: “Io oggi piuttosto muoio ma contro questo non perdo”. Ormai lo conoscevo, sapevo che avrebbe vinto, e a forza di non sbagliare praticamente mai giocando a una velocità che non era la sua, fece uscire il suo avversario incazzato dal campo. Mi accorsi che lui si nutriva di questo, che il suo ego cresceva in sicurezza quando riusciva a prevalere nell’aspetto meno tennistico di quella contesa che comunque è un match di tennis.

Tipico white collar americano, Eddy approfittava della domenica per tirare fuori i jeans da sfoggiare sulle Hogan d’ordinanza e ai polsi il Rolex da una parte e il tennis, nel senso del braccialetto, dall’altra. Eddy era pur sempre uno che abitava vicino ai Parioli. Se non giocava chiacchierava con i soci del circolo che aveva preso a rifrequentare assiduamente; spesso, proprio per via della sua professione, veniva chiamato in disparte per offrire consulenze non pagate: d’altronde il circolo serve anche a questo, no?

E infatti quella volta che andammo a giocare al Canottieri Aniene venne accolto come un primus inter pares. Stuoli di soci-avvocati, encomiabili professionisti del lavoro figurato ma vestito con eleganza, si affrettarono a dargli il più caloroso dei benvenuti. Non mancarono i confronti, i consigli di settore perché tu aiuti me e io aiuto te, e quando fu il momento di scegliere chi mandare in campo fra me, lui e Paro, un terzo socio, ci affidammo al sorteggio. Toccò proprio a Eddy rimanere fuori, lui che era il più forte, nella sorpresa generale degli avversari. Infatti perdemmo sonoramente, anche se lui, limitandosi allo sfottò del caso, non ce lo fece pesare.

Intanto, passato un anno dal rientro, oltre ad essere nata la sua primogenita ne era arrivata un’altra. Lui veniva al circolo schernendosi che avrebbe smesso presto, perché con tre donne in casa sarebbe stata difficile, ma invece continuò a giocare: aveva capito che il tennis era la sua valvola di sfogo dallo stress quotidiano e dalle incombenze delle sue amate donne. Trovò ovviamente tempo per migliorare la sua classifica, diventando in tempi brevi di nuovo terza categoria di fascia alta. Tutti i tennisti romani sapevano, di nuovo, che Eddy era lo spauracchio da evitare nei tabelloni e già a inizio 2018 lui era pronto a dare l’assalto alla seconda categoria. Poi arrivò quella nottata.

Eddy trascorre molte giornate lontano dai campi di gioco e dentro gli ospedali per tutti gli accertamenti del caso, con i weekend a riposare nel buen retiro della campagna umbra, fra colline verdeggianti e vigneti di cui prendersi cura per l’amato vino. Non si è riuscito a capire benissimo cosa sia successo quella notte, forse Eddy ha pagato dazio allo stress, chissà. I medici danno via libera e quindi Eddy può tornare a giocare. Ero stato l’ultimo a giocarci prima del crack e sono stato il primo a farlo tornare in campo. In una delle tante giornate fotocopia che si passano al circolo quando è giugno, scendiamo di nuovo quel vialetto verso il campo a tre anni di distanza dalla prima volta. Come allora, il cammino è interrotto dai soci che tornano a vederlo al circolo, si sincerano delle sue condizioni e lo toccano per fargli sentire l’affetto.

Palleggiamo tranquillamente, lui sembra spaventato, è teso. Si vede anche dall’altra parte della rete. Io cerco di cazzeggiare, facciamo parecchie pause. Lui si stanca rapidamente, è comprensibile, ma il dritto resta quello di sempre. Continuiamo a giocare, prima una volta a settimana poi due; facciamo dei set, li vinco sempre io. Eddy deve ancora tornare al meglio. Ci giochiamo il titolo di campione dell’estate, la partita che facciamo prima di staccare per un po’, e sono contento di vincere solo di un soffio. Sta tornando, lo sento. Quando torniamo dalle ferie, riprendiamo a giocare. Lui, durante la settimana, esce prima dal lavoro per venire a giocare al circolo, dove arriva al volante di una Porsche che ha i sedili con inserti in Memory, per memorizzare la forma dei glutei. Lo ritrovo sorridente, rilassato, la paura sembra ormai alle spalle.

Le nostre partite sono dure come al solito. Lui non molla i set anche se il punteggio suggerirebbe il contrario. Sotto per 5 a 2, mi riesce a vincere un set al tie-break, annullandomi sei set point. Non cede mai un punto, il suo tennis è l’emblema del “finché non ho perso non ho perso”. Per questo è proprio giocando contro di lui che sono riuscito a migliorare in quest’aspetto.

Le nostre partite ormai sono riedizioni invecchiate delle prime, palla che viaggia veloce e sguardi incrociati che fuggono la sconfitta. Ma lui sa bene che c’è solo un posto che può certificare il suo ritorno: il torneo. Si iscrive all’ultima tappa del campionato veterani, un posto dove tennisti professionisti mascherati da tennisti della domenica si giocano prestigio e onore da sempre. Perde male al primo turno, ma vende cara la pelle. Non fa passare molti giorni dal torneo seguente. Gioca contro uno bravo e questa volta vince. A casa mia, a distanza di chilometri, ho come la percezione di sentirlo esultare. Perde al turno seguente ma, per batterlo, ci vuole un seconda categoria. Ora sono sicuro che è tornato. Pronto a riprendere da dove aveva interrotto.


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