menu Menu

Come siamo arrivati fin qui

Domenica inizia l'ultimo torneo della stagione ed è difficile prevedere come andrà, tranne il vincitore. Forse.

Domenica inizia l'ultimo torneo della stagione ed è difficile prevedere come andrà, tranne il vincitore. Forse.

Novak Djokovic

Ranking: 1
Titoli: 4 (Wimbledon, Cincinnati, US Open, Shanghai) Finali: 2 (Queen’s, Bercy)
Slam: 4R, QF, W, W

È fin troppo facile dividere la stagione di Novak Djokovic in due, in un modo molto simile a quella del 2016: due anni fa vinse quasi tutto nella prima parte di stagione, completando il Career Grand Slam e presentandosi a Wimbledon ancora in corsa per il Grande Slam. Poi arrivò la sconfitta con Querrey e una seconda parte di stagione più deludente. Deludente per chi aveva già vinto una dozzina di Slam, si intende, visto che Djokovic fece in tempo a vincere un altro Masters 1000 e a giocare la finale sia agli US Open che alle ATP World Tour Finals. Il 2018 è andato in maniera speculare, dopo un 2017 giocato a metà per i problemi al gomito: nella prima parte di stagione Djokovic ha perso spesso e volentieri e il simbolo di una crisi che sembrava ormai irreversibile è stata la sconfitta con il praticamente sconosciuto Marco Cecchinato nei quarti del Roland Garros. Prima della partita si diceva che quello con l’italiano era il match perfetto per tornare in semifinale in uno Slam e a respirare l’aria dei grandi appuntamenti. Nessuno, dopo la stretta di mano con Cecchinato, poteva immaginare che meno di un mese dopo, non solo Djokovic avrebbe giocato la semifinale di uno Slam, ma che l’avrebbe giocata ad un livello altissimo contro il numero 1 del mondo, battendolo all’ultimo respiro in quello che è stato di gran lunga il match più emozionante dell’anno.

Da lì in poi, come se fosse bastato uno schiocco di dita, Djokovic ha ripreso a vincere come due anni fa, o quasi: vittoria a Wimbledon su Anderson, vittoria a Cincinnati su Federer, vittoria agli US Open su del Potro, vittoria a Shanghai su Coric. Solo due tennisti, dopo Cecchinato, sono riusciti a fermare Djokovic: Tsitsipas a Toronto e Khachanov a Bercy. Tutto a posto quindi? Non proprio, perché qualche crepa Djokovic l’ha mostrata in questi mesi e l’ultima partita, quella contro Khachanov, ha dimostrato che il serbo non è ancora quello che dominava qualsiasi avversario prima ancora di scendere in campo. Khachanov ci ha creduto, come ci ha creduto Tsitsipas in Canada e come ci ha creduto Federer in semifinale a Bercy, dopo la sofferta settimana di Basilea: tra gli altri 7 candidati ce ne sarà almeno uno pronto a crederci abbastanza?

Vincendo il titolo, Djokovic raggiungerà Federer in cima alla classifica per titoli vinti (6).

Roger Federer

Ranking: 3
Titoli: 4 (Australian Open, Rotterdam, Stoccarda, Basilea) Finali: 3 (Indian Wells, Halle, Cincinnati)
Slam: W, A, QF, 4R

Tornato a vincere Slam nel 2017 per poi tornare di nuovo al numero 1 in classifica, Roger Federer ha iniziato il 2018 vincendo gli Australian Open, a quasi trentasette anni: non è stata una sorpresa. Quella vittoria, oltre a dire molto sulle straordinarie qualità di questo campione, bravo anche a gestire vittoriosamente il finale di carriera, dice anche tante cose sullo stato del tennis attuale, e cioè degli antagonisti del dio svizzero. Se alla fine a vincere i quattro tornei maggiori sono stati sempre loro, il sempre più claudicante Nadal e il solito Djokovic tornato fresco e riposato dalle ferie mentali, significa che i sostituti non sono ancora pronti. Certo, cominciano a vincere i Master 1000 (Zverev, Khachanov), ma ancora manca qualcosina non soltanto per arrivare in cima, ma anche per confermarsi. Con la vittoria in Australia, Federer ha messo l’ipoteca sulla partecipazione alle Finals. Per strada, ha perso qualche punto a Indian Wells nella bellissima finale persa contro del Potro, ha fatto punti nei tornei minori di Rotterdam e Stoccarda, facendosi sorprendere ad Halle in finale contro Coric.

A Wimbledon ha incontrato Kevin Anderson nei quarti, e nulla si può rimproverare a un trentasettenne che perde 13-11 al quinto set contro uno che gioca il tennis migliore della sua vita. Poi è tornato Djokovic e per Federer, fino alle ATP Finals, c’è stata solo la vittoria di Basilea. Il Roger del 2018 è un giocatore con più giornate negative dell’anno prima, com’è normale che sia nello sport quando vai avanti con l’età. Il mantenimento del livello della prestazione sportiva, oltre che frutto dell’allenamento, è determinato anche dall’età del giocatore. Nel tennis, poi, sono molti i fattori che incidono: una frazione di secondo di ritardo nel colpire, un passo in meno nella posizione in campo, cose alle quali Federer non ha mai dovuto pensare perché talento naturale e che, oggi, lui continua a gestire come al solito, solo che il corpo reagisce in ritardo, determinando errori e, quindi, sconfitte. Se il canto del cigno dello svizzero si avvicina sempre di più, risulta sempre più sorprendente il fatto che, a 37 anni, Roger giochi ancora le ATP Finals e sia anche nel lotto dei favoriti.

Alexander Zverev

Ranking: 5
Titoli: 3 (Monaco, Madrid, Washington) Finali: 2 (Miami, Roma)
Slam: 3R, QF, 3R, 3R)

Fa un po’ strano dirlo, ma a 21 anni Zverev ha vissuto una stagione di assestamento. Non ha migliorato il ranking, ha vinto due titoli in meno (l’anno scorso erano stati due Masters 1000, un 500 e due 250) e negli Slam ha fatto poco meglio del 2017, centrando il primo quarto di finale, al Roland Garros, ma uscendo prima degli ottavi negli altri tre tornei. Se i risultati per ora non sono ancora un problema, lo sta diventando quello del gioco: chi può dire qual è la differenza tra lo Zverev che nel 2016 lottava nel terzo turno del Roland Garros contro Thiem, vincendo pure un set, e quello che quest’anno è riuscito a portar via appena sette game a Thiem, ma nei quarti di finale?

L’esperimento Lendl non ha portato grandi benefici e così Zverev, pur avendo la concreta chance di chiudere tra i primi 4 per la seconda stagione di fila, sembra ancora una seconda linea quando si parla di favoriti nei grandi tornei. L’anno scorso la sua partecipazione alle Finals iniziò con una quasi vittoria su Federer, seguita da una bella vittoria su Cilic e da un’inaspettata sconfitta con Sock al terzo set. Quando si arriva al dunque a Sascha sembra sempre mancare la famosa lira e il fatto che non sia molto bravo a risolvere i problemi sta influendo non poco nella prima parte della sua carriera. Ma con un potenziale di questo genere e con degli avversari che non sembrano imbattibili, chi siamo noi per non dare possibilità al più giovane dei qualificati?

Sono passati 23 anni dall’ultimo tedesco vincitore al Masters: sì, Boris Becker, ovviamente.

Kevin Anderson

Ranking: 6
Titoli: 2 (New York, Vienna) Finali: 3 (Pune, Acapulco, Wimbledon)
Slam: 1R, 4R, F, 4R

In molti storceranno il naso, o quello che è, e certo il gioco di questo esordiente, ma l’altro è ancora più vecchio quindi piano col sarcasmo, non è fatto per smuovere le incolte moltitudini. Gran servizio, colpi solidi di inizio gioco e via col tie-break. Se è vero che i luoghi comuni in genere non sono falsi è anche vero che Anderson è migliorato moltissimo nella mobilità. Ha vinto Vienna tenendo gli scambi da fondo con Nishikori, che per quanto instabile è in grado di fare molto male, ma anche in passato, quando si fermava regolarmente agli ottavi di finale degli Slam, aveva mostrato che il lungagnone sapeva muoversi eccome. Ma il fatto che dall’anno scorso agli ottavi di finale non si ferma più è un’altra dimostrazione di come il tennis sia in una fase non brillantissima. I Fab Four hanno nascosto a lungo una situazione di declino generalizzato e se non si sbriga qualcuno ad emergere anche la Golden Age del tennis andrà letta in un altro modo se a 32 anni si arriva per la prima volta alle Finals. Ma di questo Anderson non ha certo colpe, lui continua a giocare le sue buone stagioni, che una volta bastavano per la top20 e adesso lo conducono alla finale di Wimbledon. Per il resto, appunto, la solita stagione, due vittorie in tornei minori, due finali oltre a Wimbledon, i soliti ottavi a Parigi e a New York. Fateveli bastare anche perché nel girone è capitato con due che ha già battuto quest’anno, mentre col terzo le prime sei volte ci aveva vinto senza problemi …

Marin Cilic

Ranking: 7
Titoli: 1 (Queen’s) Finali: 1 (Australian Open)
Slam: F, QF, 2R, QF

Accettate il mistero. La misteriosa vittoria di New York nel 2014 è sembrata una parentesi tra due Cilic, quello della prima fase di carriera, quando sembrava sul punto di fare chissà cosa e poi perdeva pure con Seppi negli slam; e la seconda il giocatore costante, capace di arrivare fino in fondo ai tornei, vincere un “1000” fare due finali slam e sciogliersi inesorabilmente contro la sacra trimurti. Non senza aver dato la sensazione di essere più forte, o almeno di poter vincere le partite, sia nella finale di Melbourne contro Federer, sia nei quarti di Toronto contro Nadal, sia infine qualche giorno fa contro Djokovic, quando avanti di un break nel terzo set ha fatto qualsiasi cosa tranne mettere la palla in campo nel game decisivo. Cilic ha un gioco in grado di dar fastidio eccome, perché il dritto è terribile, il rovescio è diventato solido e il servizio non ha niente da invidiare a nessuno. Per questo forse qualche buontempone in vena di scaramanzie – ingannato dalla vittoria del Queen’s, contro quel Djokovic sull’orlo del ritiro – l’aveva dato addirittura per favorito a Wimbledon dove il buon Marin ha compiuto sì un’impresa, ma quella di perdere contro un terraiolo. Sull’erba. Ma a parte lo scivolone sui prati, Cilic negli slam ha adesso una certa continuità, se è vero che quest’anno ha fatto due quarti di finale persi con due in vena di numeri come il del Potro di Parigi e il Nishikori di New York, in una riedizione di quella incredibile finale del 2014. Non ha giocato male neanche i “1000” Cilic, almeno dopo essersi ripreso dalla delusione di Melbourne. Ma ha alternato ottime cose – a Roma è arrivato in semifinale, nel cemento estivo ha perso contro Nadal e Djokovic – a pessime, come la sconfitta contro Kohlschreiber a Indian Wells, e quella ben più grave a Shanghai contro Jarry. Quindi la vera domanda riguarda quale versione troveremo a Londra. È nelle Finals per la quarta volta di fila, ma le altre tre non sono andate benissimo, eufemismo che nasconde le 8 sconfitte su 9 partite accumulate fin qui. Però adesso ha un girone non impossibile ma la vera domanda rimane sempre quella: tornerà il Cilic di New York?

Dominic Thiem

Ranking: 8
Titoli: 3 (Buenos Aires, Lione, San Pietroburgo) Finali: 2 (Madrid, Roland Garros)
Slam: 4R, F, 1R, QF

A volte sembra l’alter ego di DImitrov o magari una copia sbiadita, anche se i risultati sono un po’ migliori, visto che almeno lui alla finale di uno slam ci è arrivato. Vero che dalla delusione poi ha perso immediatamente a Wimbledon ma proprio come Dimitrov si ha sempre la sensazione che stia per scattare il momento in cui… e invece niente, persino a Bercy ha perso contro Khachanov, che adesso sembra diventato il nuovo che avanza ma Thiem con i “1000” ha un rapporto complicato, ne ha saltati due, ha preso delle vere e proprio scoppole, è riuscito persino a perdere contro Fognini. Gli Slam li ha giocati uno sì e uno no, e in quello sì è incappato in Nadal e in uno smash tirato in tribuna. È alle Finals per il terzo anno di fila, ma nelle prime due edizioni ha vinto una volta contro Monfils e una contro Carreño Busta (santo cielo). L’anno scorso capitò nel girone dei due finalisti, però sono due che quest’anno chissà dove sono, mentre lui è di nuovo a Londra. Nei testa a testa è sotto sia contro Anderson che contro Nishikori, con cui ha vinto a Parigi una delle più belle partite dell’anno ma contro Federer, non lo sapevate eh?, è avanti lui.

Kei Nishikori

Ranking: 9
Titoli: 1 (Dallas*) Finali: 3 (Montecarlo, Tokyo, Vienna)
Slam: A, R16, QF, SF

*Challenger

Il crescendo dei risultati di Kei Nishikori negli Slam (assente a Melbourne, poi un ottavo a Parigi contro Thiem, i quarti a sorpresa a Wimbledon e infine la vendetta contro Cilic a New York che l’ha riportato in semifinale) è di buon auspicio per il suo ritorno alle ATP Finals, un torneo in cui ha passato il round robin in due occasioni (2014 e 2016), fermandosi contro Djokovic. Quando non l’ha passato, cioè nel 2015, è quando ha pescato Federer e Djokovic nello stesso girone. Quest’anno potrebbe andare come gli altri anni pari, cioè con un Nishikori secondo nel girone e poi sconfitto da Djokovic in semifinale, visto che il giapponese non è capitato nel girone Kuerten, il cui chiaro favorito è Djokovic, bensì nel girone Hewitt, il cui chiaro favorito è Federer. Nishikori è avanti negli scontri diretti sia con Anderson (5-3, ma 1-2 nel 2018) sia con Thiem (3-1, 1-1 nel 2018). Vada come vada, la stagione di Nishikori è stata più che positiva, se si considera che ha iniziato l’anno perdendo contro Dennis Novikov al Challenger di Newport Beach e lo chiuderà affrontando un top 10 nel quinto torneo più prestigioso della stagione.

L’ultimo a qualificarsi alle ATP Finals nello stesso hanno in cui ha vinto un Challenger è stato Robin Söderling, nel 2009.

John Isner

Ranking:10
Titoli: 2 (Miami, Atlanta) Finali: 0
Slam: 1R, 4R, SF, QF

Verrebbe da copiare quanto detto per Anderson, però peggio. Isner da quasi 15 anni gira per i campi di mezzo mondo tirando delle botte terribili di prima e di seconda e sparacchiando qualsiasi colpo al rimbalzo. Se l’altro è arrivato in finale in due Slam, Isner in tarda età ha vinto un Masters 1000, e neanche in uno dei campi particolarmente veloci, quello di Miami. Arriva alle Finals grazie alle defezioni di Nadal e del Potro e farà quello che può fare uno che ha perso contro Gulbis poche settimane fa. Più che sul suo passaggio del turno, magari con una riedizione della semifinale di Wimbledon, c’è da scommettere su quanti saranno sugli spalti a vederlo giocare contro Zverev o Cilic. Con Djokovic non gioca dal 2015 e un paio di volte l’ha battuto. Con i chiari di luna del tennis contemporaneo nessuno si azzarderebbe a definirlo una sorpresa se lo vedesse in semifinale.

9 Condivisioni


Previous Next

keyboard_arrow_up