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Pitch Black Veio

Nel buio della campagna romana si accende la luce del tennis.

Nel buio della campagna romana si accende la luce del tennis.

Alle sette di sera di metà marzo la campagna romana è senza luce. Il cielo è coperto, le nuvole trattengono la pioggia nascondendo la fioca luce della luna. Giocare a tennis diventa più un atto di fede che un piacere in queste condizioni, ma l’inverno del tennista di periferia è tutto così, guardare le previsioni del tempo, sperare nel sole e nelle temperature tiepide. E meno male che siamo a Roma.

In questo periodo, di giorno fa caldo, alla sera basta un giubbotto leggero. Giocare diventa fattibile. D’inverno non mi sono mai allenato di sera, giocare dopo aver lavorato è roba da veri amanti di questo sport, io me la prendo decisamente più comoda lasciando al sabato e alla domenica, quando è possibile la combinata, il compito di tenere i colpi sufficientemente allenati. Anche perché il mio compagno di gioco, uno più bravo e più giovane di me, è sempre più intrappolato nelle maglie della convivenza, impegnato a guardare case e a progettare il futuro. C’è da resistere insomma in questo inverno, attendere le giornate con la luce fino a sera quando a Roma non saremo mai più sotto i venti gradi e allora sì che la voglia tornerà.

Dopo diversi weekend passati a giocare decido che è tempo di fare torneo. A breve, al circolo, inizierà il campionato a squadre, quest’anno addirittura più impegnativo in termini di tempo alla domenica. Non penso che giocherò, alla fine per un motivo o per un altro discuto sempre con qualcuno, probabilmente neanche mi chiameranno. Comunque al circolo si comincia a respirare aria di competizione, fra campionati ufficiali e quelli che si fanno a Roma, la Gabbiani e la Fioranello. A me la gara manca e quindi mi iscrivo ad un torneo.

Il circuito dei tornei over quest’anno mi rimane molto scomodo. Si gioca sempre a Roma ovest, praticamente un’altra città, o ai Castelli addirittura, fuori dal raccordo. Difficile conciliare il tutto con il lavoro, il campionato di calciotto, lo sport del figlio e la palestra della moglie, che guai a spostarle acquagym, meglio scappare di casa. Mi segno a un torneo ma mi cancello perché sopraggiunge la febbre, guarisco e mi iscrivo subito a quello in programma allo Sporting Club Veio, un torneo limitato ai classificati 3.3, come me. Passo i giorni in attesa che arrivi il mio turno, neanche mi alleno tanto. Faccio un’ora al circolo la domenica, il giorno prima dell’esordio. Sembro in condizioni decenti, non brillanti però.

Quando sono sul raccordo anulare in direzione Veio scende la luce naturale e si accende quella della città. Se guardo a sinistra, dove c’è il centro di Roma, è tutto un accendersi di luci, a destra invece, verso la campagna, è tutto buio tranne qualche baluginio in lontananza. Il Veio è un circolo che sta nell’omonimo parco, costruito alle pendici di una collina sulla quale si staglia il S. Andrea, uno degli ospedali più grandi di Roma. Lascio la macchina fuori dai cancelli, citofono, entro in questa sorta di agriturismo immerso nel verde che invece è un circolo tennis con piscina e palestra. «L’avversario non è ancora arrivato, si cambi e aspetti pure nell’area salotti, chiameremo il match da lì». Eseguo pedissequamente le istruzioni del concierge, guardando la bacheca trofei del circolo in bella mostra.

Stringo la mano all’avversario, uno che avrà una decina d’anni meno di me, e scendiamo insieme verso il campo 7. Dall’alto, dove si trova la segreteria del circolo, si scende superando la grande piscina scoperta e la palestra, un edificio con le vetrate ampie che danno sulla valle. Dentro, la gente corre sui tappeti e alza pesi. Noi continuiamo a scendere a valle, la luce svanisce gradino dopo gradino. Quando sono in campo mi guardo intorno: è buio, buio pesto. I fari del campo 7 sono posizionati in alto ma sono 8, un po’ pochini. Ne servirebbero almeno 12 per illuminare bene un campo da tennis. Chissà perché i circoli romani lesinano sempre risorse quando c’è da illuminare i campi. Mi scaldo cercando di capire la forza del mio avversario ma mi accorgo subito che colpisco in ritardo praticamente ogni colpo.

Il tipo gioca un rovescio a due mani e carica molto bene col dritto, un colpo che esegue “frustando” molto rapidamente col polso. Serve male però, è basso, e mi regala i suoi primi due turni di battuta facendo praticamente solo doppi falli. Io vado sùbito sul tre a zero; praticamente non ho fatto nulla oltre a tenere un onesto turno di battuta, giocando qualche buon colpo da fondo campo. Lui sembra più teso di me, sbaglia praticamente tutto. Riesce a fare un game e accorcia sul 3-1, io lo tengo a distanza e ci sediamo al cambio campo sul 4-1.

Non fa freddissimo, indosso la maglia termica che basta a tenermi caldo, uso l’asciugamano per la prima volta nell’anno. Puzza di muffa, tanto non lo usavo. I campi sono allineati, noi giochiamo su quello più laterale, immerso nel buio su tre lati. In lontananza, maestosamente posizionato in alto, le luci delle finestre dell’ospedale. Vorrei che il campo fosse illuminato come una sala operatoria.

Continuo a non avere buone sensazioni infatti, anche se arrivo sul 5-2 in mio favore e chiudo 6-2 dopo aver annullato una palla break. Colpisco spesso in ritardo, come se non realizzassi la velocità della palla in arrivo. Vedo tutto un po’ offuscato, ai miei colpi manca sempre un passettino. Mi accorgo che non sto neanche tirando il dritto a tutta forza, tale è l’insicurezza che comincio a provare. Mi siedo sulla panca comunque tranquillo, il primo set l’ho vinto io.

Lui parte bene nel secondo, tiene il suo turno di servizio e fa il break quando servo io. Sta prendendo sicurezza, da fondo campo fa più vincenti di me. So fare più cose, ma non riesco a farle. Capisco che devo giocargli sul rovescio e anche con una buona velocità, perché lui è rapido a girare intorno alla palla e a colpire di dritto. Quando è così, la scena è sempre la solita: io che corro disperatamente cercando di rimettere la palla. Non faccio mai punto. In questo momento, con lui che non riesce a salire 3-0 ma mi concede di accorciare sul 2-1, capisco che il match è equilibrato. Lui non fa più doppi falli, tiene la palla in campo e ha preso fiducia, io sono un po’ preoccupato.

Sono seduto in panca a sorseggiare acqua e mi guardo qualche punto dei match sui campi vicino. C’è un sedicenne che lotta contro un trentenne, il match pare equilibrato. Dietro il campo, c’è una signora che soffre il freddo. Si copre con ogni lembo del suo giaccone, è immobile quasi fosse un arredo del circolo. Si alza, scattando, quando ascolta il sedicenne dirle: «Mamma, ho finito l’acqua». Sull’altro campo c’è un signore con i capelli brizzolati che rincorre alla disperata dritti e rovesci di un altro adolescente. Tira fortissimo questo, è nel classico anno in cui scalerà la classifica perché gioca troppo bene per essere ancora terza categoria. Il tipo brizzolato soffre, io penso a quanto cazzo odio i tornei Open. E cioè quelli coi più giovani di me.

Riesco a tenere il servizio e pareggio sul 2-2. Non sto forzando nessun colpo, non ho uno schema base che mi consente di fare punto da fondocampo. È come se i miei punti fossero ogni volta risultato di un qualcosa di estemporaneo e mai riproducibile: un servizio vincente, un rovescio colpito male, un dritto con un effetto strano seguito da un colpo piatto imprendibile. Mi sembra di colpire alla buona, un po’ a casaccio, e di non “sentire” i colpi, cioè di non avere quella sensazione di assoluto controllo che si prova quando si colpisce la palla, un feeling che in torneo aumenta pure perché il livello di concentrazione è maggiore. Teniamo ancora i servizi, arriviamo sul 4-4.

Siamo nel momento chiave del match. Io impreco già da qualche game. Sto cercando di prendere subito in mano lo scambio fin dalla risposta perché lui oramai serve piano per non sbagliare, ma non riesco mai a colpire la palla due volte alla stessa maniera. Una volta il dritto mi finisce lungo, un’altra volta largo, qualche altra volta il rovescio rimbalza corto. Mi sento come una barca in balia delle onde, mi lascio trascinare. Il game arriva ai vantaggi, io mi procuro per tre volte la palla break ma fallisco sempre nel fare punto. Una volta un dritto vincente esce di poco, poi un rovescio senza pretese muore a rete, infine rispondo largo senza neanche aver forzato. Difficile rimanere positivi dopo errori del genere, in altri tempi avrei buttato game e partita senza neanche pensarci per piangermi addosso nei giorni a seguire come un vero perdente, adesso invece mi impongo di essere positivo, ché sono ancora sul vantaggio del 4 pari e il primo set l’ho vinto io. Riesco a fare il break, o meglio: lui torna a fare doppio fallo dopo molto tempo, stavolta sulla palla break. «Anvedi chi è tornato», commento a bassissima voce.

Servo per il match, lui fa sùbito i primi due punti. Tiro forte la prima, 15-30, poi sbaglio un rovescio. Mi aggancia sul 5 pari con facilità. Anche qui, come prima, cerco di dimenticare in fretta questo game. Mi concedo dieci secondi girovagando per il campo con la scusa di passargli le palline quando lui è già pronto a servire e mi chiedo “Quante volte vorresti iniziare da capo questo game? Quante?”. Vado avanti, mi posiziono a destra. Arrivo sul 30 pari in rimonta, giochiamo uno scambio e lui forza col dritto sul lato del mio rovescio, arrivo in recupero, in perenne ritardo, e colpisco in backspin. La palla prende il nastro e cade dalla sua parte. Lui si dispera. Io rispondo fuori col dritto, di nuovo parità. Ho un’altra chance grazie a un dritto carico che lo costringe all’errore. Sto cercando di essere intraprendente ora, mi va bene perdere il set ma non subendo il suo gioco, non sempre almeno. Sono avanti 6-5, ecco l’altra possibilità di cui parlavo prima fra me e me.

Spero che sia l’ultima volta che sono seduto sulla panchina bianca di plastica. Bevo il solito sorso d’acqua, non ho sete, non sono neanche particolarmente sudato. Improvvisamente sento la voglia di vincere, di andarmene dal Veio col desiderio di tornarci il giorno dopo. Vado a servire, devo fare il primo punto. Servo forte sulla sua destra, cercando di sorprenderlo, lui risponde stretto e incrociato. Corro alla disperata e colpisco in lungolinea, questa volta chiudo bene con il polso dando top spin alla palla per tenerla in campo, colpire di dritto in corsa è la via più facile per tirare fuori la palla a questo livello. Ci riesco, la palla rimane in campo ed è punto. Sto servendo bene, la palla arriva forte e tagliata dall’altra parte. Così arriva il 30-0, poi lui mette lungo un dritto, è matchpoint. Non ci crede più, mette a lato un rovescio, è finita. Ci salutiamo a rete, mi fa gli auguri “per il prosieguo del torneo”. Io quello cercavo, un prosieguo. La stagione è iniziata.

Claudio Giuliani è un giornalista in forza al web. Gioca a tennis da un bel po' e tira il rovescio rigorosamente ad una mano, con la Yonex di Stan. Volendo, potrebbe insegnarlo.
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