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Diario di un infortunio: prima settimana

Vita, infortunio e degenza ai tempi del coronavirus.

Vita, infortunio e degenza ai tempi del coronavirus.

Un campo da calciotto infame di Roma nord mi blocca il piede sinistro a terra mentre la palla, stoppata male, si allunga davanti a me di un metro circa. Cado e allungo la gamba destra per evitare che l’attaccante si involi verso la porta palla piede, ci arrivo, rinvio la palla ma sento i muscoli del polpaccio fare crack: è stiramento. Mi dispero in panchina, che raggiungo di fatto rotolando a terra. La gamba si indurisce come se fosse un monolite, non riesco a pensare ad altro che alle settimane che trascorrerò senza fare sport, senza giocare a tennis. Nelle pause della partita i miei compagni mi chiedono come va. “Male” rispondo alzando per un attimo la testa. Li vedo prendere gol, perdere, ma io penso solo che non potrò correre per chissà quanto tempo. 

Il campionato di calciotto con gli amici è il mio rifugio invernale. Giocare a tennis dopo l’ufficio è roba che richiede troppa motivazione per uno che ha passato i quaranta già da un po’, mi faccio bastare il sabato e la domenica d’inverno per mantenere una decente confidenza con la racchetta. Fra l’altro quest’anno, complice un cambio di lavoro, ho deciso che non perderò troppo tempo dietro a tornei e classifica. Ero pure deciso a lasciare il mio solito circolo, poi mi hanno cercato per il campionato over 35 e alla fine ho rinnovato la tessera là. Cercherò di giocare il più possibile e andrò in giro a vedere qualche torneo, senza diventare un patetico schiavo dello sport che amo. 

La prima notte passa in sofferenza. La gamba non si piega e quando lo fa, il dolore è forte. Dormo a tratti, non riesco a pensare ad altro ai giorni che starò fermo. Al mattino, a lavoro neanche mi credono quando gli dico che sono, di fatto, paralizzato. “Sto aspettando le stampelle, non sto scherzando, sì: mi sono fatto male ancora una volta a calciotto” dico al mio capo. “Ancora” perché a dicembre, quando neanche avevo finito il periodo di prova, ho preso un calcio in faccia, sempre durante una partita di calciotto: trauma cranico, notte in ospedale e settimana di grande confusione generale su ogni fronte, con moglie spaventata parecchio. Che quando sono tornato a casa, entrando zoppicando, ha detto una sola parola: “Basta”. Fabiana non ha mai lesinato odio sul tennis, ma ora è il primo sponsor di questo sport: vorrebbe che io abbandonassi il calcio per dedicarmi solo al tennis. Strana la vita, eh? 

Day 1

Il primo giorno seguo i consigli di Vladimiro, giornalista sportivo specializzato in calcio e perciò, de facto, un dottore: “Lascia stare l’ecografia tanto ti dicono solo di quanti centimetri si è lacerato il muscolo. Ghiaccio per i primi due o tre giorni, a blocchi di 15 minuti per due o tre volte al giorno. Poi riposo. Non c’è altro che puoi fare”. Il referto mi deprime ancora di più. La giornata passa sul divano a guardare The New Pope e Zero Zero Zero. Non ho più dolore alla gamba, mi muovo per casa usando le stampelle per la prima volta in vita mia. Mio figlio le usa come un fucile, sta giocando a Call Of Duty e ogni oggetto diventa un’arma nelle sue mani. Mi corico alla sera pensando a come mi sentirò il giorno dopo. 

Day 2

Il tempo è bello a Roma, lo vedo dalla tenda gialla che è il mio filtro su quartiere, la finestra del soggiorno dove Missile, il gatto di casa, staziona per il suo sunbath quotidiano ogni giorno fino a ora di pranzo. Vabbè, sarei dovuto andare a lavoro mi dico, e invece arriva una mail dell’azienda che ci concede di lavorare in smartworking fino al 15 marzo. Per me questo avrebbe voluto dire giocare a tennis praticamente tutti i giorni, lavorando e poi correndo al circolo. Mi sarei allenato ancora più del solito in vista del torneo a cui volevo iscrivermi. Apro Gmail e cancello la bozza della mail d’iscrizione. La giornata passa al computer, il mondo parla solo di coronavirus ma io penso a quando potrò tornare a correre senza sentire dolore. Arriva l’ora di andare a dormire, penso che questo è il momento migliore della giornata perché fa passare il tempo più in fretta. Quando chiudo gli occhi il pensiero è solo che all’indomani dovrei sentire un po’ meno dolore, sono curioso di capire quanto meno. 

Day 3

Non esco di casa da due giorni. La gamba va un pochino meglio, se piegata, riesco ad appoggiare il peso del corpo sull’avampiede. Il polpaccio è ancora molto duro, se sto fermo non ho dolore. Guardo il cielo fuori, è venerdì, doveva piovere ma è invece il cielo è di quel meraviglioso blu cobalto che solo a Roma. Finisco di vedere Bojack Horseman, gli ultimi interminabili secondi muti mi emozionano, quando vedo i titoli di coda sono ancora più depresso di prima. Decido di uscire con moglie e figlio, lei in smartworking lui in vacanza da scuola, mi faccio una passeggiata. Arriva un messaggio dal circolo, che si adegua alle disposizioni del governo sul coronavirus: “In tribuna ci si può sedere a un metro di distanza l’uno dall’altro, in sala carte possono entrare al massimo 12 persone, in zona divano e tv al massimo 4, al bar possono essere presenti al massimo 10 persone contemporaneamente. Le attività all’aperto, tennis e padel, sono consentite”. Rosico. Molto.  

Riesco ad apprezzare il tempo. La possibilità di scegliere cosa fare senza l’assillo del lavoro, quella parte della giornata che si prende la maggior parte del tempo riducendo a piccoli e fugaci contatti famiglia, sport e cultura. Assurdo. 

Barry Block è un sicario che, quando sta per approcciare la sua vittima designata, un attore di teatro dilettante, si ritrova per caso come alunno nella scuola di recitazione della sua vittima predestinata. Ne rimane coinvolto, tanto da cercare redenzione nel corso di recitazione che lo porterà a fare una seria introspezione sulla sua vita fino a quel momento. Bill Hader, l’attore che interpreta Barry, che è anche il nome della serie, è strepitoso. Troverà in Henry Winkler, Fonzie, un insegnante prezioso anche se molto attaccato ai soldi. Finisco rapidamente la seconda stagione e un’altra giornata è passata. Sta per arrivare ancora quel momento. 

Day 4

Sabato. Esco a prendere i cornetti, leggo sorseggiando il tazzone di caffè americano, preparo la borsa da tennis, aspetto che mia moglie rientri dalla palestra e poi “sparisco per ore”, almeno così dice lei. Questo è il mio sabato standard, quando aspetto ora di pranzo per andare al circolo tennis per godermi le ore più calde. A febbraio, complice il clima di Roma, il mio viso non è più pallido. Invece la mia quarantena da stiramento mi costringe alla faticosa spola fra letto e divano. Alterno serie tv a momenti in famiglia, la gamba oggi non sembra migliorare. Arriva qualche messaggio degli sparring partner. “Dai appena puoi iniziamo con una corsa, andiamo a correre insieme al parco tanto abitiamo vicini” mi dice Ludovico. 

Day 5

Questa mattina la gamba mi fa un po’ male, non so perché. Neanche mi scoraggio più, tanta è la rassegnazione. Esco di casa però, sono giorni che non respiro fuori mura. La giornata è stupenda, camminiamo per un po’ e sento i tricipiti faticare per mantenermi in piedi. Questa domenica il tempo sembra scorrere più lentamente, in giro ancora c’è qualcuno e quindi nel pomeriggio moglie e figlio escono per un gelato. Qualche partita di calcio in tv aiuta a passare la giornata. Mi riprometto di finire qualche libro interrotto dall’estate scorsa. Ho continuato a comprarli da allora: guide di viaggio per studiare i paesi delle prossime vacanze – chissà quando a questo punto – qualche classico (“io leggo solo classici” dice sempre un mio amico per darsi un tono). Penso che a breve sarà lunedì, potrò lavorare dal divano volendo, tanto devo solo digitare al computer. Nella mia testa penso che il prossimo weekend vorrei stare senza stampelle per poi correre quello successivo. Quindici giorni ancora: basteranno? Temo di no. 

Day 6

Il coronavirus è una grande emergenza: ora tutti devono stare a casa. Capirai, io c’ero da prima. Decido di uscire giusto un attimo per fare un’ecografia per capire come procede il recupero. Il quartiere è pressoché deserto, i mezzi pubblici non aprono più la porta davanti quando fanno salire gente e l’abitacolo dell’autista è transennato alla meno peggio con il nastro giallo della polizia municipale. Che ingegno i romani, penso quando vedo passare i bus. Le palestre sono chiuse e da oggi è chiuso anche il mio circolo tennis: “Tutte le attività sono sospese fino a nuova comunicazione”. Almeno anche i miei compagni perderanno un po’ di allenamento, penso molto egoisticamente. L’eco cancella i miei più ottimistici scenari: 2 centimetri di stiramento. Dovrei vedere un fisioterapista o un fisiatra, ma scrivo subito a Vladimiro. In dieci secondi arriva la risposta: “Recuperi 1 millimetro al giorno, 20 giorni da oggi e puoi iniziare a elasticizzare la cicatrice con qualche esercizio. Se ne riparla ad aprile di correre”. Ancora 20 giorni, impreco. 

Day 7

Mentre le misure restrittive del coronavirus si fanno più stringenti, passo il tempo a pensare se fare fisioterapia o meno. Mi costerebbe un sacco di soldi accelerare il recupero, non decido: tempo per recuperare ne ho. Forse fra una settimana, quando spero di poter camminare, comincerò a fare qualche seduta di laser terapia. A lavoro c’è poco da fare, il tennis si è fermato, Indian Wells cancellato e tutta la stagione è a rischio nel breve termine. C’è poco da scrivere quindi. Dovrei andare a Monte Carlo a metà aprile, al torneo, ma sto già cercando di capire come riavere indietro i soldi del volo. Recupero un vecchio film di Carpenter, non uno dei migliori e poi inizio l’ultima stagione di Orange is the new black. 

A casa l’atmosfera è elettrica. Tutto è in carico a mia moglie, che sta pure parecchio stressata per il lavoro. Il piccolo si rifiuta di dare una mano, pensa solo a “shottare” e “killare” a Call Of Duty dopo aver sbrigato rapidamente i compiti del giorno. E quindi moglie approvvigiona, cucina, rassetta, ripara, prepara, sopporta, telefona, cammina, ascolta, parte, risponde, ritorna, respira, riparte.  Poi, ad un tratto, sbrocca: “Se vai a giocare ancora a calcetto io ti lascio”. È serissima. 

continua. 


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