menu Menu

Ludicrum ludicra lupus

La federazione francese sta tentando un colpo di mano, ma più che una rivoluzione sembra la restaurazione.

La federazione francese sta tentando un colpo di mano, ma più che una rivoluzione sembra la restaurazione.

Mentre tutto il mondo, non solo del tennis, è in preda al panico e pare difficile programmare le attività di dopodomani, il Roland Garros ha deciso di comunicare urbi et orbi che lo slam parigino si giocherà dal 20 settembre al 4 ottobre, un paio di settimane dopo la conclusione dello US Open, posto che ad un certo punto le normali attività degli esseri umani riprenderanno. La ragionevole certezza che fosse impensabile disputare il torneo nel classico periodo fine maggio/inizio giugno, considerata la crescita del contagio dovuto al coronavirus anche in Francia, ha indotto la Federazione francese a giocare d’anticipo.

La FFT non ha preventivamente informato nessuno, non si è consultata con nessuno se non, sembra, che con Rafael Nadal, al quale Forget avrebbe telefonato poco prima della diffusione della decisione. Naturalmente le date individuate dalla federazione francese non sono certo neutre. Se davvero decidesse di tenere il torneo in quel periodo, le due settimane dello Slam parigino andrebbero a sovrapporsi ai tornei 250 di Metz, St. Petersburg, Chengdu, Sofia e Zhuhai, – organizzati dall’ATP in collaborazione con le Federazioni locali – e ai tornei International di Seoul e Guangzhou, al Premier di Tokyo e al Premier 5 di Wuhan, tutti organizzati dalla WTA. Inoltre, nella settimana che intercorre dalla fine degli US Open all’eventuale inizio del Roland Garros, si giocano le sfide di World Group I e II della Coppa Davis mentre le donne sarebbero impegnate nei tre tornei che si giocano in oriente, a Zhengzhou (Premier), a Hiroshima e a Nanchang (entrambi di categoria International).

Non c’erano tanti presupposti che la decisione fosse presa bene e infatti ATP e WTA si sono fatte sentire in modo indiretto ma decisamente irritato. Nel loro storico primo comunicato congiunto hanno tenuto a sottolineare che prenderanno le loro decisioni in accordo con ITF, USTA, Tennis Australia e AELTC. Queste sigle sono quelle della Federazione Internazionale di Tennis, e di tre delle quattro strutture che ospitano gli slam: quella australiana, quella statunitense e l’All England Tennis Lawn Tennis Club, cioè Wimbledon. Accordo con tutti, tranne che con la Federazione francese. 

Gli US Open hanno comunicato qualche ora dopo che “la disputa del torneo rimane per ora nelle date originarie ma si valuta uno spostamento at a later date, più tardi”. Ha parlato anche la Laver Cup di Roger Federer: “La Laver Cup, già sold-out, si disputerà nelle date previste in origine”. Da tenere in considerazione che nell’organizzazione, e quindi nel finanziamento della manifestazione di Roger Federer e Rod Laver, sono coinvolte sia la USTA (quest’anno l’edizione si svolge Boston) e Tennis Australia, due federazioni internazionali “pesanti”.

Col più classico degli understatement l’AELTC, Wimbledon, ha chiuso il museo e i tour dell’impianto, limitandosi a comunicare che “continuano i preparativi per svolgere il torneo nelle date previste ma monitoriamo costantemente la situazione generale, ogni decisione necessaria sarà presa nell’interesse del bene primario, la salute di tutti”.

Insomma, un’autentica guerra fra chi comanda nel tennis, le federazioni ATP, WTA e ITF, l’organismo che raggruppa le varie Federazioni nazionali.

Questa crisi mette in evidenza la funzione anomala svolta dall’ATP. Nata come associazione per tutelare gli interessi dei giocatori, l’ATP gestisce i tornei fuori dagli Slam, stabilisce il ranking e soprattutto definisce il calendario.

La direzione dell’ATP, presieduta da Andrea Gaudenzi, ingloba una rappresentanza dei giocatori e degli organizzatori di tornei, in pratica Confindustria e Sindacati dei lavoratori all’interno della stessa azienda. Esistono poi due Council, quello dei giocatori e quello degli organizzatori dei tornei, che a loro volta hanno tre divisioni: Europa, Americhe, International. Ma se delle decisioni di chi organizza i tornei sappiamo ben poco, di quanto si discute all’interno del consiglio dei giocatori sappiamo molto. 

Presieduto da Novak Djokovic, il Player’s Council ha visto il ritorno di Federer e Nadal nel marzo del 2019. I due big non volevano lasciare al campione serbo il monopolio della trattativa al tavolo della distribuzione dei montepremi o delle nuove iniziative, come l’ATP Cup e la sua genesi motivata prettamente da fattori economici e in rappresaglia all’ITF. L’interno consiglio dei giocatori viene spesso accusato di non rappresentare al meglio tutti i giocatori, preferendo la tutela solo dei giocatori più forti, quelli che si spartiscono i montepremi dei tornei maggiori.

I vincitori degli Australian Open 2020 hanno guadagnato oltre 2,5 milioni di dollari australiani, gli sconfitti al primo turno oltre 55 mila. La permanenza nei primi 100 del ranking consente l’accesso diretto agli Slam, e quindi nella peggiore dell’ipotesi un guadagno di un paio di centinaia di migliaia di dollari che bastano a pagarsi viaggi, hotel e staff tecnico, allenatore e magari fisioterapista. Più soldi si guadagnano e più competitivi si può diventare allargando il proprio staff, e pazienza per chi è fuori dalla top 100, che si arrangi pure come meglio può.

La WTA presieduta dal CEO Steve Simon, che ha una struttura analoga a quella dell’ATP, è messa forse ancora peggio. Dopo l’abbandono di Tennis TV (broadcaster di proprietà ATP Media) per lo streaming, è rimasta qualche mese senza offrire tennis su dispositivi che non fossero TV e web prima di mettersi in proprio con la WTA TV, che costa annualmente quasi la metà di Tennis TV. 

Prima del comunicato congiunto del 18 marzo sostanzialmente con l’ATP non parlava, tant’è che il comunicato di Gaudenzi fermava il calendario maschile fino al 27 aprile mentre le donne annunciavano man mano la cancellazione dei tornei, aspettando giorni prima di sospendere il tour fino alla prima settimana di maggio.

La decisione dei francesi non è stata presa bene dai singoli giocatori. Sebbene non ci sia ancora oggi un comunicato ufficiale da parte del Player’s Council, e chissà se mai arriverà considerate le presumibili diversità di vedute tra Federer, Nadal e Djokovic all’interno della stessa associazione, Wawrinka ha ammesso che nessun giocatore era informato della decisione mentre Vasek Pospisil (membro del council e che già in un’intervista di qualche mese fa si dichiarava insoddisfatto dell’apporto di Nadal e Federer) ha sùbito criticato pesantemente la decisione: “È una follia”. 

Questo elemento di stress si inserisce in un contesto già particolarmente turbolento. Il calendario ATP è praticamente da sempre oggetto di discussione e insoddisfazione, sia da parte dei giocatori, che lamentano il fatto di subire le decisioni, sia da quello degli organizzatori, che protestano e hanno protestato per spostamenti o declassamenti. In passato organizzatori di tornei hanno intrapreso una guerra contro l’Associazione dei Tennis Professionals.

Per esempio nel marzo del 2007 i proprietari del torneo di Amburgo hanno citato l’ATP in giudizio nel Delaware (USA), dove ha sede legale l’associazione, per provare a prevenire il declassamento del torneo. L’ATP infatti aveva deciso di rivoluzionare dal 2009 il calendario con l’introduzione dei Masters 1000, declassando di fatto i tornei di Monte Carlo e, appunto, Amburgo, introducendo in calendario il torneo combined di Madrid e spostando il torneo tedesco da maggio a luglio, post Wimbledon. Era chiaro che i top player dopo la stagione su erba e con la transizione verso il cemento americano difficilmente sarebbero andati a giocare sulla terra tedesca. Amburgo, inoltre, veniva sostituita da Shanghai anche nella nuova categoria dei 1000.

Agli organizzatori di Monte Carlo bastarono pochi mesi per trovare un accordo extra-giudiziario. Come finì lo sappiamo: Monte Carlo conservò lo status di un Masters 1000 pur non essendolo di fatto: i giocatori non hanno obbligo di partecipazione come invece per gli altri tornei della medesima categoria.

La causa con la Deutscher Tennis Bund, la federazione tedesca, invece andò avanti senza preoccuparsi delle spese legali (almeno dal lato del torneo), forti della compartecipazione della federazione tennis del Qatar, padrona dell’evento assieme ai tedeschi. L’accusa mossa all’ATP era quella di “condurre una sorta di cartello”, e Amburgo lamentava un possibile danno di oltre 70 milioni di dollari. Fosse stata accolta la richiesta, l’ATP sarebbe andata in rovina. Nel 2015 però la causa cessò per volere di entrambe le parti, che firmarono un accordo di riservatezza con pochi dettagli pubblici. La causa costò circa 7 milioni di dollari in spese legali per parte, secondo Sport Business Journal.  

Ancor prima, nel 2002, l’ATP era stata citata in giudizio dai tornei di Indianapolis e Washington, ancora per una questione di date nel calendario. Trovarono un accordo, i tornei acconsentirono a cambiare le date tradizionali ma dovettero ridurre il montepremi a disposizione. 

Uno dei problemi è che l’ATP è una specie di azienda che all’interno ingloba sia una parte di confindustria che di sindacati, con la “parte industriale” che decide e agisce accontentando i manager aziendali, i top player, fregandosene della manovalanza (chi è fuori dalla top 100, che non ha neanche una rappresentanza nel Council). 

E quindi l’ATP organizza eventi, distribuisce montepremi e tiene in piedi il sistema, relegando in secondo piano la tutela di quelli che alla fine sono gli attori indispensabili del successo (e fatturato) aziendale, i giocatori. Che però sono gli unici ad avere il potere di cambiare i rapporti di forza sia nei riguardi dell’ATP che nei riguardi dell’ITF o anche delle singole federazioni locali, come quella francese. Come? Con uno sciopero, come fecero nel 1973 a Wimbledon.

Successe che Niki Pilic, dopo aver perso la finale del Roland Garros, invece di andare a giocare la Coppa Davis per la Jugoslavia contro la Nuova Zelanda andò a giocare un torneo di doppio del World Tennis Championship, il principale circuito per giocatori sotto contratto, a Montréal e per questo venne squalificato dall’ITF.  Dopo le minacce dei giocatori la squalifica venne ridotta ad un mese ma i giocatori furono ferrei: scioperarono. Fu così che l’edizione maschile di Wimbledon del 1973 vide in campo tantissimi giocatori inglesi e del blocco dei paesi allora comunisti, che sostanzialmente giocavano per le federazioni. Giocò anche il rumeno Ilie Nastase, testa di serie numero uno, che resse alle pressione per non giocare da parte dell’ATP, costituitasi da pochissimo. Nastase venne accolto da un’ovazione ma perse contro uno studente americano, Sandy Mayer, al quarto turno, qualcuno dice che lo fece apposta. Il torneo venne vinto dal cecoslovacco Jan Kodes, e partecipò anche un giovanissimo Björn Borg.

Da allora è passato mezzo secolo, e se è cresciuta la potenza dell’ATP quella dei tornei dello Slam non è rimasta certo ferma, ma per adesso pare inverosimile uno slam senza Federer, Nadal e Djokovic, anche se ti chiami Wimbledon o Roland Garros: la gente sarebbe di certo sugli spalti, ma che torneo sarebbe?

I giocatori hanno quindi con questa sorta di nuke option che sarebbe lo sciopero la possibilità di ostacolare le decisioni dell’ITF e anche di cambiare, all’interno dell’ATP, il peso della loro componente.

Ad ogni modo gli interessi in ballo sono enormi per ritenere che si possa andare alla rottura e di certo le discussioni non verteranno sul “bene dello sport” o quello, figurarsi, dei fan. Eppure, grazie ai biglietti, ai loro abbonamenti alle TV, alla loro passione,  sono i soldi dei fan che permettono ai tornei e federazioni di arricchirsi. Tanti soldi, che vengono mal distribuiti, almeno secondo i giocatori ATP. Tanto è vero che dal 2013 almeno, anno in cui Wimbledon alzò il prize-money di oltre il 40%, i montepremi sono cresciuti sensibilmente.

Ma anche qui quella che sembrava una conquista è stata subito oggetto di discussione. I top player hanno aumentato i loro guadagni, ai giocatori di terza e quarta fascia, quelli dei Challenger, non sono rimaste che le solite briciole da spartire. I tempi moderni hanno portato in auge la discussione sull’equal pay, e anche qui gli Slam hanno accolto l’istanza senza andare a fare la conta dei seggiolini vuoti e pieni durante i match femminili, una cosa che a Nadal dà ancora oggi, nel 2020, profondamente fastidio.

Piccole conquiste che sarebbero dovute arrivare ragionevolmente prima nei tanti anni ordinari che abbiamo vissuto prima di questo eccezionale 2020. Proposte facilmente condivisibili come una off-season più lunga prima degli Australian Open, una stagione su erba che diventi veramente tale con la disputa di almeno un Masters 1000, più risorse per i tornei con i giocatori fuori dalla top 100. Servirebbe un tavolo di contrattazione unico dove si decida “il tennis” negli interessi di tutti: giocatori, organizzatori, sponsor e, perché no, anche il pubblico. Possibile? Più facile farsi la guerra. 

Claudio Giuliani è un giornalista in forza al web. Gioca a tennis da un bel po' e tira il rovescio rigorosamente ad una mano. Volendo, potrebbe insegnarlo.
21 Condivisioni

Previous Next

keyboard_arrow_up