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La landa desolata dei maiali

Giocare a tennis dopo molto tempo a Schöneweide, un quartiere periferico di Berlino con un fascino tutto suo.

Giocare a tennis dopo molto tempo a Schöneweide, un quartiere periferico di Berlino con un fascino tutto suo.

Per arrivare a Schöneweide, sud-est di Berlino, ci metto circa un’ora con i mezzi, cambiando due volte. Tre in realtà, ma è stata colpa mia, maledetto cellulare. Andarci in bicicletta è fuori discussione. Devo avere un bel po’ di motivazione, mi dico mentre mi allaccio una t-shirt per coprire naso e bocca. Ovviamente ho dimenticato la mascherina a casa. C’è un multa di 50 euro per i trasgressori e anche se sembra più uno spauracchio che una misura vera e propria, è meglio non far arrabbiare i severi controllori della BVG. Da anni gira una leggenda metropolitana: l’azienda dei trasporti assume degli ex galeotti per effettuare i controlli sui mezzi, non ho mai controllato ma non è così implausibile ed è una bella storia da rivendersi quando si ricevono visite.

Quando scendo alla fermata della S-Bahn, capisco perché un collega che abita in questo quartiere cerca disperatamente di andarsene: non c’è assolutamente nulla, se non uno stradone a 3 corsie che porta dritto dritto all’aeroporto di Schönefeld, l’aeroporto più brutto del mondo. Il nome, Schöneweide, bel pascolo, suggerisce un passato idillico. Poi è arrivata la rivoluzione industriale, all’inizio del ventesimo secolo ci si è stabilita l’AEG con le sue fabbriche e le sue canne fumarie e Schöneweide è diventata, tramite anagramma, Schweineöde, la terra desolata dei maiali.

Arrivo al circolo, che sebbene si trovi accanto allo stradone è incredibilmente silenzioso. Ci sono sei campi in terra rossa e solo uno è occupato. Una rarità, perché giocare da esterno in un club di Berlino è piuttosto difficile perciò i circoli che lo permettono sono sempre pieni. Si sente solo il rumore di una pallina colpita con nonchalance da una donna, la proprietaria del circolo, e da un partner che la rimette di là un po’ a fatica. Bene.

Il mio avversario è Fabrizio, un napoletano che ho contattato tramite un gruppo su Facebook. Ho dovuto mettere le mani avanti fin dall’inizio, perché lui definisce il suo livello “avanzato” mentre io sono un “intermedio” e per giunta non gioco da parecchi mesi, se escludiamo un’ora con un ragazzo che faceva fatica a tenere in campo due colpi consecutivi. Secondo il sistema creato dall’USTA, l’NRTP, dovrei essere intorno al 3.5, ma nelle giornate buone. Lui, non ne ho idea. Non ha un fisico da tennista, perciò immagino che giocherò contro un buon colpitoe e che l’unica opportunità che avrò di vincere qualche punto sarà di tenere lo scambio, provare a farlo correre e sperare in un errore.

Ci diamo la mano in barba alle misure di distanziamento sociale, lasciamo nomi e contatti su un foglio e ci avviamo al campo. Ha piovuto nel pomeriggio, ma il campo è in ottime condizioni. Non è caldo, l’estate berlinese tarda ad arrivare e durante i palleggi di riscaldamento devo tenere una giacca, che levo prima di provare i servizi. Capisco subito la malaparata: il mio avversario non sembra uno che tira molto forte ma colpisce pulito sia col dritto che col rovescio, ha un servizio discreto e in sostanza fa meglio di me praticamente tutto. Tranne muoversi, come previsto. Troppo poco.

Ad ogni modo sembra che si possa scambiare senza troppi imbarazzi, che per il mio livello non è così scontato. Comincia a servire lui, io sbaglio tre risposte di fila, poi vinco i due punti successivi, uno con una bella palla corta, ma poi perdo il game. Un classico.

Faccio ancora fatica a capire se è solo una mia illusione, ma quando palleggio nel riscaldamento colpisco sempre meglio che durante la partita. Due delle risposte che ho sbagliato erano su delle seconde moscissime. Mi sono ripromesso di non fare cazzate, non gioco da troppo tempo e non posso inventarmi granché. Quindi: metti la palla in campo, scambia un po’ e vedi come vanno le cose. Ma all’inizio applico malissimo il piano. Quando gioco per vincere o perdere il punto divento incredibilmente nervoso e sbaglio le cose più semplici. Il mio soliloquio comincia fin da sùbito. Fabrizio, che ha capito velocemente quali sono le mie debolezze, gioca silenziosamente e senza troppi sforzi.

Passano venti minuti e sono sotto 5-0, avrò vinto 7-8 punti al massimo.

Bevo un po’ d’acqua e mi asciugo del sudore invisibile. Facciamo qualche chiacchiera di circostanza – da quanto sei a Berlino, in che quartiere vivi, torni in Italia per le vacanze, dove giochi di solito eccetera – e riprendiamo a giocare. Depresso per la performance imbarazzante del mio rovescio, cerco almeno di portare a casa un game e il mio avversario, che è evidentemente un galantuomo, decide di concedermelo. Lui sbaglia un paio di risposte, io dal canto mio mi impegno a tenere la palla in campo e così accorcio. Nel game successivo vado addirittura 0-30 con un nastro vincente ma la generosità del mio avversario non si spinge fino a regalarmi addirittura un break. Vince quattro punti di fila e per andare a set point tira un ottimo servizio alla T. Non un ace, ma posso farci ben poco. L’avevo già intuito, ma capisco che sta giocando col freno a mano.

È passata appena mezz’ora. “A questo ritmo, potremmo giocare al meglio dei 5 set”, scherzo. Fabrizio sorride.

La mia esperienza da tennista scarso mi insegna che in genere il giocatore più forte nel secondo set comincia a concedere qualcosa, un po’ perché si sta annoiando e vuole provare cose nuove, un po’ perché alla fine siamo tutti esseri umani. Fabrizio non è esattamente quel tipo di giocatore: quando lo metto in difficoltà con dei colpi profondi e arriva tardi sulla palla, non prova un vincente difficile ma che potrebbe essere spettacolare e appagante (non è per questo che giochiamo, in fondo?), ma anzi alza un pallonetto confidando nel mio errore. Ad ogni modo, vinco il primo game e questo significa che ho tenuto il servizio per due volte di fila. Trend positivo.

Essendo io piuttosto magro e veloce e non avendo un braccio particolarmente veloce, il mio tennis, per essere vincente, dovrebbe essere pallettaro, lento e scandito da un metronomo che presto o tardi induce l’avversario alla pazzia. Tipo Gilles Simon. Non avendo però il timing di Gilles e reputando il tennis uno sport già noioso di per sé, figuriamoci quando si comincia a scambiare solo centralmente aspettando che l’avversario sbagli, tendo a giocare in maniera abbastanza spericolata, prendendo rischi inutili quando non serve e provando cose che tennisti ben più esperti di me esercitano solo davanti agli amici più stretti. A punto terminato, dopo un inutile approccio a rete col dritto da sinistra, il mio ego pallettaro e ragioniere prende il sopravvento sgridando il mio ego creativo e distruttore. Ma appena parte lo scambio il Paire che c’è dentro di me mi spinge a lanciarmi in qualche discesa a rete, ben sapendo che al massimo metterò la volée in rete. A prova del fatto che gioco più sciolto quando mi scaldo, il punto più bello lo farò a partita terminata, quando avanzano 5 minuti. Gioco una bella palla corta col dritto, Fabrizio ci arriva ma gli gioco un pallonetto (di rovescio!) imprendibile. Non vale un quindici, ma non fa nessuna differenza.

Come avevo previsto, nel secondo set c’è un po’ più di partita, anche se temo non sia merito mio. A onor del vero, colpisco meglio di rovescio e Fabrizio forse non se l’aspettava. Ma vince comunque quattro game di fila, esibendosi anche in una bellissima risposta vincente di rovescio su un mio servizio che non era nemmeno così male. Nel game successivo lo porto ai vantaggi per la prima volta, ma sbaglio invariabilmente quando tira la seconda e dovrei solo manovrarlo un po’ per vincere il punto. Frustrato dalla mole di errori, provo un’altra palla corta che diventa invece un colpo a metà campo che va solo chiuso. Fabrizio però tira bello largo e io non posso evitare di sorridere. Non sono l’unico ad avere problemi su quelle palle lente e senza peso.

Finisce 6-1 anche il secondo set, con cinque minuti d’anticipo rispetto all’orario previsto. Visto che non c’è nessuno ad aspettare, possiamo giocare per un altro po’ ma preferiamo scambiare senza spingere. Interrompiamo comunque dopo poco, perché comincia a piovere. Meglio così.

Poco più tardi, seduto ad uno späti (una specie di alimentari che vede anche alcol e tabacchi, aperto fino a tardi) con il mio collega e una Rothaus Pils gelida in mano, ammiro la movida di Schöneweide, fatta principalmente di sale giochi, kebabbari e späti, appunto. Non è molto diverso dal quartiere in cui vivo io. Del resto, la bellezza è un concetto relativo. A pochi chilometri da noi, in un hangar di un aeroporto in disuso, si sta giocando uno dei primi eventi tennistici con pubblico nell’arco degli ultimi 5 mesi. Petra Kvitova ha twittato con entusiasmo che c’è una prima volta per tutto, anche quella di giocare in un aeroporto abbandonato. È il fascino di Berlino, del resto: ci vuole un po’ per afferrarlo, ma è appagante. Come lo schema palla corta e pallonetto.

Berlino Tennis di periferia

Daniele Vallotto è nato a Padova, poi ha vissuto a Roma e ha finito per trasferirsi a Berlino. Gioca malissimo a tennis e pertanto ne scrive diffusamente. Si rade di rado la barba. Mail: d.vallotto@tennispotting.it
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