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Il fantasma dei Castelli

Al venerdì vado al circolo per fare una partita d’allenamento con Eddy. È un pomeriggio di quelle giornate che piacevano a Battisti – non Cesare, di questi tempi non si sa mai – c’è lo sciopero dei mezzi e noi compiamo la scelta più saggia in ambito di mobilità: ci sposteremo solo su un campo da tennis. Incontro e saluto Stefano, che in risposta dice “complimenti”. “Zeppo”, il capo dei maestri del circolo, sta pranzando con i suoi allievi nella club house che ha la vetrata ampia con le tende bianche e l’affaccio sui campi. Si alza, apre la finestra, mi saluta e mi chiede con chi gioco, io rispondo e lui, sorridendo: “Ah: complimenti eh”. Alla finestra arriva anche Gianni, un altro che campa insegnando tennis: “Ciao Clà, complimenti!”, ridendo anche lui. Ebbene, abbiamo vinto la Coppa dei Castelli di doppio. Io, inciso, non c’ero alla finale, ma i miei compagni hanno vinto lo stesso, ecco perché quelle risate non sono esattamente degli apprezzamenti sinceri.

Dopo aver vinto il primo match a squadre, guidando al Nuovo Tuscolo il mio compagno Parini in quella che rimarrà la sua unica vittoria nei tornei 2017, c’è stato uno screzio interno alla squadra. Si è trattato di un’incomprensione piuttosto che di problemi reali, figuriamoci, ma questo ha generato discussioni fiume nella chat di gruppo “Castelli doppio”. Arnaldo, il capitano della squadra, si è talmente offeso che in un lungo messaggio ha evidenziato tutti gli errori commessi da noi quattro, io, Eddy, Manzo e Parini, rei di essere scesi in campo nel primo incontro senza aspettarlo, lui che era in ritardo, pretendendo di fatto le scuse nella chat, sincere o false che fossero. Dopo averle ottenute, ha comunicato che le accettava, che era tutto ok, ma che lasciava la squadra: una trollata eccezionale. Impossibilitato a ritirare le scuse estorte, meditavo se continuare o meno a giocare questa competizione. Arnaldo, in un altro dei copiosi messaggi che continuava a scrivere, annunciava di essersi sostituito, e cioè di aver tirato dentro la squadra un altro tennista, molto forte, che poteva giocare “da esterno”, come il regolamento prevede.

Aleggiava preoccupazione sulla presenza di Arnaldo alla domenica successiva, lui ovviamente si è presentato. Io sono arrivato un paio d’ore dopo l’inizio dei match per via di un impegno e mi sono reso disponibile solo per il terzo doppio. Quando sono al circolo Eddy e Manzo hanno appena vinto il loro doppio mentre Arnaldo e Enzo, il giovane maestro calabrese, lottano contro avversari modesti. Anche loro, alla fine, vincono. Non ho molta voglia di giocare ma comunque bisogna scendere in campo per il terzo doppio, nonostante il risultato acquisito. Gioco un set in coppia con Manzo, lo vinciamo, e poi ci ritiriamo perché io ho da fare e lui è pure stanco. Il clima della squadra non è eccezionale.

Intanto la chat WhatsApp continua a mandare notifiche. Fra stilettate, battute non capite e qualche frase male interpretata, un giorno mi rompo le scatole e l’abbandono. Di fatto, lascio anche la squadra. Più che altro: sono in partenza per una vacanza e quindi non potrei giocare il match seguente del torneo, la semifinale.

Mentre sono all’estero, Manzo mi chiede se verrò a giocare la semifinale. Rispondo che non ci sarò e che comunque non si deve preoccupare: loro sono una squadra fortissima e vinceranno senza se e senza ma. E anche senza di me. Loro ovviamente vincono e io rientro in Italia qualche giorno prima della finale. Nessuno mi chiama o mi convoca, e per me questo non è un problema. Manzo mi scrive dicendo che secondo lui dovrei venire, io lo ringrazio e gli dico che non vorrei turbare l’atmosfera della squadra, che tanto vinceranno perché sono fortissimi ma anche perché gli altri sono scarsissimi. Il giorno prima della finale gioco un doppio di allenamento al circolo con Manzo e Eddy, che mi dice che devo venire, che è giusto andare, che faccio parte della squadra e bla bla bla. Nello spogliatoio, in camera caritatis, gli chiedo:

«Ma se vengo, gioco?». Lui è categorico: «No». Lo dice proprio alla romana, accompagnando il no con un sorriso che è un ghigno con la testa che si gira di poco, come per ridermi in faccia. Io: «Allora ve saluto proprio». Senza neanche imbastire polemiche su formazione da schierare e qualità dei giocatori, per un doppio poi, è proprio l’idea di andare a fare la riserva alle nove di una domenica mattina dall’altra parte di Roma che è fallace, anche perché figuriamoci se valga lontanamente qualche ora a tirare calci a un pallone con mio figlio in uno dei tanti parchi vicino casa.

Dai racconti di chi c’era e da qualche altra chat, scopro che la finale è stata sospesa per pioggia mentre si giocava il doppio di spareggio. È successo che il Minotauro, dopo 13 ore di macchina per tornare a Roma e poche ore di sonno, è stato schierato in campo in coppia con l’esterno, un ex prima categoria over 50 molto forte, dicono, ma evidentemente non tanto per vincere. Eddy e Manzo avevano vinto facilmente il loro match contro due avversari “niente de che”, così almeno hanno raccontato.

Arnaldo ha dovuto quindi scegliere la formazione per il doppio di spareggio. Eddy e l’esterno sono stati i prescelti, solo che il giocatore non tesserato per il circolo non può giocare due gare nella singola giornata. Allora il Minotauro si è arrabbiato ancora di più perché avrebbe voluto saltare il primo doppio, in programma alle 9:30 del mattino, per riprendersi dal viaggio notturno e dalle poche ore di sonno per poi farsi trovare più fresco nell’eventuale partita finale.

Qualche giorno prima della finale Eddy ha giurato sui suoi figli che non avrebbe mai giocato più in coppia con Arnaldo. Un anno fa di questi tempi, proprio nella coppa Castelli, battibeccarono in campo. Arnaldo, quindi, si è schierato in coppia con Manzo, che è nettamente il più forte non solo della squadra ma dell’intera competizione. I due hanno vinto il primo set e perso malamente il secondo prima che la pioggia interrompesse la partita. Conclusione rimandata al mercoledì seguente, primo pomeriggio, quando di fronte a Eddy, che in quanto professionista su tutti i fronti è libero da vincoli di orario lavorativo, Manzo e Arnaldo hanno vinto il supertiebreak consentendo a Fabio, il figlio del presidente, di far sparire la coscia di prosciutto che era il premio della competizione.

A Eddy pare giusto condividere il successo anche con me, e quindi mi coinvolge di nuovo nella chat, dove leggo messaggi di congratulazioni, sequenze di parole piene di enfasi neanche si fosse alzata al cielo la Coppa Davis, ma soprattutto le indicazioni per la cena di festeggiamento prevista due giorni dopo. Paro, presente all’esordio e poi mai più rivisto in campo, promette che “farò di tutto per esserci”.

Non sono sicuro se dovrei provare imbarazzo per riunirmi alla squadra in zona festeggiamenti, alla fine un paio di partite le ho giocate e in una di queste ho fatto vincere Paro, che ovviamente non è venuto a cena: “Niente regà, non je la faccio”. Prendo posto, declino il sautè di cozze per antipasto e scelgo un classico prosciutto e mozzarella, sperando che l’affettato sia quello del premio ma così non mi pare. Il capitano, Arnaldo, fa il discorso ringraziando il giocatore esterno, che riceve un regalo “personale” venendo lodato anche al di là dei propri meriti per uno che ha giocato due partite di cui una, quella decisiva, l’ha pure persa.

L’atmosfera è tutto un revival delle storie del circolo e del tennis laziale. Io sto abbastanza in silenzio, essendo di fatto l’ultimo arrivato, e dopo un’oretta abbandono il tavolo perché ho un’altra cena, quella con la squadra di calciotto con la quale ho vinto da poco un torneo. Saluto, ringrazio e me ne vado sentendomi un po’ escluso, ma penso che sono il solito esagerato e che sto pensando male. Figurati. Mentre bevo con i miei amici calciatori arriva una notifica whatsapp da “Castelli doppio”. Sblocco, apro l’immagine: è la foto della squadra, fatta alla cena poco dopo che ho lasciato il tavolo.

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Coppa Castelli


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