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L'estate del tennista di periferia

Finito Wimbledon, anche il nostro tennista va in vacanza. Mentale. 

Finito Wimbledon, anche il nostro tennista va in vacanza. Mentale. 

Finito Wimbledon, finisce anche l’estate del tennista di periferia. È così da qualche anno, perché le vacanze arrivano quando ancora luglio deve finire, ma prima ancora del mese è proprio la voglia di giocare a mancare. Ho giocato una sola volta dall’ultimo torneo, più che altro per salutare uno degli sparring partner di questi mesi di allenamenti. Poi ho provato di nuovo, ho lasciato ogni giorno la borsa in macchina per tentare di fare qualche sudata mascherata da partita, ma qualche giorno fa ho riposto le racchette nell’armadio, dopo l’ennesimo tentativo fallito. Poi ho realizzato che ero io a sabotare il tennis inconsciamente: non avevo più voglia di giocare. E di certo non perché ho perso malamente l’ultima partita ufficiale, anche perché Federer ha ridefinito il concetto di uscire male da un torneo

Ho iniziato a giocare nei tornei a fine marzo, ho proseguito nei mesi seguenti cercando di fare i punti necessari per mantenere la classifica, perché prima di migliorarla bisogna pensare a conservarla. Per via della classifica attuale, quest’anno inizio i tornei direttamente nei tabelloni finali di terza categoria, questo significa trovare al primo turno un avversario subito all’altezza. Infatti ho perso al debutto un paio di volte.

È successo al penultimo torneo giocato, a fine giugno nel solito circolo sulla Nomentana, quando alle tre e mezza di pomeriggio di una giornata con oltre 35 gradi mi sono ritrovato contro un diciottenne che insegna tennis. Aveva una classifica falsa rispetto a quella attuale, era assente da qualche anno nei tornei mi ha detto, ma più che altro aveva un servizio ingiocabile per uno come me. Ho passato l’intera partita a capire dove posizionarmi in risposta, cercando di anticipare il rimbalzo alto del suo servizio o aspettare che la palla scendesse di metri dietro la linea di fondo. Ho finito la partita, sconfitto rapidamente, e ancora non avevo capito come posizionarmi. Il sole era talmente forte in quei giorni che la terra era diventata bianca. Era inutile rifare il campo, dopo mezz’ora sarebbe stato comunque scivoloso. Il vento leggero spazzava via la terra mostrando il fondo duro, le scarpe faticavano a fare presa su quel manto povero di terra, e quella poca che c’era amplificava la luce già forte del sole, con il caldo torrido in ogni angolo di campo, senza un centimetro d’ombra. Non avesse avuto quel servizio, che gli consentiva di fare i punti con il dritto anche quando riuscivo ad abbozzare una risposta malconcia, ce l’avrei fatta.

Ho perso alla prima partita anche in un circolo vicino San Giovanni. In realtà sarebbe stata la seconda, ma l’avversario del primo turno ha pensato bene di annunciare il suo ritiro al telefono quando io ero pronto a scendere in campo. Il giorno dopo ho esordito quando c’erano 40 gradi, alle due del pomeriggio, con la famiglia a svagarsi nell’unico luogo dove bisognerebbe stare con quelle temperature, in piscina. Di fronte a me, oltre alle suggestive mura dell’acquedotto romano, un altro ragazzetto accompagnato dal padre. Il tipetto, un emulo di Nadal solo destrorso, si è scaldato con molta arroganza, come quelli che hanno fatto la rifinitura al mattino al proprio circolo con il maestro prima di andare a giocare il torneo.

È andato subito in vantaggio tirando molto forte da fondocampo. Ci ho messo un po’ a capire come portare l’incontro dalla mia parte, sono riuscito a ribaltare il punteggio e a vincere per 6-2 il primo set giocando molto bene. Lui era più arrabbiato che deluso; il padre, dalla tribuna, cercava di dissimulare i consigli sempre più frequenti che impartiva con gesti e parole appena sussurrate, col figlio che dev’essere stato bravo a leggere le sue labbra, tanto è vero che in poco tempo andava in vantaggio per 2-0 nel secondo set dopo che io avevo perso un game in vantaggio per 40-15. Da quel momento in poi sono riuscito a vincere solo tre giochi. Ancora oggi non riesco a spiegarmi il perché, non ero stanco, il mio tennis è rimasto sostanzialmente lo stesso. Forse lui ha iniziato a giocare meglio, chissà. Ci ho pensato anche nei giorni seguenti, raccontando la partita a un paio di tennisti proprio per cercare di capire cosa fosse accaduto, ma forse aveva ragione mia moglie nella sua disamina tecnico-tattica, illustratami appena sono tornato in piscina. «Ma do’ cazzo vai a giocare contro i diciottenni tu che passi i 40? Un giorno de questi ce mori in campo». 

Mia moglie mi riporta sempre con i piedi per terra. È bravissima a farlo, e io non mi arrabbio mai quando lo fa perché ha ragione. Amo il tennis, amo giocarlo, niente mi fa sentire più vivo (perdonami, amore) che giocare in torneo, quando quel niente che c’è in palio per me è tutto e rende tutto più difficile fare le cose, quando nella mia mente vincere è sopravvivere e perdere è morire, quando conta solo vincere. L’importante è capire che questa non è la vita reale.

Terra + sole + 40 gradi = birra.

Un paio di giorni di inattività bastano sempre a far tornare la voglia di allenarsi e di giocare ancora al torneo, «ché questa volta non andrà come l’altra, ah no non permetterò che accada di nuovo».  Poi mentre vado al circolo ascoltando metal per scaldare i muscoli del collo guardo lo specchietto: «Dai, non fare il buffone, è solo una partita di tennis».

L’ultimo torneo prima della pausa l’ho giocato al solito circolo sulla via Tiburtina, quello dal quale si vede il carcere di Rebibbia. Sono i campionati over 40 regionali, e questa volta i pischelli stanno a casa. Il giudice è uno di quelli clementi, ti guarda in faccia quando gli parli a differenza di altri. Ti ascolta. Per questo quando gli dici che devi andare al mare sabato e domenica lui comprende, però ti programma in campo alle 13 del giorno più caldo di luglio. 

Ci saranno oltre 40 gradi, anche la terra di questo circolo è praticamente bianca. Il tipo dei campi l’avrà annaffiata mezz’ora prima del mio ingresso in campo, ma il manto è secco, la terra dura, si scrosta via quando ci passi con la scarpa, che poggia sulla ghiaia del fondo oramai affiorato. È così ovunque oramai, inutile prendersela. Vinco facilmente il primo turno contro un over 45 che, a fine partita, mi trattiene in campo a spiegarmi quanto è forte a Padel. Azzarda pure un «Secondo me tu ti troveresti molto bene a giocarci», chissà sulla base di cosa. Sorrido di circostanza mentre il tipo dei campi, un biondo occhi azzurri dell’est Europa, mi dice che ora è tempo di andarsi a fare una birra visto il caldo. Ad uno dei cambi di campo del match, quando l’ho visto prendersi una pausa poggiando i possenti avambracci sulla balaustra arrugginita del campo, mi ero lasciato andare ad un «quanto vorrei una birra ora». Lui ha sorriso. A fine gara lo invito a berci una birra insieme, ringrazia sorpreso sorridendomi, ma non può.

Al lunedì mi tocca la testa di serie numero 1 del tabellone, un seconda categoria. Ci ho già perso un anno fa al terzo set, fu una bella partita. Che ripetiamo grossomodo solo con molte più recriminazioni da parte mia. Lui vince il primo set, o meglio, io lo perdo in vantaggio per 5-3 col servizio a disposizione. Vinco il secondo set nettamente, dopo averci anche litigato quasi sul serio per via del suo nervosismo, e perdo il terzo set per un break subito nelle primissime battute, uno svantaggio che non sono più riuscito a recuperare. Ho fatto più vincenti, ho giocato meglio, ho vinto i punti più spettacolari, lui i più importanti: vi ricorda qualcosa? Succede a Wimbledon come sulla Tiburtina. 

Non seguo manco più il suo cammino, rosico nei giorni seguenti più di altre volte, fare partita pari con gente brava perdendo è una cosa che non mi basta più e che neanche mi piace, ma voltate le spalle al circolo è tempo di rimettere al centro il resto della mia vita. 

Vado a giocare con questo mio compagno d’allenamenti in un circolo dove lui è tesserato, a Centocelle. Lascio la macchina vicino la piazza antistante l’enorme chiesa che dà anche il nome al circolo, mentre l’attraverso vedo persone di ogni provenienza, lingua, colore e cultura. Una sbirciatina nel futuro che ci attende in tutti i quartieri, non vedo l’ora che arrivi anche nei palazzi del mio, oggi praticamente abitato da bianchi. 

Giochiamo quest’ora di tennis mentre il quartiere si avvia al riposo, la gente chiacchiera, qualcuno prepara la cena nei palazzi altissimi che circondano il nostro campo. Se guardo in alto vedo qualcuno che fuma, altri che stendono la lavatrice. Neanche ci guardano, a noi del piano terra. Marco, il mio avversario, si impegna molto visto che deve giocare un torneo, io gioco con estremo relax. Nelle pause e a fine partita chiacchieriamo amabilmente, lui mi chiede di allenarci per bene dopo l’estate, mi racconta che lui e i suoi compagni hanno perso al doppio decisivo la gara di spareggio per salire in D1, e che il prossimo anno ci vogliono riprovare, per questo mi vorrebbe in squadra con lui.

Usciamo quando arrivano quelli dell’ora successiva, quella fra le 8 e le 9 di sera, quando a Roma c’è ancora luce e il caldo comincia a prendere le distanze. Arriva anche il presidente del circolo in campo. È prodigo di complimenti, mi sorride: «Ammazza come te scorre sto rovescio, giochi proprio bene!». 

E poi, saltando i convenevoli: 
«Sentimpo’, ma te con chi giochi l’anno prossimo?». 
«Con voi, no?».
«Daje».

Claudio Giuliani è un giornalista in forza al web. Gioca a tennis da un bel po' e tira il rovescio rigorosamente ad una mano, con la Yonex di Stan. Volendo, potrebbe insegnarlo.
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